… E abbia deciso di mirare, … alla codificazione di possibili finzioni sceniche accreditantisi per il massimo di “aperture” implicite consapevolmente organizzate… È evidente come l’autore abbia inteso produrre risultati che rendessero lo sforzo del suo immaginario rappresentativo nel realizzare al meglio la serie di finzioni in cui si articolano le aggregazioni tematiche di lacerti di psicologie entro situazioni fatte vivere nella sfera dei possibili…
Opere “aperte”, dunque, questi testi teatrali di Mario Ricotta. Tracce per un gioco recitativo che necessita dei suoi coautori. E come tali quanto mai rispondenti alle esigenze di comunicazione simbolica della contemporaneità…»
«Ora, a me pare che il volume di Mario Ricotta rappresenti oggi una testimonianza emblematica, consapevole, tra l’altro, nell’autore del ruolo che lo scrittore di teatro può svolgere appunto nell’organizzazione di un testo-canovaccio su cui poi si deve sovrapporre la decifrazione e la proposta che ne fa la compagnia teatrale.
Ho la sensazione che Mario Ricotta sia partito proprio dal presupposto che scrivere e organizzare un testo teatrale significa cogliere e fissare delle situazioni e delle problematiche in parole, cogliere delle essenze e trasformarle in personaggi, ragionare su alcuni interrogativi che coinvolgono e drammatizzano contemporaneamente l’esistenza, dialogizzare il rapporto tra individui che, prima di essere personaggi, sono portatori di condizioni del sociale.
Stabilendo così un rapporto tra il personaggio, che scaturisce dalla pura invenzione fantastica, e la persona che diventa come viva sulla scena e che sulla pagina può anche agire e comunicare attraverso la testualità, ma ha bisogno comunque dell’intervento e del soccorso del lettore o del fruitore, in quanto la testualità rimane a un livello d’apertura.
La testualità non è fissata, non è obbligatorio ricavare dal testo determinate conclusioni; queste possono variare da persona a persona che legge il testo, così come può variare l’immagine, la scena, l’ideazione del luogo, la sistemazione dello spazio nelle sue linee, la dimensione temporale…
Mario Ricotta, infatti, a più riprese, nelle didascalie numerose che compongono i testi drammatici, molto spesso dice: “La scena dovrebbe…”. Intanto usa il condizionale, oppure “la scena potrebbe rappresentare…”, o potrebbe essere altro.
Questo personaggio è una ragazza povera, malandata, brutta, oppure potrebbe essere anche un ragazzo ricco, bello, rigoglioso. È possibile cioè rappresentare un’essenza dei personaggi, è possibile che il personaggio della scena si faccia portatore di una condizione che può ritrarre contemporaneamente vari livelli sociali, vari momenti storici; non c’è una data precisa.
La scena non è localizzabile né come tempo, né come luogo, né come figura, perché il teatro di Mario Ricotta tende all’universalità attraverso la strada della negazione della concretezza.
Cioè, un luogo è tale se è definito nei particolari minuti ed essenziali, ma rimane tale anche se è indefinito, vale a dire con un ragionamento filosofico: se è vera una certezza, sarà vero anche il contrario della certezza stessa; se è vera una condizione, dovrà essere vero il suo opposto.»
«Mario Ricotta, bene, lavora su questo gioco degli opposti e lavora in maniera tale che arriva alla negazione stessa dell’anagrafe dei protagonisti.
Se voi leggete i nomi dei personaggi di questo teatro, vi trovate di fronte a nomi che non hanno nessuna connotazione anagrafica, oppure a nomi che hanno una connotazione storica.
Sono personaggi moderni, ma si chiamano, per esempio, Mosè, Priamo, Penelope, Sara, Epicuro, Licurgo, cioè hanno dei nomi che già di per sé sono significanti, di per sé si fanno portatori di una significanza che è storica ma che ritorna, in quanto viene attualizzato il personaggio stesso, portato alla contemporaneità.
Nel tugurio, nella bottega, un basso, una piazza… cioè potrebbe tendere anche al luogo dell’utopia, al luogo che è un non luogo, come un’essenza è una non essenza.
Rimane il problema dell’esistenza del personaggio, il suo dramma. Oppure vi potrete trovare di fronte a personaggi che non hanno questo referente d’ordine storico, mitologico, simbolico. Si chiamano Tri, Re, In, Qua… si chiamano in maniera anche strana: Uno, Zero, Assof, Ocub… poi: Madre, Insegnante, che indica la funzione preferita alla figura del personaggio: l’essenza diviene sostanza e supera ogni possibilità di definizione.
Si può concludere che, sostanzialmente, il teatro di Mario Ricotta è un teatro che sfrutta i meccanismi della finzione per farsi portatore di un messaggio che non è affidato all’ideologia, ma soltanto alle psicologie.
I personaggi di Mario Ricotta sono delle psicologie che si muovono sulla scena, sono delle sostanze umane, sono delle ombre, sono dei fantasmi, ma proprio perché ombre, fantasmi, psicologie, appartengono a tutti quanti noi, perché parlano alle nostre fantasie, alla nostra immaginazione, alle nostre coscienze, agli incubi che sono dentro di noi e diventano e potrebbero essere personaggi di ascendente grottesco, e invece diventano personaggi da tragedia, la tragedia moderna, appunto, che è una delle strade che il teatro contemporaneo sta seguendo sull’insegnamento di Beckett soprattutto.