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Mario Ricotta

Arte · Saggio · 1 Settembre 2012

Calogero Barba incontra gli amici di Mussomeli


La mostra

Calogero Barba incontra gli amici di Mussomeli

Calogero Barba

Pittura, scultura e composizioni antropologiche: gli oggetti della civiltà contadina fatti geometria.

Catalogo della mostra, Palazzo Sgadari, Mussomeli, settembre 2012

«La molteplicità simile o uguale rimarca l’unicità dell’individualità che si annulla nel mito.»

Era un artista ribelle negli anni settanta. Tra quelli che vogliono dire qualcosa di nuovo, che hanno da dire qualcosa di nuovo. Non era una moda. Un atteggiamento come tanti altri.

C’era contenuto e forza esplosiva che davano forma e colori a quel contenuto.

Da allora si confronta con gli artisti del tempo, sente l’influsso del maestro Francesco Carbone ma se ne distacca per seguire una sua via. La sua irrequietezza interiore lo porta a ricercare nuove vie dell’arte, sempre perennemente insoddisfatto nonostante i numerosi riconoscimenti, nonostante avesse conseguito risultati davvero sorprendenti.

L’incontro con numerose altre personalità artistiche non ha spento il fuoco sempre perennemente acceso della contestazione e dello smascheramento della ipocrisia in tutte le sue forme: sociale, politica, religiosa. Semmai con la maturazione degli anni è stata modulata in senso ironico e caricaturale a cominciare da se stesso.

La ricerca di nuove forme lo porta paradossalmente alle origini della nostra cultura contadina. Un approdo davvero felice. Un sapiente uso dei materiali che sono oggetti legati alla cultura contadina, trasfigurati e resi simbolo attraverso accorgimenti dal sapore metafisico quale l’organizzazione in rigide forme e leggi geometriche.

L’interiorizzazione di oggetti banali della cultura contadina, appena tramontata, nel rigido elaborato geometrico, e nell’uso sapiente del bleu e del giallo dà respiro di universalità e nello stesso tempo valorizza la cultura locale trasfigurata in mito.

La rigidità si scioglie e diventa elastica, perdendo la consistenza reale e assumendo la forma assoluta, immagine mentale di aspirazione alla pura bellezza, alla libertà creativa.

La concretezza dell’oggetto sfuma, si dilata all’infinito, trabocca di significato simbolico e dall’effimero del reale, in un tempo e in un luogo determinato della storia, si passa alla perennità del significato simbolico. Si coglie così l’essere e il divenire come unica sostanza dell’esistere.

Ed è traccia, memoria di una civiltà contadina appena trascorsa, che è anche traccia e memoria dell’infanzia dell’autore e crea l’incanto geometrico, il fascino dell’accostamento dei colori, l’immortalità prorompente dell’effimero, l’archetipo che si unifica e ci stimola e sono case, oggetti d’uso, banalità del quotidiano, e le ripete spesso come una ossessione per dare forza alla sua evocazione come un rito, più di un rito, più volte, molte volte.

Si viene allora a creare un gioco d’immagini ripetute, identiche o quasi identiche, dalla straordinaria potenza evocativa, come partorite da un computer incantato. La ripetizione è convincente, persuade o comunque induce. Non sono tante entità oggettuali che occupano uno spazio ben definito in serie.

La molteplicità simile o uguale rimarca l’unicità dell’individualità che si annulla nel mito. Lo spazio si smaterializza in una leggerezza quasi magica.

Nel campo della scultura dove usa la pietra locale, il legno di ulivo o altri prodotti, o nelle composizioni effimere in cui utilizza oggetti del nostro passato recente ormai in disuso, accentua il carattere antropologico della sua arte.

La complessità del Barba, alla ricerca di nuove forme dell’arte, passa dall’effimero delle composizioni antropologiche continuamente modificabili, alla ripetitività dell’oggetto nella pittura, quasi a proclamare l’indistruttibilità, la perennità inalienabile. Due opposti che cozzano e si scontrano o forse non cozzano e non si scontrano ma si completano in una sintesi creativa originale e dinamica.

Qui sta la magia della memoria di ciò che non è più o non è stata mai memoria ma fa parte del nostro passato, seppellita nel nostro inconscio, capace di esaltare e trasformare la realtà del vissuto nel sogno senza tempo e senza spazio.

Il peso dell’esistere diventa levità di superficie, leggerezza dello spazio, la ripetitività ossessiva diventa estrema libertà di espressione, lo studio antropologico diventa paradiso terrestre. Lo spazio geometrico rappresenta infinite possibilità di scelte, diverse collocazioni possibili.

Non ci sembra di navigare alla ricerca di tanti approdi, infiniti luoghi ma sempre immobili nello stesso punto?

Ultimamente il Barba sembra ritornare all’arte figurativa con cui ha iniziato il suo percorso.

«Caro Mario,» — mi scrive nella sua email — «i ritratti dei personaggi illustri realizzati ad olio su tela di cm 20x20, rientrano in un mio progetto dal titolo “365, uno al giorno”, le figure raffigurate sono personaggi celebri, noti o conosciuti idealmente, incontrati nel corso della mia vita e scelti per affinità elettive. Sono inclusi in questa “mia galleria” i meritevoli di attenzione per impegno civile, politico, scientifico o culturale, che hanno lasciato comunque una traccia, positiva o negativa che sia, viventi dall’anno della mia nascita (1958) e quindi contemporanei a me.»

Pur non tralasciando lo sviluppo della sua arte astratta geometrico metafisica, il Barba sente il bisogno di riprendere la linea creativa delle origini e lo fa alla grande, costruendo anzi scrivendo pagine di storia e di passione attraverso il ritratto di personaggi noti e meno noti e comunque significativi. La storia si scrive o meglio si interpreta anche così con l’ambizione titanica di rappresentarla in forme. Oppure offrire la propria testa a Giuditta nelle infinite pose possibili, una immolazione fino alla morte per decapitazione. Decapitare la maschera, la tensione, il dolore, la riflessione perché da persona reale, da volto concreto, in tutte le sue sfumature, si trasformi in personaggio immortale. Staccare la testa all’orco per mano gentile di donna è il sacrificio che la storia richiede per salvare l’umanità dal male (per Giuditta). È il prezzo mostruoso che l’artista paga in sua vece, per i suoi misfatti come il quadro di Cristo con la corona di spine nelle mani dell’artista Ontani a sua volta con corona di spine (Cristo) che egli solleva in alto come un gigante o un eroe dell’antica Grecia.

Barba Calogero è un autorevole esponente dell’arte contemporanea.

Mario Ricotta


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