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Mario Ricotta

Arte · Saggio · 6 Settembre 1987

Mussomeli: un’altra fiaba e un’altra storia che è la stessa fiaba e la stessa storia


La mostra

Incontri culturali 1987

Carmelo Castiglione

Fotografia, pittura, grafica e pirografia: un paese e i suoi mestieri, prima che sparissero.

Catalogo della mostra, Comune di Mussomeli, via Palermo 20, 6-15 settembre 1987

«In queste carte che forse un giorno sbiadiranno, si respira polvere, ma polvere luminosa.»

Amore per questo paese, per questa terra, nel suo passato, nel suo presente si coglie attraverso le testimonianze fotografiche, pittoriche, grafiche, di pirografia che il signor Castiglione custodisce gelosamente.

Un sentimento di mestizia e di nostalgia si prova alla ricerca delle proprie radici.

Si dice che le immagini, specie le immagini visive — le immagini non sono solo visive — aggrediscono e se non aggrediscono, provocano.

Le suddette testimonianze, perciò, suscitano sentimenti di struggente nostalgia, di infinita dolcezza, forse di affettuoso rimpianto.

Esse, registro di una scena in continua trasformazione, attori in gesti sospesi e inutili, in attesa di un nuovo alito per rianimarsi e rivivere, vicende povere, forse fiabe.

Al di là dell’atto individuale, pur non spontaneo della posa fotografica o elaborato dallo schizzo dell’artigiano, tali immagini testimoniano un’epoca, raccontano un tempo, il nostro tempo.

Le fotografie documentano fedelmente vari aspetti in trasformazione permanente ed irreversibile della storia architettonica di Mussomeli e i suoi dintorni: Piazza Manfredi, Piazza Roma con la fontana ormai mitica del Nettuno, la vecchia via Palermo, vari quartieri, l’aspetto paesaggistico dei dintorni, le vecchie strade, il mulino ad acqua di cui rimangono ancora tracce.

Se altra fosse stata la nostra sensibilità, se diversi i nostri interessi, ora avremmo potuto offrire ai nostri figli e a tutti un gioiello di architettura medioevale. Come già più sopra accennato, viene raccontato l’aspetto in continua trasformazione dei dintorni di Mussomeli, di beni culturali sconosciuti alla quasi totalità dei cittadini, del nostro eterno castello, tema ricorrente e quasi ossessivo in numerosi lavori di mussomelesi ed oltre, emblema permanente, simbolo che sta in qualche parte del nostro inconscio collettivo come la madre e come la chiesa, ma anche tracce meno ambiziose come il torchio per l’uva, i palmenti, le grotte e via via fino a coinvolgere in questa raccolta beni culturali di paesi vicini, ma anche storia dei nostri costumi, moda e divertimento in senso stretto, vita di ogni giorno nei campi: mietitura, aratura, semina, pesatura, e quindi i mestieri di una volta (calzolaio, sarto, iurnatara, etc.) ed oggetti vari che si usavano un tempo: pentole di creta, lume ad olio, cucina a legna.

Tutta la produzione del Castiglione inquadra oggetti, usi, lavoro, mestieri, vita di un tempo, quartieri e strade di una volta, ormai murati nella crosta impenetrabile della memoria che dimentica.

Le vicende che si raccontano in quel gesto, in quell’attimo, in quel posto, in quella circostanza, non sono più vicende di quell’individuo o di quella famiglia, ma essi assurgono a simbolo di una vicenda, di una immagine, di una intera epoca…

In queste carte che forse un giorno sbiadiranno, si respira polvere, ma polvere luminosa; ci si immerge nella densa nebbia del passato trafitta dalle immagini, che producono sensazioni sulla caducità di ogni cosa, specie delle cose povere, sentimenti indefiniti di nostalgia.

Si prende energia della propria fonte, che sfocia da altra fonte e così senza fine, alle proprie radici che sono a loro volta foglie e rami e tronco di altre radici più lontane, a loro volta chioma e tronco di altre radici ancora più lontane.

Con mano delicata e carezzevole, con occhio pronto e attento del fotografo o del pirografista egli si posa su tanti aspetti umili di una cultura impastata di superstizioni, di religiosità popolare, di pensieri magici, di cose innocenti, di infanzia illimitata.

