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Mario Ricotta

Arte · Prefazione

La grafica di Peppe Piccica: bianco e nero


La mostra

Mostra di grafica a Mussomeli

Peppe Piccica

Grafica in bianco e nero: vecchi, contadini e cortili di un paese che svanisce.

In occasione della mostra tenuta a Mussomeli

«Una vita senza colori? Egli però coglie la realtà nelle sue sfumature e nei suoi contorni.»

In occasione della mostra tenuta a Mussomeli. A Peppe Piccica.

Peppe Piccica ci propone la grafica: bianco e nero.

Una vita senza colori? Egli però coglie la realtà nelle sue sfumature e nei suoi contorni e riesce ad esprimere una lirica di un mondo semplice, di contadini in congedo dal tempo, ormai storia, di pietre mute, di mitici paesaggi di sogno, di magica religiosità. Ma al di là e sotto tale apparente semplificazione vi possiamo scorgere un animo complesso e per certi sensi contraddittorio. Tale contraddizione è positiva, opera e produce. Il nostro mondo tecnicizzato contrasta col sentimento dell’artista. L’effetto è inevitabile.

Più in dettaglio, risaltano i corpi appesantiti, gravi, i volti stanchi, rassegnati o sereni, a seconda dei punti di vista, nelle «Due Vecchiette». È un trascinarsi inconsapevole della vita, non slancio, non fretta, uno stare a guardare senza agire. È una staticità anche nell’atto del camminare, un realismo quasi nudo, fotografico quale riscontreremo in tutte le opere del Piccica, anche nella produzione più recente. Nella «Za Cuncetta» notiamo la solitudine di un pomeriggio assolato in una caratteristica scalinata di Mussomeli. La vecchia con la lente che legge dirimpetto alla sua casa. Non meno interessante «Vecchia davanti la porta». Queste due grafiche ci danno il senso di una struggente nostalgia di un passato di infanzia. Caratteristico il vecchio veduto di spalle, sulla via acciottolata di fronte alla chiesa di S. Domenico, chiesa di Mussomeli. Un andare verso la morte o verso Dio. Ricordi fissati nella mente e immortalati sulla carta in «Contadini al lavoro». È come un tentativo di cercare di trattenere nei ricordi un mondo che svanisce irreversibilmente. La «Conversazione dei tre vecchi» è una affettuosa visione verso il basso, come qualcuno che guardi da lontano, dall’alto. I tre vecchi, quasi sovrastati dal tempo, accennano ad un movimento dialettico, impotente ed insignificante. La coppola e il bastone rispettivamente simboli inseparabili della sicilianità e della vecchiaia. In «I due contadini dal ritorno della campagna» viene raccontata la storia e la fiaba che molti di noi hanno vissuto. La stanchezza assolata sovrasta tutto. Gioco delle ombre. Pomeriggio. Sogno. Volti tesi come un tentativo non riuscito di sorriso nella «Za Vincenzina» o in «Bambina». Disprezzo e grottesco nel volto del confratello nei «Confrati N. 2», come un doppio racconto: desiderio infantile di una religiosità popolare, rifiuto della stessa religiosità.

Nel «Tammurinaru» un vecchio suona mentre sale le scale. Ironia dell’ottimismo? Risalta il contrasto fra una tradizione rappresentata dall’uomo vecchio col tamburo, attaccato alle sue radici, e le scritte dei tifosi sui muri. Ad una civiltà di riti, di mito, di paesaggi fiabeschi, assolati, silenti, di movimenti alla moviola, di lenta gestualità, di una istintività calcolata, quasi immobile, raccontata come epopea e che vuole essere storia, si contrappone la nostra accelerata, veloce, frenetica, tecnicizzata, quasi programmata. In «Lampione davanti S. Domenico» l’amore per il suo paese si traduce, invece, in una visione dal basso, come un tentativo di librarsi verso il cielo. Forse una domanda. In «Cortile N. 1», nuovo tentativo verso l’alto. Una libertà più circoscritta. Bisogno d’Assoluto. Come un prigioniero attraverso le grate. L’utopia della libertà. In «Cortile N. 2» lo spazio è ancora più stretto. Slancio sempre più difficile. Assoluto irraggiungibile.

Autobiografici sono gli interni dei due studi: disordine, caoticità, malessere di vivere, di sapere sessantottesco in «Interno del mio studio N. 1». Libri, riviste, divieti, candele consumate, quindi matite in quantità. Un disordine malato, quasi ossessivo. Alienazione che sembra contrastare (contrasto apparente) con «L’interno del mio studio N. 2». Studio spoglio: chitarra (musica), vino (festa), luce (lampada a petrolio), l’arte (un quadro), la cultura (libri), la morte (teschio) all’angolo. È il vuoto interiore proiettato nel vuoto dello studio che tenta di coprire inutilmente nelle pareti e nelle travi del soffitto?

Abbondanza e vuoto: due aspetti dell’angoscia? L’autore tenta il superamento di tale condizione in «Antico rifugio di contadini», nella ricerca del primitivo. Sereno rifugio. Sogno, grembo materno, sicurezza. Non dubbio sebbene ci sia buio. Molto bella la grafica del «Bambino» triste, pensieroso, che tiene ben stretto il carrozzone tra le dita. Sembra in una posizione fetale, di riflessione e di solitudine, di grande tristezza. Contatto con sé stesso (proiezione di sé?), contatto circolare del corpo. Di pari bellezza è «Il contadino» in rassegnata attesa, dita incrociate, inoperose; gambe accavallate, di riposo. Sguardo perduto, lontano. Labbra serrate, disillusione. Da questo rapido sguardo di alcune grafiche esposte nella riuscitissima mostra tenuta a Mussomeli, possiamo senz’altro dedurre che il Piccica presenta notevoli qualità artistiche, capace di farci rivivere nelle sue suggestive grafiche emozioni che avevamo dimenticato. Tali qualità sono state confermate, anzi superate nella recentissima mostra tenuta a Sutera.

Mario Ricotta


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