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Mario Ricotta

Capitolo II

Scrittore

Le opere divise per forma — il teatro, i romanzi, i racconti — e a parte quelle ancora inedite. In fondo, la critica complessiva all’autore.

Il nuovo libro

La mia Santità — parte seconda

ovvero L’altra parte della mia santità

Un uomo in cerca di verità, pace e giustizia. Mario Ricotta parla della sua tormentata vita, dagli studi in seminario alla laurea in Medicina, orfano di Dio, affascinato e profondamente coinvolto dallo studio della mente umana, dalla possibilità di scandagliare l’inconscio, trasformando la sua antica vocazione in una nuova e laica “santità”.

2026Europa Edizioni · 452 pagine · € 19,50

Chi ha scritto dell’opera

La critica

Sull’opera di Mario Ricotta sono intervenuti negli anni numerosi critici, scrittori e studiosi: fra gli altri Dario Bellezza, Dante Maffia, Luigi Reina, Renato Tomasino, Francesco Piga, Cesare Sermenghi, Guido Valdi, Beppe Costa, Paolo F. Antinori, Franco Farinella, Roberto Mistretta, Salvatore Falzone, Paolo Polizzi, Arturo Grassi, Giuseppe Messina e Nic Giaramita.

All’opera è stata dedicata anche una tesi universitaria di Salvatore Falzone.

Salvatore Falzone

Sacerdote, Direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

Da tesi universitaria di Falzone - «Intorno a Mario Ricotta»2000

Quando ho visto, in videocassetta e registrata, La bottega all’angolo di Mario Ricotta, sono rimasto stupefatto sia dalla forza poetica ed espressiva dello spettacolo, così ben interpretato da Roberto Burgio e Danila Laguardia, sia dall’assoluta novità di una drammaturgia ancora oggi sconosciuta ai più.

Com’è possibile che un teatro di tale valore non sia ancora conosciuto e rappresentato?

Per contribuire a diffondere la conoscenza del teatro di Mario Ricotta, ho raccolto qui tutte le testimonianze, anche inedite, di critici e ammiratori. Ho aggiunto una nota biografica e, con il consenso dell’autore, alcune pagine tratte dal suo diario inedito La mia santità, utili a comprendere la genesi e la forma di un teatro e di una narrativa così straordinari.

Spero che questo lavoro possa essere di stimolo a conoscere più approfonditamente queste opere e, soprattutto, a riportarle in scena.

Dario Bellezza

Poeta, Scrittore, Drammaturgo

Dalla presentazione del libro «Teatro»2000

… vivono con e per il proprio tormento, si autosezionano, si frugano… proiettati fuori di sé, materializzati, disindividualizzati, hanno da affrontare i problemi dei rapporti col mondo-ambiente e con i propri simili. Distruttore di illusioni, dimostra che ognuno può costruire la propria esistenza — non una volta per tutte — giorno per giorno. Vi scorge qualcosa di più del senso del sentimentalismo, i fili del destino, e si accanisce a dipanarli furiosamente, come un furore logico che diventa pietoso pur essendo spietatamente crudele, doloroso e umano per forza di astrazione. Particolarmente entro le pareti domestiche, l’autore coglie la disgregazione dell’unità umana in una prospettiva nuova che ne rivela lo smarrimento.
Diceva Proust che l’originalità autentica non la si scorge facilmente. L’autentica originalità di Mario Ricotta, avvertito il dissidio tra la mediocrità del mondo circostante e le possibili realtà intraviste come frutto di cultura e di esperienza, si nutre del pensiero filosofico che gli suggerisce la scelta degli argomenti, i mezzi per attuarli sulla scena, conferendo loro il segno della novità…

Beppe Costa

Poeta, Scrittore, Editore

Dalla presentazione del libro «Teatro»2000

Il teatro di Ricotta, nella tradizione più completa e complessa del “teatro è vita”, sembra volerci dire tutto, come il Teatro Panico di Fernando Arrabal, il cinema di Alejandro Jodorowsky, il cinema e la pittura di Roland Topor, o la narrativa di Ende (La storia infinita); il grottesco del linguaggio di Beckett, l’assurda e incantata realtà di Ionesco. Raccogliendo in sé gli elementi della fiaba, dell’allucinazione, della paura, dell’incanto, dell’assurdo. E tutto con un dialogo che non ha nulla di astruso o di contorto, che rende a volte opere teatrali dignitose subito datate.