Il Castiglione ci offre due rarissimi esempi di pittura: quello che io definirei Sicilia-Paradiso. Il paradiso terrestre-Sicilia incontaminata o meglio la Sicilia come immagine e rilevazione di un paradiso sognato nell’infanzia: il giardino innocente nelle percezioni del bambino quando le cose assumono contorni non ben delimitati, limiti sfumati nell’immaginazione.

L’altro quadro è una continuazione narrativa del primo. Si tratta dell’incontro con una pastorella nel paradiso terrestre. È il racconto di una vicenda personale dell’infanzia: l’incontro frequente con una pastorella nella campagna dei dintorni di Mussomeli.

La semplicità quasi elementare dei disegni, la vivacità dei colori, la luminosità dell’immagine ci proiettano in un’atmosfera da fiaba.

Gli stessi temi della fotografia, come abbiamo visto, si ripetono nella grafica e si ripeteranno nella pirografia. Gli stessi temi trattati da diverse angolature rivelano una grande sensibilità e un grande legame alla propria terra nel suo autore.

Vi riscopriamo, in più, testimonianze non documentate da fotografia alcuna come la vecchia torre dell’orologio che il Castiglione ha tratteggiato ricostruendola sulla scorta di descrizioni fattene da altri.

La storia architettonica e quella della religiosità sono i temi dominanti con uno studio più elaborato ma con serenità quasi con dolcezza: pastorizia, masseria agricola, pesatura, bacchiatura delle olive, carrettiere, agliaro, maidda unni si impasta u’ pani, cannizzu di granu, lavandaia, lu pagliaru, maternità, piccolo rifugio in gesso (cubuluni), riparo in pietra a secco, u’ stagnataru, baccaredda, pignata di ramu, cucina a cufularu, mafiusu, mulinu ad acqua, raccolta di fichidindia, spartura di l’aria. In quest’ultimo tema vediamo il mezzadro nel desolante aspetto dell’attesa della prossima, iniqua divisione del frutto del suo lavoro.

Dal ’68 il Castiglione si dedica all’arte della pirografia. Scene di vita d’altri tempi assumono voce in disegni lineari, sereni, incisi a mezzo pirografo su legno di pioppo o cipresso.

Si tratta di preziose opere di artigianato che affrontano sempre i soliti temi. È una dolce ripetizione come una melodia a più voci come nella fotografia e nella grafica.

Il racconto, per lo più si realizza con scene di vita campestre (mietitura, pesatura), o di lavoro di artigianato o di mestieri ormai scomparsi o di paesaggi attorno al nostro paese, di edifici o quartieri dello stesso (vecchia torre dell’orologio) nella sua storia, o sprazzi di vera storia mussomelese: donna di S. Elisabetta con la brocca in testa, che ci trasferisce agli anni ’30-’40 quando i cittadini di S. Elisabetta migrarono a Mussomeli in cerca di lavoro e che per lo più venivano assunti come braccianti agricoli, oppure l’occupazione delle terre.

Sono linee delicate, tracciate con maestria, con la partecipazione di chi racconta un’avventura da protagonista per imprimerla e non farla dimenticare.

Esse sono frutto di una laboriosa e costante esercitazione di anni. E pertanto rivelano la mano di un casellatore tenace e solitario.

Molti aspetti di tali opere di pregiato artigianato sono curati nei particolari a volte esuberanti, con qualche virtuosismo, ma per lo più si snodano, come ho già detto, in linee semplici, delicate, sottili, senza ricercatezze.

Anche noi raccontiamo la nostra epopea.

Un nostro timido e solitario concittadino ci trasmette attraverso la sua produzione, un’epoca e le sue tracce.

Diversi anni si condensano in un abbraccio di sguardo e di memoria.

In tale abbraccio si compendia una panoramica vasta di cose, di fatti, e di cultura che costruisce il nostro tempo.

Senza saperlo, nel candore disarmante della sua innocenza, il Castiglione ci offre una meravigliosa lezione di civiltà, di arte, di storia.

Egli ci apre uno squarcio sulla nostra coscienza, una luce sul nostro passato.

È davvero benefico e ristoratore il suo appassionato racconto. Ci ricreiamo…

Mario Ricotta


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