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Mario Ricotta

Poesia · Saggio

Per avere scoperto una grande poesia


Il libro

L’opera poetica

Carmelo Zaffora

Le raccolte di un poeta letto tutto insieme: la storia che si impietra, la donna, il mondo classico.

«Non c’è nello Zaffora un limite tra la vita e l’arte. Tutta la sua arte è vita e tutta la sua vita è arte.»

I versi scandiscono un ritmo inusuale di straordinaria intensità, scorrono con abilità miracolosa in una girandola di immagini tra senso e controsenso, sussulti di un teatro di uno scenario multicolore. Non è facile far ordine in questo mare di straordinaria produzione creativa.

Passano nella memoria del poeta, custode di uno scrigno preziosissimo, le immagini quasi improvvise di esperienze trascorse, di volti incontrati per caso, evidenti ed impercettibili segni, tracce evanescenti ma vive, ormai resti di una civiltà sepolta raccolti in un immenso museo e perennemente rivisitati, di azioni qualsiasi, di abitudini, di atti anche delinquenziali che diventano sorpresa, impressione, stupore. Si alternano e si insinuano prepotenti, creando effetto, nel mezzo del canto storico-mitico di un’epoca, la nostra epoca. Diventano, anzi, essi stessi materia, carne e linfa del proprio tempo, si alimentano della stessa inesauribile vicenda storica. Scandiscono i rintocchi modulati da una riflessione sofferta, attraverso cui filtrano le complesse dinamiche dell’umanità.

L’autore contiene la foga del racconto, l’impeto inebriante dell’invenzione in un ardimentoso esercizio di poderosa architettura. Si creano effetti paradossali tra incanto e disincanto, illusioni e disillusioni, un’atmosfera struggente e travolgente. Con una impareggiabile capacità di sintesi il poeta ci fa respirare davvero «l’eterno dilemma della storia» e riesce, anche in «Aurispicie», con abilità senza pari a tradurci la complessità e le sfaccettature della nostra epoca con tutti i risvolti culturali, tecnologici, politici, sociali, rivoluzionari o pseudorivoluzionari.

«Se l’uomo avesse la capacità di guardarsi indietro sarebbe perfetto» dice il poeta. L’eternità è sapere comprendere il passato per giocare tutto il proprio futuro. Ogni guerra è una nuova guerra. La grandiosa storia europea si impietra in lapidi e statue sparse in tutte le sue città, si cristallizza in tutte le sue commiserazioni, nelle sue date. La grandezza non ha bisogno di apologie. La storia dell’uomo, quindi, si imprigiona, si disanima nelle sue innumerevoli pietre e si eternizza e si vanifica.

All’opposto tematico pare porsi la raccolta di poesie «Impegno per un giorno», scritta il 15 Settembre del 1984, quindi in appena un giorno, a Catania. Paradossalmente identica è la prospettiva culturale. «Settembre è un mese senza grandi identità» ammette il poeta. In città si ha la possibilità di un incontro con le allucinazioni (alienazioni) quotidiane, della banalità del vivere. L’immenso grigiore della città, il preponderante quotidiano che è di tutti i tempi! (la storia non scritta e più vera).

Molti versi sono stati scritti in riva al mare. Qui si recepisce la confusione cosmopolita. Americani che vanno e vengono da padroni e ti considerano colonia: sono le bestemmie o le particolari parolacce. È un andare attraverso il tempo per rincorrere ancora Ulisse. «Conoscete un tipo di come Ulisse?» Non è l’Ulisse omerico, il mitico eroe, l’astuto tramatore di inganni, che affronta infinite peripezie, vincendo sulle calamità naturali, sfidando lo stesso potere degli dei; non è l’Ulisse dantesco, condannato alle pene eterne perché la sua curiosità, il suo insaziabile bisogno di conoscere lo ha portato ad infrangere regole e limiti inaccessibili. Forse quello antistorico di Joyce che capovolge le regole stesse della letteratura mondiale. Meno antiletterario però!

Non si tratta di semplice osservazione di una giornata qualunque in un ambiente qualunque, ma una acuta, penetrante ispezione nel profondo di tanta superficie, di rapporti effimeri, inutili, insignificanti ed ancora una volta inesorabilmente, forse pirandelliani tra maschere indossate e maschere addossate, ruoli occupati e ruoli vissuti.