E non sembri che si vada, per esempio, per citazioni facendo riferimento all’intramontabile teatro dei Greci, ancora oggi attualissimo, nel parlare di questo scrittore che ha saputo fondere splendidamente la cultura classica a quella contemporanea, l’ironia e il dramma della solitudine, scevra da vittimismo, una conoscenza del teatro profonda che gli consente di non imitare, non ripercorrere temi già tracciati…

Salvatore Falzone

Sacerdote, Direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

Dalla lettera a Mario Ricotta11 febbraio 1999

Carissimo dottor Mario Ricotta,

ti comunico che oggi ho sostenuto l’esame di estetica filosofica; la parte speciale del programma era riservata all’estetica teatrale: la Poetica di Aristotele e La nascita della tragedia di Nietzsche. Da questi testi ho preso alcuni punti per riflettere attorno al teatro.

Queste considerazioni nascono anche da altre circostanze: i nostri colloqui privati, lo studio del teatro povero di Grotowski e del teatro della crudeltà di Artaud, lo spettacolo La bottega all’angolo dal tuo omonimo testo.

Direi che l’incipit spetti all’ultimo avvenimento. La bottega all’angolo, messo in scena da Roberto Burgio nel dicembre del 1988, ha segnato una tappa importante nella mia ricerca del teatro.

L’aspetto che voglio prendere in considerazione riguarda il discorso del sintomo. Lo spettacolo mi ha colpito per via di una sospensione della trama a vantaggio del sintomo.

Non sembra esserci, in effetti, un’evoluzione della trama, o almeno questa non è concepita come l’asse portante dello spettacolo. Credo, in base alle mie percezioni, che l’asse portante sia la dimensione dell’attesa.

Dante Maffia

Poeta, Romanziere, Saggista

1989

Un dato interessante del teatro di Ricotta è la sua capacità di mixage tra cultura classica e contemporanea. Il mito trova in lui un interprete originale e si dilata fino a onnicomprendere il futuro… a scendere nei meandri dell’allegoria dove è possibile renderci conto dell’ampiezza dell’“apertura poetica e drammatica che sta all’origine stessa della concezione dell’opera…”, ma in noi restano le immagini di fantasmi che possono “perire”, di “forme di gesti” che la dicono lunga anche sulla conoscenza di Ricotta del teatro di tutti i tempi…»

«E Mario Ricotta si è trovato a fare i conti con un passato vicinissimo, e quando il passato è enormemente fulgido, meraviglioso (il più vicino di tutti è quello di Pirandello), mettersi a scrivere del teatro significa per lo meno entrare in una situazione dalla quale è difficile uscire. E come se ne può uscire? La trovata? La trovata è fine a se stessa. Allora bisogna trovare qualcosa che in qualche modo continui e rompa con la tradizione che ti sta vicino. Mi pare che Mario Ricotta sia riuscito in questo intento in tutte le opere (La Bottega all’Angolo, Inferno e Paradiso, Interminabile, Fantasmi, Gli immortali, L’Orma).

Le caratteristiche del teatro di Mario Ricotta sono una serie di momenti che nascono come bagliori interiori e guizzano improvvisamente fuori per cercare di cogliere la realtà, e questa realtà improvvisamente diventa un’altra realtà. È uno scatto verso certe situazioni della letteratura antica greca. Non è casuale, poi, che in alcune opere ci siano personaggi, nomi, situazioni che appartengono, per esempio, ad Apuleio o abbiano il sapore di un racconto kafkiano…»

«…E a me sembra che questo gesto adeguato, con l’aiuto del regista che deve reinterpretare naturalmente i discorsi proposti dall’autore di teatro, a me pare che Mario Ricotta sia naturalmente riuscito nel suo intento: cioè darci un teatro che ci fa ben sperare, che si approssimi, se non è già vicinissimo, ad una vera e propria svolta…

Safal

… Pur avendo ricevuto convinti consensi di critica, la produzione letteraria del Ricotta non è ancora conosciuta universalmente. Il Ricotta non è un autore che asseconda le aspettative della massa che consuma letteratura di genere.

Ad un autore di tale levatura si può muovere il rimprovero di non dedicarsi sufficientemente alla diffusione delle proprie opere; ma sono lontano dal farlo. L’intensa professione di medico e psichiatra, esercitata dal Ricotta, è il luogo di una scelta fondamentale che non può alimentarsi e compiacersi della vanità dei salotti letterari, della retorica dei premi, del fascino illusorio ed effimero della ribalta, degli applausi a buon mercato.

