Narrativa · Saggio
I racconti di Giovanni Camerota
Il libro
I racconti
Giovanni Camerota
Racconti e ritratti di un paese: piccoli eroi, piccole gesta, una civiltà contadina verso l’estinzione.
«Il personaggio emerge dalle sue ceneri, dalle lunghe ombre del passato, vivo che puoi toccarlo con mano.»
«Nel gioco breve della vita / siamo i pezzi della scacchiera, / mossi da mano invisibile… / alla fine scacco matto per tutti, / vinti e vincitori. / Altri verranno e frugheranno / tra la polvere del tempo, / nel caleidoscopio dei ricordi… / rimetteranno in gioco gioie e dolori… / speranze ed illusioni… / ma anche l’effimero / che fu il sale dell’avventura.»
Questi versi all’inizio dei racconti ci rivelano lo stato d’animo e l’inquietudine esistenziale dello scrittore di fronte ai suoi personaggi, davanti ai suoi ricordi, sotto la patina di un fine e delicato umorismo che sfocia in una sottile ed amara ironia; ma sempre composta e contenuta, senza mai cadere nello smarrimento e nell’agitazione, semmai in un pathos di malinconia struggente nel descrivere il personaggio; quasi lo succhiasse con gli occhi, quasi a volerlo cullare, egli lo fa rivivere come in un rito, lo immortala come in una liturgia, rilevandone la peculiarità, l’eccezionalità.
Il personaggio emerge dalle sue ceneri, dalle lunghe ombre del passato, vivo che puoi toccarlo con mano, vivo che puoi sentirne il respiro e l’odore, vivo che puoi vederlo, familiare e sovrano, luminoso attraverso la nebbia del tempo e della sua epoca.
Il Camerota sa come toccare il cuore e farlo vibrare col palpito del passato, col cuore dei suoi antenati, gente che fu prima di noi, che visse nello stesso paese, che camminò nelle sue stesse vie, ed ebbe idee, passioni, affetti, vizi. E sembra una eternità il suo tempo se paragonato al nostro, supertecnologico.
«In paese, ’u nutaru era soltanto lui; per l’altro bisognava aggiungere tanto di cognome se ci si voleva far capire. Da giovane e senza quella pinguedine dovette essere un bell’uomo; la pancia, comunque, non lo rese mai goffo: egli la portava con una certa eleganza e, direi, con sussiego. Del resto mi è difficile immaginarlo senza di essa, ché sarebbe come pensare al Padreterno senza la barba. Allegro e stravagante, arrivava al circolo Trabia annunciandosi col suo vocione da tenore raffreddato che gli gorgogliava nella pappagorgia; sprofondava nel divano con un tonfo sordo e divaricava le gambe da putto gigante…»
«Se nevicava o tirava vento di tramontana, per premunirsi maggiormente dal freddo, aggiungeva a tutto quel po’ po’ di roba due borse di acqua calda: una per ogni tasca dell’ampia giacca. Quando ne tirava fuori qualcuna per scaldarsi le mani, insieme con essa venivano fuori ceci abbrustoliti, noccioline americane, bicarbonato ed altro ancora; a volte anche qualche certificato catastale che egli si affrettava a recuperare…» «Negli ultimi anni della sua vita non parlava d’altro; arrivava al circolo col progetto della tomba sotto il braccio e chiedeva pareri e consensi» «Ogni anno per il 2 Novembre mi soffermo davanti la sua tomba; dalla lapide egli guarda col suo sorriso intelligente e bonario. “O viventi, noi che sentiamo, a stilla a stilla, le vostre lacrime, una prece nel Signore” recita l’epitaffio.» (’U nutaru Barcellona).
«Al circolo Trabia lo chiamavano “’U Magnu” forse perché era il grande dei fratelli; io penso che egli meritasse un qualcosa di quell’attributo tanto impegnativo, se non altro per il suo comportamento austero, dignitoso e garbato ad un tempo, e per la sua signorilità d’antico stampo. Portava la barba a pizzo e un bastone sempre appeso all’avambraccio… Si sedeva accanto al braciere, accavallava le gambe… Mentre parlava tirava fuori la pipa di terracotta… C’era nei suoi gesti come una solennità antica, quasi rituale… Quando tutto era pronto, tirava dalla tasca gli zolfanelli mentre la lunga pipa ricurva gli penzolava all’angolo della bocca, parallelamente al pizzo. A questo punto si potrà pensare che egli l’accendesse…: macché!… Provava e riprovava tante volte… Ma quando meno me lo aspettavo… Nel frattempo le sue labbra si aprivano… Si spense a novantacinque anni, lentamente, come il fuoco della sua pipa, con la sua consueta discrezione che in vita l’aveva contraddistinto» (Lo zio Desiderio ’U Magnu).
«Piccoletto e nervoso, sprizzava vitalità da tutti i pori e scattava per un nonnulla… la sua aula… sembrava un “Vittoriale” in miniatura. Quasi sempre arrivava a scuola per primo. Fu il maestro di tanti che poi andavano fieri di essere stati alunni di “Don Micheli”… Durante il ventennio, il sabato fascista fu per lui come la domenica per il cristiano… Unò… duè… unò… duè; procedendo ora in avanti, ora all’indietro, o eseguendo dei saltelli per riguadagnare il passo, egli saettava la squadra col suo sguardo d’aquila, mentre la frangia del fez gli ondeggiava al vento: sembrava Leonida alle Termopili. Ma il suo furore littorio era solo epidermico; … Da grande e da collega … seduto su un muricciolo, egli rimpiangeva il passato … Quando morì … tirava un forte vento e diluviava: sembrava che la natura, sincronizzandosi con l’uomo, volesse siglarne la fine!» (Don Micheli).