È una giornata vissuta e riscritta come dei flash-back. (Tutta la poesia di Zaffora è a flash-back) come improvvise foto su vari aspetti, sotto diverse angolazioni, in una continuità narrativa fino alla evidenza de l’action painting. (Dipingere in azione. Creare improvvisamente sotto gli occhi di tutti). Ma ecco proprio la gioia di creare che invade il poeta dissolve la faticosa traversata della giornata in una transvolata di luce. Il poeta confida «scrivevo in ogni ora della giornata una poesia. Dopo, alla fine, sono stato pervaso da un senso liberatorio».

Immagini, sensazioni vive, sempre a flash-back, macchie, ma macchie colorate sono i versi che ci propone ne la «Finta Macchia». Vi è un accordo armonico tra ricordi infantili ed espressioni contemporanee. Sono vissuti di provincia, di donne di provincia. C’è la donna onnivora, possente, la donna siciliana, meridionale; mater in tutte le sue espressioni: a volte mediocre figura nella sua banalità quotidiana anche volgare, ma a volte la percepisci come se fosse un’unica, immensa figura snodabile e plasmabile oppure ombra gigantesca in perenne cambiamento. Ne senti l’odore, la fragranza, la carne, l’atteggiamento, l’azione, il gusto, il respiro, la voce, la vita, il gioco.

I versi a volte frenetici, a volte scintillanti, a volte sensuali, laborioso battere di parole, si incuneano nel corpo cavo del proprio vissuto e del proprio vivere. Il poeta, sbalordito, non può non rapportare la donna all’uomo e confrontarla. All’Uomo con la lettera maiuscola, interprete perenne di tale infinito mondo di donna. Canta la donna e vuole sentirla parte integrante. Appare evidente la difficoltà di rapporti, di scambi, di esistenza. La glorifica e la esalta e in realtà l’annienta. La umilia e la disprezza, in realtà la santifica.

I quadri si succedono crudi, giocosi, ironici, nostalgici, desiderosi, sensuali, crepuscolari, luminosi. Il poeta si sbizzarrisce davvero in mille pose, in mille colori. A volte la parola si fa quasi di plastica, di gomma e a volte è quasi un gioco d’artificio. La donna appare ancora (continua ad apparire) come continuità, non finitezza, come un gigante infinito. È la Cry, Archetipo, procreazione, dilemma, ordine e novità. All’improvviso ecco la frattura? Si fa fatica a seguire tra istantanee e contrappunti.

«Il dissenso anormale dell’essere poeti» diventa denuncia, impegno civile e sociale, provocazione e si affonda nelle mille sciagure dell’umanità contemporanea come la piaga della droga: «e molti sono i profanatori della magia nascosta / presa a volte per sorridere / e liberarla al cielo fatto con chiodi d’ombra. / Le ore possono contare qualcosa se qualcosa conta»…; o proiettare in un tempo ed in uno spazio infiniti una scena innocente.

Ogni fatto banale nell’arte di Zaffora assume dimensioni straordinarie. «L’una e le due di notte, dalla montagna si guardava sotto / l’ombelico nero dove il fiume lasciava i suoi carichi di terra.» «Lui era venuto dall’Anatolia, però portava sul viso un sorriso masai / Lui era un Baktiri, nipote di Ciro, parlava con dolcezza infinita, mentre suonava con le dita / le storie del deserto». Sono versi di infinita dolcezza.

«Non saltano grilli sulla neve». «Il pensiero eiaculato sulle labbra della vita / non ha due possibilità in una volta»; «che i vizi non hanno frontiere». In questa «dispersione giocata a dadi», «dispersione liberata»… «rinunci a quel vento / a quella strada che divide per non disperderti ancora». «Il rumore giungeva come una disperazione sottile».