Il Ricotta è un autore in costante contatto con la malattia, la pazzia, la morte. In un simile connubio di vita e letteratura sussiste il più autentico riconoscimento di lode e affetto…

Luigi Reina

Professore ordinario di Letteratura italiana e Preside di Facoltà (Università di Salerno)

1989

… E abbia deciso di mirare, … alla codificazione di possibili finzioni sceniche accreditantisi per il massimo di “aperture” implicite consapevolmente organizzate… È evidente come l’autore abbia inteso produrre risultati che rendessero lo sforzo del suo immaginario rappresentativo nel realizzare al meglio la serie di finzioni in cui si articolano le aggregazioni tematiche di lacerti di psicologie entro situazioni fatte vivere nella sfera dei possibili…

Opere “aperte”, dunque, questi testi teatrali di Mario Ricotta. Tracce per un gioco recitativo che necessita dei suoi coautori. E come tali quanto mai rispondenti alle esigenze di comunicazione simbolica della contemporaneità…»

«Ora, a me pare che il volume di Mario Ricotta rappresenti oggi una testimonianza emblematica, consapevole, tra l’altro, nell’autore del ruolo che lo scrittore di teatro può svolgere appunto nell’organizzazione di un testo-canovaccio su cui poi si deve sovrapporre la decifrazione e la proposta che ne fa la compagnia teatrale.

Ho la sensazione che Mario Ricotta sia partito proprio dal presupposto che scrivere e organizzare un testo teatrale significa cogliere e fissare delle situazioni e delle problematiche in parole, cogliere delle essenze e trasformarle in personaggi, ragionare su alcuni interrogativi che coinvolgono e drammatizzano contemporaneamente l’esistenza, dialogizzare il rapporto tra individui che, prima di essere personaggi, sono portatori di condizioni del sociale.

Stabilendo così un rapporto tra il personaggio, che scaturisce dalla pura invenzione fantastica, e la persona che diventa come viva sulla scena e che sulla pagina può anche agire e comunicare attraverso la testualità, ma ha bisogno comunque dell’intervento e del soccorso del lettore o del fruitore, in quanto la testualità rimane a un livello d’apertura.

La testualità non è fissata, non è obbligatorio ricavare dal testo determinate conclusioni; queste possono variare da persona a persona che legge il testo, così come può variare l’immagine, la scena, l’ideazione del luogo, la sistemazione dello spazio nelle sue linee, la dimensione temporale…

Mario Ricotta, infatti, a più riprese, nelle didascalie numerose che compongono i testi drammatici, molto spesso dice: “La scena dovrebbe…”. Intanto usa il condizionale, oppure “la scena potrebbe rappresentare…”, o potrebbe essere altro.

Questo personaggio è una ragazza povera, malandata, brutta, oppure potrebbe essere anche un ragazzo ricco, bello, rigoglioso. È possibile cioè rappresentare un’essenza dei personaggi, è possibile che il personaggio della scena si faccia portatore di una condizione che può ritrarre contemporaneamente vari livelli sociali, vari momenti storici; non c’è una data precisa.

La scena non è localizzabile né come tempo, né come luogo, né come figura, perché il teatro di Mario Ricotta tende all’universalità attraverso la strada della negazione della concretezza.

Cioè, un luogo è tale se è definito nei particolari minuti ed essenziali, ma rimane tale anche se è indefinito, vale a dire con un ragionamento filosofico: se è vera una certezza, sarà vero anche il contrario della certezza stessa; se è vera una condizione, dovrà essere vero il suo opposto.»

«Mario Ricotta, bene, lavora su questo gioco degli opposti e lavora in maniera tale che arriva alla negazione stessa dell’anagrafe dei protagonisti.

Se voi leggete i nomi dei personaggi di questo teatro, vi trovate di fronte a nomi che non hanno nessuna connotazione anagrafica, oppure a nomi che hanno una connotazione storica.

Sono personaggi moderni, ma si chiamano, per esempio, Mosè, Priamo, Penelope, Sara, Epicuro, Licurgo, cioè hanno dei nomi che già di per sé sono significanti, di per sé si fanno portatori di una significanza che è storica ma che ritorna, in quanto viene attualizzato il personaggio stesso, portato alla contemporaneità.

Nel tugurio, nella bottega, un basso, una piazza… cioè potrebbe tendere anche al luogo dell’utopia, al luogo che è un non luogo, come un’essenza è una non essenza.

