Poesia · Saggio · 1 Gennaio 1997
La poesia di Tonino Calà
Il libro
Il viaggio
Tonino Calà
Liriche di solitudine e di cosmo: il viaggio dentro di sé fino alla luce del giorno.
ila palma, 1997 (pp. 99-103)
«Il poeta sta bene nella sua solitudine e la rivendica, gode nel dubbio e lo cerca per tormentarsene»: lettura di un libro di liriche fra solitudine, cosmo e maschere.
«Respiro la salsedine e dò respiro al mondo, / mi è testimone Dio di tanta pace» (Lo scoglio).
Il poeta dà respiro al mondo e tutto si respira e tutto si illumina in una pace così intensa che chiama a testimone Dio stesso.
«E l’Individuo si è fatto uomo / nell’arcano moto della Notte… / Vento soffiato dell’anima… / Angelo decaduto e asceso in paradiso. / E abbraccia con affetto il bambino che era. / È questa l’alba dell’onore nata dalla crudeltà della notte» (L’Individuo).
Solo attraverso la notte della conoscenza di sé si può diventare finalmente uomini, conquistare la luce del giorno, liberarsi dal «drago che mi divora».
Conoscenza di sé fino all’esaltazione della solitudine estrema, fino a scomparire nell’acqua profonda dell’oceano e morire in carne e anima del passato, perdere la propria identità e la propria maschera e riapparire rinato a vita nuova, con una nuova pelle, con un’altra identità libera dalla materialità, dalla meschinità, dai conflitti, dal dolore, con ali leggere che sanno librarsi in volo con il soffio creativo dell’arte, nella fantasia senza limiti.
Dal buio freddo della notte fino alla luce del sole: «Ho lavato il mio corpo / nelle profonde acque dell’oceano / nella più totale delle solitudini…» / «Ho attraversato la mia solitudine / da parte a parte / senza scampo» (Il viaggio). La solitudine nasce dal ripiegamento in se stesso, dallo scavo dentro di sé, doloroso e inquietante, dalle rimuginazioni implacabili, dai problematismi che non sembrano avere sbocchi. Come una lunga e spietata analisi che pone a setaccio ogni pensiero, ogni sguardo, ogni movimento dell’anima, che scompone e ricompone nella sua desolante verità il doloroso quanto difficile mestiere di vivere.
Ma ci sono momenti in cui l’occhio — e la mente — del poeta osserva attonito, assorto in uno stupore esaltante: «Respiro profondo del cosmo / la risacca sullo scoglio» (Cos’è l’amore).
E l’anima si perde, stordita, nella vastità degli spazi siderali.
L’anima del poeta si immedesima nell’anima viva del cosmo.
«Corpi caldi e vivi del moto / arcano mito rigenerato / nei suoni contemplati delle galassie / strazio di esistenze sospese…» (Vita astrale).
Il suono dell’esplosione primordiale si ripete, infinito e incessante, si autoalimenta e diventa «strazio di esistenze sospese». L’universo vive nello strazio del suo stesso esistere.
Ma se il poeta si distacca dall’afflato mistico cosmico e passa in rassegna la complessità umana nel suo presente e nella sua storia allora è costretto a fare i conti con le sue maschere, le sue contraddizioni, le mille frantumazioni, i paradossi, le ingiustizie, la rabbia.
E in questo labirinto cerca «l’uomo che non c’è». Fin dalle sue origini l’uomo si cerca. La sua esistenza consiste in questo suo cercarsi.
«Buttiamo via / gli abiti scontati / di una società inorgoglita: / smarrita è la strada!» (Gioco di società).
«E cerco l’uomo che non c’è / nella sparuta anonimia / di volti frantumati» (L’anno che va).