Ma la poesia è un corpo di donna nudo con «la fica con fiori di bosco», «odore del sesso poetico» in «Dramma poetico» dove con vivide immaginazioni si racconta l’incredibile fiaba dell’arte. O «come unità inutile» in «Esplicare procedendo per tentativi». Tra Dio e verità, menzogne ed evanescenze, musiche ed ombre ci si confonde perché «sono colti i cieli dal collo dei puledri» e ancora «nessun mistero svela intimi stracci di verità. / Ancora nessuna favola è stata vera ai quattro angoli della sfera / dove picchiano differenti respiri / e l’urlo della fanciulla verde annuncia che i libri si devono bruciare perché la verità è distruzione!» I «differenti respiri» sono dissonanza melodica, rumori musicali, concerto scordato.

In «Turbe Lievi»: «Gli scivoli matti come / pavimenti a scacchiera / non sono che il dubbio. / Io sono un tipo dubitativo / e l’uomo cresce sulle sonate ineseguibili del sogno».

«Cosce di giada» si legge tutta d’un fiato. «Mattinata» è poesia dal palpito nerudiano, dal volo d’aquila. Di sapore classico «Peana», «Chiaroscuro», «Desire», «Marine blu di notte», «Diventa coltello l’andare», «Il vento ha un suono dolce», «Amore», l’ultima fase creativa dello Zaffora. Armonia della forma, dolcezza, forza espressiva dimostrano l’inesauribilità di un autore che sa suonare più tasti con una padronanza davvero eccezionale. È una rivisitazione originale del mondo classico, lo assapora e ce lo fa assaporare, ce lo presenta nella sua perenne attualità, ce lo fa respirare fino in fondo.

In tutta l’opera dello Zaffora, in effetti, è costante il richiamo al mondo classico, sorgente e approdo inesauribile, ancoraggio ancora valido, mondo mitico insostituibile. In questa stimolante lettura abbiamo vissuto brividi di emozioni forti, vertigini di cieli inusitati. Le parole scorrono come in una fuga di idee, come rapide immagini cinematografiche. È una architettura ardita, avvolte dalla costruzione quasi metallica, preziosamente metallica, con incardinamenti e coordinate davvero singolari.

Si gusta, davvero, la sgradevole piacevolezza del suono metallico, in un gioco e controgioco come uno sfarfallìo altisonante, come un turbinìo melodiosamente afono, un tono dolcemente atonale. È, ancora, il suono ritmico di un tamburo che produce note di violino: «Il dissenso anormale dell’essere poeta». È, quindi, poesia capace di sprazzi improvvisi, di salite e discese vertiginose, di salti pericolosi.

Riesce a fare materia di sé elementi della sua conoscenza, ad amalgamare cultura ed ispirazione, a rendere raffinata la sua spontaneità e spontanea la sua raffinatezza. Produce effetto di originalità autentica anche quanto sembra artefatta e costruita. Non è di facile comprensione, si coglie però l’essenza, crea interesse, stimola la curiosità, provoca emozioni.

Zaffora è consapevole dell’inutilità di ogni interrogazione, ma è consapevole altresì della necessità di tale inutile interrogazione. Ci squaderna il secolo in pochi versi incalzanti, ci propone la storia nel suo «eterno dilemma», ma anche nella verità delle abitudini e delle mediocrità dell’uomo, dei suoi vizi e dei suoi miti. Affonda il suo bisturi con lama affilata nella carne dolente della sofferenza umana, ma non si lacera, non si piega in rimuginazioni vuote, non si tormenta, la nobilita anzi, la sublima, la rende arte.

Nuovo profeta e nuovo vate del nostro secolo, denuda le mode, gli affarismi, i nuovi sofismi. Con occhio grande getta lo sguardo acuto nella sconfinata complessità umana: nei quattro punti cardinali è una marea umana nel comune destino che si agita invano con i suoi vizi, le sue virtù, i suoi clamori, il suo dolore. L’arte assume più che mai valore universale; diventa ponte di incontro, punto di riferimento, crea nuovo movimento, nuova vita.

Non c’è nello Zaffora un limite tra la vita e l’arte. Tutta la sua arte è vita e tutta la sua vita è arte. Carmelo Zaffora da poco ha cominciato a cimentarsi anche nella prosa, che appare veramente interessante e stimolante. Godiamoci la meravigliosa sorpresa di avere scoperto un nuovo vero poeta.

Mario Ricotta


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