In queste descrizioni non vedi lo spirito del personaggio aleggiare leggero e libero dalle pastoie del tempo e della carne, non vedi attraverso gli occhi dello scrittore, della sua fantasia rievocativa, uno spiffero di immortalità capace di suscitare sentimenti ed emozioni, fino direi quasi al mito? Per seguire il filo del nostro passato che si affonda in una cultura contadina ormai verso la totale estinzione e la cancellazione forse definitiva anche dai ricordi, e sentire vibrare il proprio animo davanti alla misteriosa casa di campagna dello zio dove spesso passava le sue vacanze estive, dello zio, uomo di fascino e di modi, e del profumo della campagna e della caccia, e delle vacanze estive con i muli carichi di roba, di bimbi e di gatti come se si traslocasse in terre lontane, «ciclica transumanza umana» del rito lungo e suggestivo della mietitura, della battitura dell’aia, della pesatura, della «spartenza», con tutti quei nomi che fanno venire la vertigine a chi li ha vissuti?
Non è forse la vita «un perenne lievitare di ciò che si è stati e di ciò che si è? Un rivivere in dimensioni sempre più ampie, come le onde provocate da un sasso nell’acqua?»
E non sono i racconti, tutti i suoi racconti, un inno a quest’età di piccoli eroi, alle prese con le piccole vicende della loro vita? Come quella tragica, tinta di giallo in «Funghi d’agosto», o sinistra e da brivido come ne «Il mulino maledetto», o pesante e cupa come ne «La tana del lupo», o amara di delusione come ne «La befana di Giuseppe», o liberatoria come in «Quel Natale di Calogero», o di amara provocazione come in «Buon Anno Venerina»?
Piccoli eroi con piccole gesta, fatti insignificanti muovono in un mondo quasi mitologico, fiero, primitivo? Non è nell’azione, nel gesto, nella vicenda il loro ritratto? Il loro carattere? Per questo io non distinguo il momento dei ritratti da quello dei racconti, nell’iter dello scrittore.
E non vediamo snodarsi come in un rosario di speranze e disillusioni una galleria di ritratti e di caratteri nel lungo racconto «Sara La Verza», quasi un piccolo romanzo, dove don Ciccio La Verza, ottant’anni, instancabile nel fare denari, lui che aveva cominciato «con le pezze nel culo», tormentato dal pensiero di dover lasciare al figlio Tano che «se la sarebbe fatta mangiare in un giorno»? Su questo nucleo centrale l’autore tesse il romanzo vero, la pura cronaca romanzata dove fanno le loro comparse veri personaggi paesani, non ultimo il parroco, furbo sfruttatore delle ambiguità della scommessa nata tra i soci del circolo. «La roba Don Ciccio la lascerà o non la lascerà a Tano?».
I personaggi gironzolano attorno alle loro malignità, alle loro piccole scommesse, alle loro furbizie, alle loro vanità, alla loro bellezza, alla loro magia, in una fantasmagoria di colori e di odori che partoriscono dai ricordi ormai appannati dal tempo e che ottengono effetto. E il raccontare con la consapevolezza della inutilità stessa del racconto, dei fatti che accadono, dalle parole che si dicono: tutto è futile e vano, e scorre in un mondo piccolo, mediocre, senza luci, senza amore, senza slanci, gretto. E l’autore ne è consapevole: la futilità è il sale della vita.
Il Camerota ci dà lezioni di vita e di civiltà quando nei racconti e nei ritratti esprime in modo chiaro e inequivocabile il suo disprezzo per i regimi autoritari, nel caso specifico per la dittatura fascista, e, comunque, per tutto ciò che è tronfio e violento.
«Quindi, vociando, la spinsero fuori… ahimè, con il mio concorso, ed essa (la caldaia) rotolò nell’acciottolato con un fracasso veramente degno di quel regime! E scomparve come tutto il resto; di lì a poco anche i sogni gloria del Duce si sarebbero dileguati per sempre!» (La vuole la Patria).
«Soddisfatto e tronfio, novello Napoleone in sedicesimo, il segretario del Fascio se ne stava in prima fila, con le dita della destra infilate nel panciotto e la sinistra dietro la schiena: guardava le ordinate schiere mentre la banda intonava “Giovinezza”. Giuseppe slegò il pacco lentamente, con le mani che tremavano e assorto come se servisse messa. Grande fu la delusione sua nel vedere che dentro il pacco c’era una bella copia di ciò che indossava già: una divisa di balilla moschettiere. Certo più nuova, e ben stirata… La lasciò lì dov’era, sul tavolo, con un moto di stizza, mentre un groppo gli saliva alla gola; nell’aere grigio della sua fanciullezza, vedeva allontanarsi per sempre la Befana che, con un ghigno beffardo, lasciava dietro di sé una scia di fumose promesse!» (La Befana di Giuseppe). Vi può essere descrizione più dissacrante?
Ma anche il personaggio di ’u zzì Cicciu Barcellona, fascista lo era in superficie, nell’atteggiamento, a parole, perché nei fatti e nell’animo contraddice poi quella sua fede. Ma anche per don Micheli: «il suo furore littorio era solo epidermico perché in realtà fu uomo retto e rettilineo che non scese mai a compromessi con alcuno né ad alcuno mai fece del male…».
Una visione chiara di ciò che dovrebbe essere la società e la politica, una grande sensibilità di uomo libero e senza ambiguità, la sua: che è dote davvero rara.
Mario Ricotta