Narrativa · Intervento · 1 Gennaio 2000
Ecco è l’incantesimo
Il libro
Le fiabe dei bucanieri
Roberto Mistretta
Nove fiabe illustrate da Pino Petruzzella: la solitudine, la diversità e l’amore raccontati ai bambini.
Il libro, illustrato da Pino Petruzzella, fu distribuito nelle scuole elementari del Vallone fra il dicembre 1999 e il gennaio 2000
«Improvvisamente il mondo diventa perfetto, così come lo vogliamo, l’uomo onnipotente. È l’incantesimo.»
Nove fiabe che rievocano il tempo ormai mitico pretelevisivo, pertanto fiabe classiche nella struttura e nella forma, che possono essere raccontate da un nonno o una nonna, accanto al focolare, quando i nonni avevano un ruolo importante nell’ambito familiare.
È come se con un incantesimo fossero state cancellate le scoperte tecnologiche compresi computers, video, Tv, per dare nuovo valore e peso alla carta stampata, alla lettura cartacea, la lettura di una volta.
C’è ancora posto per le fiabe all’inizio del terzo millennio, nell’era della tecnologia totale, della biotecnica, della nuova e inarrestabile magia della scienza? Forse sì e forse no! Forse c’è ancora posto per l’immaginazione.
«Il posto non è» mai «molto distante da noi». «E così non molto distante da qui» vissero felici e contenti come nelle antiche storie. È il posto della fantasia che sta accanto e dentro lo stesso luogo della realtà, capace di trasformare, direi quasi di reinventare, la realtà.
È un luogo indeterminato che si identifica con lo spazio sconfinato, inesistente ma presente come luogo dell’immaginazione, a cui ricorriamo per superare gli angusti limiti dello spazio reale. E il tempo, anche se è quello del passato remoto (vissero…) viene cancellato anzi sospeso perché è un passato che non finisce, e diventa eterno presente che si dilata nel futuro perché immaginiamo che durerà al di là di ogni tempo.
«Vissero felici e contenti», il classico finale a cui Roberto attinge in modo palese e voluto, è rassicurante, annulla la caducità dell’essere, dell’età, l’angoscia e il dolore, per riproporci la felicità che è propria del paradiso perduto.
Ma entriamo nella tessitura delle fiabe del Mistretta illustrate dal pittore Pino Petruzzella. Roberto, giornalista, scrive cronache della vita quotidiana sul giornale «La Sicilia», racconta quindi le crudeltà e le nefandezze della vita, le ingiustizie sociali così come accadono, il più delle volte immodificabili, e pur tuttavia sceglie il candore e la semplicità delle fiabe come mezzo per modificare nella sua fantasia quella realtà immodificabile, per sciogliere il nodo dell’esistenza. In realtà Roberto ha scritto anche racconti e romanzi che, se pur denunciano il malessere e le malefatte dell’uomo, hanno dei risvolti comunque e sempre positivi.
Sennonché queste fiabe hanno il vantaggio, che è un vantaggio notevole, di essere state illustrate da Pino Petruzzella, conosciuto per i suoi struggenti e tenui quadri di personaggi e paesaggi di una Sicilia che scompare, per i colori originali e particolarissimi che ha usato. Petruzzella ne interpreta paesaggi e pedagogia sottolineandone l’essenza e la fa sua, la rielabora con l’animo di un fanciullo e ce la mette davanti agli occhi. Nascono così forme e immagini incantate, dolci, limpide, perdutamente magiche: Laghetto triste, Fiammella di luce, Il paese senza alberi, Raggio di sole, Il re del bosco. Sono immagini nascoste nel cuore di ognuno, che, appesantito dagli anni che avanzano, dal guadagno e dal lavoro, non riesce più a ritrovare. Ecco dunque: queste fiabe fanno emergere immagini capaci di donarci una nuova leggerezza, fanno emergere il fanciullo immortale che è in ognuno, la perennità nella caducità del tempo.
È come se fiabe e disegni fossero nati insieme, dallo stesso autore, dalla stessa mano, dalla stessa mente, e formano un connubio inscindibile. L’una è necessaria all’altro. Vivono e palpitano insieme.
Si dice che le fiabe parlano ai bambini per insegnare agli adulti. Ma al di là del valore pedagogico e psicologico delle fiabe in generale, qual è il filo conduttore, il contenuto, quali sono i punti salienti? Lotta tra il bene e il male, tra la cattiveria e la bontà, dove il bene ha la vittoria finale. Ma già fin dall’inizio, come nella struttura classica delle fiabe, la vittoria finale è scontata.
Raggio di sole si contrappone alla strega cattivissima, Gianluca a Vannifiele, Il laghetto triste al rospo. Ma già in «Laghetto triste» domina il problema della solitudine, con conseguenze ancora più drastiche in «Re del bosco». Alessio, un bambino, Piero orsetto, un orso, Gino merlo, un uccello, accomunati dall’incomprensione e dalla trascuratezza degli adulti, si ribellano, abbandonano la loro casa per le vie ignote del bosco, si incontrano e infine, in piena notte, sorpresi dall’angoscia e dalla paura, si trovano avvolti, quasi abbracciati dalle fronde di un albero secolare, «Il re del bosco» appunto, maestro di saggezza, prodigo di frutti, generoso, con i suoi rami che danno ospitalità ad animali ed uccelli del bosco, che ora appena hanno dato a loro stessi calore e nuova energia. Ecco: con la generosità si supera la solitudine. Quella solitudine che in «Fiammella di luce» viene superata con l’amore.
«Buzzolone» è fatto segno di derisione e di scherno da parte degli altri uomini per via di quel buzzolone che ha sul naso, da cui il nome appunto. Gli uomini si rifiutano di partecipare alla festa a cui il re e la regina li hanno invitati insieme con gli animali per la magica nascita della loro figlia «Preziosa». Quando gli uomini si pentono del loro razzismo è troppo tardi. Il loro re li abbandona e preferisce stare con gli animali esclusi. Buzzolone trova nell’amore di una donna la consolazione del suo essere diverso.
«Ognuno di noi ha un compito da assolvere, ecco perché nasciamo. Il nostro compito è di aiutare Luigino finché abbiamo cera, poi ci penserà qualcun altro che verrà dopo di noi» dice la candela a fiammella. «È il nostro destino, viviamo per morire». Aveva detto poco prima a fiammella che aveva chiesto: «Cosa succede? Perché diventiamo più piccole e deboli ogni giorno che passa?»
E proprio in «Fiammella di luce», che tra le nove fiabe mi sembra la più riuscita, l’amore può fare le cose impossibili, le cose impensabili al di là di ogni invenzione moderna e futura della tecnologia. Riesce a trasformare una fiammella nella donna più bella del mondo e a liberare il ragazzo dalla malattia e dalla solitudine. Una fiammella che aveva dato luce per tante notti ed era vissuta e doveva consumarsi per questo scopo.
Pino e Roberto tanto vogliono dirci oggi attraverso la fiaba. Nella fiaba non esiste la fatica del pensare, la responsabilità del sesso, la paura della vecchiaia e della morte, l’ingiustizia e il dolore, la caducità di ogni cosa. Improvvisamente il mondo diventa perfetto, così come lo vogliamo, l’uomo onnipotente. È l’incantesimo.
Mario Ricotta