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Mario Ricotta

Arte · Saggio · 1 Settembre 1987

Il racconto di un pittore


La mostra

Personale di Carmelo Mantio

Carmelo Mantio

Paesaggi, laghi e rive solitarie: il pregio della semplicità, senza conflitti e senza tensioni.

Catalogo della mostra, locali della Pro Loco, piazza Umberto, Mussomeli, 1-8 settembre 1987

«L’Aurora non si distingue dal tramonto, né la foce del fiume dal suo sbocco.»

L’Aurora non si distingue dal tramonto, né la foce del fiume dal suo sbocco.

I colori dell’aurora-tramonto e il fluire nei due sensi del fiume, però, non ci rivelano una personalità tormentata e complessa.

Il nostro autore non conosce i conflitti profondi, né si avventura negli insondabili labirinti umani.

Egli accarezza con infantile innocenza i paesaggi che dipinge. Ogni suo quadro sfiora la realtà, non pretende di risolvere altro da ciò che appare.

Potrebbe sembrare una grave manchevolezza, invece è un pregio. È il pregio della semplicità e della chiarezza.

E se a volte ci rivela una tristezza lo fa con grazia, con discrezione, non vi si sofferma.

A lui, ripetiamo, interessa raffigurare il bello, quello che appare, quello che ci colpisce e ci attrae.

I laghi, le rive solitarie, i cieli, i paesaggi campestri, e i percorsi dei fiumi e dei viali verso sbocchi senza confini e perciò senza sbocchi e senza sorgenti, in un degradare di colori dolci in tenue sfumature, continuamente cangianti (tranne qualche quadro) stimolano sentimenti soffusi di dolce malinconia, come un canto materno di nenia in una serata d’estate campestre o in una sera d’inverno, accanto al focolare domestico.

I colori, che suscitano tali sentimenti, si confondono poi con essi in un miscuglio indistinguibile.

Le opere del Mantio sanno riempire i vuoti delle stanze: ogni spazio di parete può essere occupato, ogni angolo addolcito.

Vi è come un’armonia tra il colore del cielo e delle acque, tale da diventare un unico elemento come il colore oro del cielo che si continua nel mare in «barche a riposo».

È un’intesa piena di colori che si adattano alle forme. Queste non appaiono, pertanto, ben definibili ma si allungano e si compenetrano in contorni sfumati e talora in assenza di contorni delimitabili.

E mentre il colore marrone viene utilizzato in tutti i quadri, con risultati soddisfacenti, il cielo talora si presenta in tinte sfumate, in colori evanescenti, come il celestino con qualche nuvoletta bianca che fiorisce in una rosa più lontano, e il mare, i fiumi, i laghi ne sono una continuazione o una imitazione.

Noi, che veniamo dalle acque e dall’aria, proviamo questo sentimento di partecipazione del bello come possesso dello sguardo, come impressione nella memoria.

È il tentativo di un pittore semplice e candido che sconosce le grandi scuole e gli svolgimenti storici artistici e letterari, e pertanto ci trasmette queste sue sensazioni come un gioco di bambini.

È una proposta del bello, del sereno, della pace, e non della ricerca affannosa della pace, del sereno e del bello che non tocca l’animo del nostro.

I vari aspetti campestri nelle diverse stagioni, e nelle diverse angolazioni, le case solitarie, i sentieri e le rive con barche in secca, gli alberi scheletrici, i fiumi che scorrono nelle due direzioni, o forse non scorrono, i cieli e i mari non trasmettono il vuoto e la solitudine, semmai mestizia e pace, non sconforto e problema ma quiete e risposta.

E non troviamo nemmeno l’intensità viva del giorno pieno, la luminosità accecante di un meriggio, ma atmosfere lunari senza luna, crepuscoli di soli pallidi, a volte di soli di latta, tranne in qualche raro quadro, ombre tiepide e macchie.

Non ci sono perciò tensioni, inquietudini.

L’autore si accontenta di quel poco che può avere, l’assapora e non si chiede che cosa c’è sotto, ai margini di quello che ha.

A lui interessa l’immagine che carezzi gli occhi, il colore che faccia divagare la mente.

Questi sono i lavori di un autore che dipinge da sempre e che da circa 7-8 anni lo fa in modo costante. Egli ha già effettuato mostre a Sutera nel 1984 e a Licata nel 1985.

Mario Ricotta


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