È innanzitutto la finzione che inautentica ogni cosa e nasce il rito inevitabile. «Pellicce e abiti della finzione / nelle trasferte del rito…» (Ossimoro). È la violenza che fa parte integrante ed è la vita stessa: «Strade viziate dal desiderio / violenta è la vita nel suo esistere» (L’arte di vivere). Per cui «poveri diavoli alla ricerca del paradiso perduto» sono «gli imbecilli della terra che non conoscono l’amore dell’uomo» (Umorismo). È l’eterno mito delle religioni per l’uomo incapace d’amare. Attraverso l’ipocrisia dell’umanità intera il poeta scopre, prende piena consapevolezza della propria ipocrisia, della propria immancabile maschera, «del proprio essere pagliaccio», del proprio essere quello che non vorrebbe essere, per ritornare alla sua infanzia, per cullarsi, per darsi una carezza, per trovare i modi di volersi bene.
«Accarèzzati mio poeta / fatti le premure / che nessuno ti ha dato. / Tenera è la Notte!…» / «Perché limitarsi alla terra / quando esiste il cielo?» (Poeta).
Evanescenti figure di donne appaiono nei ricordi: «…Si chiamava Margherita / ma il suo nome non ha alcuna importanza» (Margherita); che può limitarsi ad un incontro, ad un’immagine rubata, improvvisa come un fulmine: «Fulmineo il tuo candore / di una foto scattata a distanza / grazie amica!» (Estasi). O si presenta enigmatica e tormentata: «Occhioni scuri ed intensi / nella notte di Atene / forse la dea del mito / dai tanti misteri impenetrabili?» (La conciliazione).
Oppure si tratta di apparizione che riposa in un morbido sospiro: «…Non saprei dire se l’età del tuo sorriso / o gli occhi verdi del tuo essere…» (Per una donna). «…di un essere che non parla e sorride / con un velo di tristezza negli occhi…» (Maria). O una sensazione di torbido equivoco: «Intimi / più degli amanti» (Una notte di settembre). Oppure figura da sogno o in dormiveglia: «Chi sei tu? / figura leggiadra / dalle labbra rosse / fugace, bella, sospirosa. / Gli ultimi respiri affannati / si spengono / nel bosco delle parole: / morbida, pigra, soave» (Un canto per chi non sa).
O un momento tragico: «Incontro finale / tra amanti che non s’amano / rose appassite / dalla morte dell’indifferenza.» (Incontro finale).
Ma l’uomo (e il poeta in particolare), ha bisogno di guardare al di là di tutto ciò, per dare una risposta forte «in questa realtà di fedeli a buon mercato», per conoscere la ragione delle ragioni, il punto primo. E se la pietra diventa anima e spirito, costruzione «sul pianoro esteso», «luce infinita» nell’immensità luminosa, «quadrato della ragione» nel sogno dell’utopia, «nella follia della gloria», il sentimento può lacrimare e può diventare «anima scavata nella roccia», allora la divinità può aleggiare e farsi presente e il cielo e la terra possono toccarsi e compenetrarsi.
Il ritmo del verso a volte sembra ansimare, affranto, come se avesse bruciato tutto l’ossigeno a sua disposizione e si spezza per dar posto ad un altro ritmo che si compone e si scompone, quasi in antitesi o in parallelo o si scioglie nel puro suono. Ne nascono suggestioni di piacevole sgradevolezza.
Il poeta rifiuta una realtà che gli appare incomprensibile e seducente nello stesso tempo, si estranea e si macera, si sente escluso, ma da qui nasce il suo amore verso le piccole cose della vita, verso i piccoli movimenti delle cose: rifiuto e apprezzamento - desolazione e rivincita - maschera e ammirazione - dolore e provocazione.
Il poeta sta bene nella sua solitudine e la rivendica, gode nel dubbio e lo cerca per tormentarsene, come a riempire la nullità della vita, il vuoto dei giorni, la noia dell’esistere. Eppure: «Il fascino della vita mi prende / rapina d’amore che supera le paure».
Mario Ricotta