Rimane il problema dell’esistenza del personaggio, il suo dramma. Oppure vi potrete trovare di fronte a personaggi che non hanno questo referente d’ordine storico, mitologico, simbolico. Si chiamano Tri, Re, In, Qua… si chiamano in maniera anche strana: Uno, Zero, Assof, Ocub… poi: Madre, Insegnante, che indica la funzione preferita alla figura del personaggio: l’essenza diviene sostanza e supera ogni possibilità di definizione.

Si può concludere che, sostanzialmente, il teatro di Mario Ricotta è un teatro che sfrutta i meccanismi della finzione per farsi portatore di un messaggio che non è affidato all’ideologia, ma soltanto alle psicologie.

I personaggi di Mario Ricotta sono delle psicologie che si muovono sulla scena, sono delle sostanze umane, sono delle ombre, sono dei fantasmi, ma proprio perché ombre, fantasmi, psicologie, appartengono a tutti quanti noi, perché parlano alle nostre fantasie, alla nostra immaginazione, alle nostre coscienze, agli incubi che sono dentro di noi e diventano e potrebbero essere personaggi di ascendente grottesco, e invece diventano personaggi da tragedia, la tragedia moderna, appunto, che è una delle strade che il teatro contemporaneo sta seguendo sull’insegnamento di Beckett soprattutto.

Cesare Sermenghi

Poeta, Commediografo, Saggista

1989

Non esiste nell’individuo possibilità di scelta né di redenzione. La libertà è un’utopia… Entriamo quindi nell’assurdo per questo rito inusitato, non tanto per choccarsi e sbalordirsi — anche se le due componenti sono inevitabili — quanto per agguantare e finalmente avere il filo conduttore di una ragnatela; filo che da lungo tempo ci è negato, per dipanare una trappola ancestrale: l’inconscio…

Per cui, lo spettatore, non aduso a questo tipo di linguaggio, rimane scosso e affascinato…

Renato Tomasino

Professore ordinario di storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Palermo

1989

… E con una consumata abilità che perfino stupisce in un momento in cui da parte degli addetti ai lavori non si fa altro che sottolineare le difficoltà degli autori dei nostri giorni… tra l’immaginario e l’analisi, la fiction e la clinica, che si realizza quella “verità” drammaturgica che va oltre le intenzioni teoriche o programmatiche proprie all’epoca nostra…»

«E perciò opere della fantasia e di una tensione poetica, perfino lirica, a tratti addirittura fervida…

Guido Valdini

Giornalista

1989

È un universo chiuso, in cui gli uomini sono prigionieri di entità misteriose…»

«… universo di paura e di attesa, in cambio di una condanna che non sembra più rinviabile…

Francesco Piga

Critico

Il teatro di Mario Ricotta è in sintonia con la moderna concezione drammaturgica che, da Beckett a Bernard, a Ionesco, nega ogni senso alla rappresentazione scenica a vantaggio della polifonia dei linguaggi e di una maggiore attenzione alla scarnificazione e alla disgregazione fisica e morale dei personaggi.

I personaggi dei drammi di Ricotta sono ombre di un mondo impietrito, figure piagate da angosce e disperazioni, in attese che incombono come il destino stesso, menti oscurate dalla stanchezza, forse invenzioni e fantasie nate da altri personaggi, anche loro invenzioni di altre invenzioni.

Nella consapevolezza dell’assurdità delle cose, il desiderio di reinventare la vita, di riordinare il caos, resta inappagato…

Franco Farinella

Psichiatra, Scrittore

… Egli non fa che ricordarci incessantemente… “che dobbiamo morire”, vogliamo o non vogliamo.

Roberto Mistretta

Scrittore

Giornale «La Sicilia»20 marzo 1994

Medico e scrittore lascia l’Usl per il teatro

MUSSOMELI — Beppe Costa lo ha definito «scrittore prima e psichiatra poi, un artista che nelle sue opere teatrali riesce a raccogliere gli elementi della fiaba, dell’allucinazione, della paura, dell’incanto, dell’assurdo. Un artista che ha messo al servizio della medicina la sua conoscenza dell’essere umano, i travagli, la cultura, la ribellione, la trasgressione e perché no l’incredulità nei miti, la morale, attraverso il viaggio interminabile dentro di sé, alla continua ricerca di una verità che sa bene non esistere».

Stiamo parlando di Mario Ricotta, medico psichiatra di 42 anni, scrittore apprezzato dai critici e con una vastissima produzione letteraria pubblicata in parte.

«Ho iniziato a scrivere a 15-16 anni — dice — e la mia prima opera pubblicata, «La risposta», risale al ’79, seguita qualche mese dopo da «Colei che sbadiglia» ovvero «Il quadro e il buco» e nell’84 da cinque opere teatrali: «La macchia», «La Fessura», «Applausi impossibili», «Il bacio», «Il falò». Non mi sento di definire a parole il mio teatro, un teatro che scava nelle angosce dell’animo umano, preferisco che siano gli altri a giudicare».

Un anno fa Ricotta s’è dimesso da primario d’igiene mentale presso l’Usl di Mussomeli. «L’ho fatto per poter seguire a tempo pieno i miei pazienti ed i miei interessi», dice leggendoci un racconto, «L’evento», ove un uomo attende ciò che sa per certo dovrà accadere, ma lo cerca erratamente soltanto nel mondo circostante, non scrutando gli abissi interiori.

Nel 1988 fu messa in scena in prima nazionale la sua opera «La bottega all’angolo», dalla cooperativa Teatro Nuovo di Palermo, con la collaborazione dell’Associazione culturale Alikos, che ebbe vasta risonanza. Recentemente un altro suo dramma in due atti — «L’orma» — è stato inserito nel prestigioso catalogo riguardante la decima edizione del Gran premio internazionale d’arte Carrara Hallstahammar, che viene distribuito in oltre 70 paesi e tradotto in diverse lingue.

«L’autentica originalità di Mario Ricotta — scrive Dario Bellezza — avvertito il dissidio tra la mediocrità del mondo circostante e le possibili realtà intraviste come frutto di cultura, si nutre del pensiero filosofico che gli suggerisce la scelta degli argomenti, i mezzi per attuarli sulla scena, conferendo loro il segno della novità».

Nic Giaramita

Critico d'arte, Scrittore e Operatore Culturale Italiano

Carissimo Mario,

«Ho letto, finalmente, le tue opere. È stato come se una forza potente e misteriosa m’avesse spinto per una galassia della quale sconoscevo l’esistenza, ed in effetti, senza tanto “per assurdo”, è stato veramente così; se dovessi dare un giudizio del tuo teatro, e per ora mi fermo ad esso, direi, o lo denominerei: “Teatro dell’assurdo ma non troppo”.

…Devo ammettere che la parola da te usata serpeggia per i tortuosi percorsi di un alambicco; l’essenza che ne esce fuori è fortemente amara, traducendosi, attraverso un gioco esasperante di metafore e simbologie, nella constatazione della morte dell’illusione.

Ambiguo ed illusione come beatificazione dell’assurdo, mistificazione di una realtà alienante, coscienza di un nemico non decifrabile, forma più che materia ma capace di sommergere e distruggere anche il più scaltro e navigato; si respira aria di suicidio.

Qui mi sovviene, per opposti contenuti, La grande abbuffata di Ferreri e Cuore di cane di Bulgakov. Insomma, non è “la comédie humaine” di balzacchiana memoria, bensì “la commedia dell’inconscio” di Schimdt nel suo trattato sull’“arte del visibile”.

L’illusione vive la sua eterna giovinezza nell’esasperare la mente che la fagocita; per questa via, abbandonando l’incomunicabile, s’incammina verso l’alienazione.

La fisicità della vita è una scoria. Gli elementi che tengono in essere detta vita sono la paura, il bene, il male, il piacere, l’illusione, la libertà, il dubbio, l’incertezza, l’amore, la facoltà di perdonare, l’amicizia, lo stesso inferno e paradiso, non il purgatorio che è dei falliti; stanno alla vita come la follia sta alla ragione, e sappiamo quanto sottile è la linea di demarcazione tra questi due eterni elementi.

Tutte le opere rappresentano il situarsi sul ciglio di un burrone senza fondo attraverso un gioco sapiente tra eros e sensualità, esasperazione e misura, pedofilia e sacra deificazione del bimbo, madre nella sua emblematicità e madre/amante/fattrice nel suo eterno gioco semiramideo e da araba fenice (la morte falcia, la madre rimanda in essere).

Così è.

Nella tua “facoltà di Parola” il ciclo esistenziale non ha più alcun senso.»

Roberto Burgio

Regista, Attore

Da qualche tempo Roberto Burgio, nei paesi che lo richiedono, propone una sua lettura di brani di opere teatrali e di racconti di Mario Ricotta.

«Voglio testimoniare», dice Burgio, «il mio profondo coinvolgimento d’uomo di teatro e le mie emozioni nel leggere i testi di Mario…

È l’essenza di quello che è il mistero di esserci, dell’essere umano l’oggetto di studio e di indagine di Mario nel suo essere scrittore. E Mario ci riesce in modo particolarmente efficace: va dritto dentro il problema, sicuramente aiutato dall’essere psichiatra.

Però si sbaglia chi pensa che è lo psichiatra che scrive!…

Particolarmente inquietante è quello che scrive…»

Roberto Mistretta

Scrittore

La Sicilia2000

Mussomeli, un’antologia «Intorno a Mario Ricotta»

MUSSOMELI - È stato pubblicato nei giorni scorsi a cura di Salvatore Falzone (con la collaborazione di Pinuccio Favata e Giuseppe Lanzalaco e con il contributo della banca di credito cooperativo «San Giuseppe» di cui è presidente Michele Mingoia), il libro «Intorno a Mario Ricotta», un'antologia di scrittori raccolti in volume che raccontano e scandiscono la vasta, seppur ancora poco conosciuta, produzione di questo grande scrittore mussomelese. Il libro, che conta 110 pagine, è stato edito da una casa editrice di Marsala e contiene anche brani inediti della corposa opera alla quale l'autore sta lavorando da anni: «La mia santità», opera ancora inedita, ma assai scottante nella tematica che ripercorre gli anni giovanili che l'autore trascorse in seminario.

Ma chi è Mario Ricotta? Nato a Mussomeli nel 1952, fu alunno del seminario di Caltanissetta, completò gli studi di medicina all'università di Palermo e si specializzò in psichiatria all'università di Catania. Lavora come medico a Mussomeli. Come opere teatrali ha pubblicato «La risposta», «Colei che sbadiglia ovvero il quadro e il buco», «La macchia», «La fessura», «Applausi impossibili», «Il bacio», «Il falò», «La bottega all'angolo» (rappresenta nel 1989 in prima nazionale a cura della cooperativa Teatro Nuovo di Palermo), e altri drammi. Quattro anni addietro pubblicò per la narrativa il libro «Racconti neri e grotteschi», mentre sono di prossima pubblicazione «Racconti per caso», «La mia santità» (sotto forma di diario), e le opere teatrali «Maschere», «I testimoni», «Sua eccellenza», «Uno strano delitto», «Suoni dell'ultima galassia», «Gloria e morte».

Tantissimi gli scrittori, i critici e gli amici lettori che si sono occupati di lui, tra cui ricordiamo: Dario Bellezza, Cesare Sermenghi, Renato Tomasino, Guido Valdini, Francesco Piga, Roberto Burgio, Luigi Reina, Dante Maffai, Beppe Costa, Francesco Antinori, Arturo Grassi, Paolo Polizzi, Nic Giaramita, Tonino Calà, Giuseppe Messina. Anche lo scrittore siciliano Giuseppe Bonaviri (da anni candidato al Nobel per la letteratura) ha apprezzato l'opera di Ricotta, tant'è che gli ha scritto: «Caro Ricotta grazie del libro assai felice nella scrittura. Basterebbero per tutti i racconti: Il delitto, Il vecchietto, Autostop». Nel libro «Attorno a Mario Ricotta» sono contenute anche critiche giornalistiche apparse su «L'Ora», «Il Giornale di Sicilia», «La Sicilia», il periodico «Progetto Vallone». Ma è nella pubblicazione di alcuni passaggi de «La mia santità» che il volume raggiunge il massimo. Ecco cosa scrive Ricotta: «Nel buio si respira la mente. L'umanità non sa ascoltare in silenzio, ho dentro di me il buio, il silenzio, il convento deserto». E più avanti: «Dio, se tu esisti, sotto qualsiasi forma esisti, ti ho cercato fino allo spasimo. Lontani, io e te, staremo a guardarci negli occhi, i miei occhi umani con i tuoi occhi divini, eterni e per sempre lontani. Il mio paradiso sarà questo sguardo da lontano. E anche il mio inferno. Non mi avvicinerò. Non potrò avvicinarmi perché anche di là sarai un fantasma. Posso solo guardare o immaginare di guardarti. Il paradiso equivale all'inferno. Nel momento dello scandalo emergeranno i miei peccati, lo scacco finale. Nel momento dello scandalo emergeranno i miei dolori, le mie croci, l'amore che ho versato, la mia luce. Nell'ora in cui verrai, morte, sotto qualsiasi aspetto ti presenterai, fai che sia un tripudio di luce, una festa di musica, il banchetto finale in cui non ci siano assenti. Sarò seppellito con il solito inutile rito. Io non ho conseguito la santità. Questa è la mia santità».