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Mario Ricotta

Storia e memoria · Prefazione

Prefazione a «Sete di terra»


Il libro

Sete di terra. Cent’anni di lotte contadine: dall’Unità d’Italia alla riforma agraria in Sicilia

Carmelo Domenico Taibi

Cent’anni di lotte contadine nell’entroterra siciliano, dall’Unità alla riforma agraria.

youcanprint (pp. 5-9)

«La storia è il documento identitario di un popolo. Non conoscerla, addirittura cancellarla è una malattia grave come il deterioramento mentale dell’uomo che perde la sua memoria.»

La storia è il documento identitario di un popolo. Non conoscerla, addirittura cancellarla è una malattia grave come il deterioramento mentale dell’uomo che perde la sua memoria.

Non c’è futuro che non affondi le sue radici nel passato. C’è una storia universale dell’uomo dalle sue origini ai nostri giorni che racconta lo sviluppo sociale ed economico, le guerre, le conquiste e le sconfitte, la cultura attraverso cui si plasmano le genti. Non solo le vicende reali, i fatti, ma anche i miti e le leggende fanno parte di questa storia.

Abbiamo tracciato una linea di demarcazione tra la preistoria e la storia. Sono per noi familiari le storie degli antichi popoli del mediterraneo fino alla Grecia, fino all’Impero Romano che sintetizzando la cultura greco romana con il cristianesimo diventa la base, il punto di riferimento di tutta la storia dei popoli occidentali.

Abbiamo imparato che il più delle volte conosciamo la storia raccontata dal vincitore e, purtroppo, spesso la storia non è maestra di vita.

Le tante scoperte archeologiche moderne ci hanno costretto a riscrivere interi capitoli, ci hanno svelato segreti che sembravano inaccessibili, sepolti dalla coltre del tempo.

Ma la gente comune, la provincia e le periferie, esclusi dalla grande storia, hanno trovato ingresso nelle storie locali che, pur subendo l’influenza della storia generale, ne rappresentano l’ossatura, il perno. Le storie locali danno luce a chi non entra nella storia generale.

Possiamo raccontare come l’Europa ha vissuto la guerra mondiale, con l’ottica dei potenti, o con l’ottica della gente comune. È il tentativo che fa lo storico delle vicende locali.

È un tentativo di illuminare i fatti, i moti, le ansie, le leggi, le lotte, le conquiste di un popolo, di una categoria di persone lungo il percorso del tempo.

L’analisi dei fatti storici deve essere rigorosa, scientifica e obiettiva come una foto.

Lo storico che ricerca i fatti, che analizza freddamente i dati, che cerca di dare delle motivazioni non può, comunque, non partecipare emotivamente. La vicenda dell’acqua a Mussomeli, per esempio, pur essendo una cronaca nuda, assume spiegazioni e motivazioni diverse secondo lo storico che la racconta.

Taibi si cimenta in questa meravigliosa avventura, con una passione sicuramente tramandata dal nonno Carmelo che con le sue bellissime foto ci regala la vita degli agricoltori di un nostro vicino passato.

«Sete di terra» percorre il periodo che va dall’unità d’Italia fino ai nostri giorni. Sviscera un particolare aspetto della nostra storia, che ha rappresentato, però, per lungo tempo, gran parte dell’economia e dello sviluppo sociale del nostro territorio: la lotta dei contadini per raggiungere una riforma agraria giusta che rendesse dignitoso il loro lavoro. Era lotta per la sopravvivenza, lotta dei poveri, dei disperati che impegnavano tutto il giorno e tutte le stagioni nel lavoro duro della terra, senza ferie, senza conoscere cosa fosse il riposo, specie quando, prima dell’avvento della meccanizzazione agricola, ancora tutto il lavoro si fondava sugli animali e sull’uomo.

L’avventura raccontata da Taibi comincia ancor prima dell’unità d’Italia con il regno borbonico, la conquista di Garibaldi del Regno delle Due Sicilie, dal latifondo ai fasci siciliani, alla situazione prima della guerra mondiale, la bella époque trasportata nel nostro territorio, la prima guerra mondiale, il banditismo dopo la prima guerra mondiale, il periodo fascista, la guerra di mafia con la repressione a cura del Prefetto Mori che se ebbe degli indubbi successi pur tuttavia furono successi effimeri. La mafia non si combatte con la sola repressione ma necessita una cultura profonda, radicale, un mutamento del modo di essere e di pensare. La storia continua con la legislazione fascista in campo agrario, il periodo durante la Seconda guerra mondiale, l’arrivo degli americani, l’occupazione delle terre degli anni ’50, l’effetto della riforma agricola siciliana degli anni ’50, i dolorosi fatti del ’54, di cui parecchi storici si sono occupati, non ultimo Rino Messina, un magistrato in pensione. In quella occasione l’azione dello Stato ha imitato se non superato metodi mafiosi. Dei cittadini muoiono per una manifestazione pacifica dove si reclamava un atto di giustizia per l’acqua negata nonostante le bollette di pagamento recapitate alle famiglie e lo Stato, che ha già compiuto dei delitti, continua a compiere ancora crimini con i suoi tribunali e le sue forze dell’ordine. C’è mafia più grande di questa?

Taibi scorre con intelligenza e finezza il filo della storia, sintetizzando e citando le fonti storiche da cui attinge: da Giuseppe Sorge ad Angelo Barba, a Maria Sorce Cocuzza, a Giuseppe Sorce Fara, a Giacomo Cumbo, a Enzo Giardina, a Gero Di Francesco, con rispetto e gratitudine verso chi lo ha preceduto.

Il rigore delle sue ricerche viene filtrato dalla passione e dall’amore, con l’ansia di dire qualcosa di suo, con la consapevolezza della ineluttabilità dell’ingiustizia umana, dove traspare la giusta, sofferta, amara indignazione per la prepotenza e la scaltrezza del potente che sa sempre raggirare il più debole ma, nello stesso tempo, con il fervore e l’ambizione di volere raccontare le lotte, le rivendicazioni dei contadini con un avvicendarsi di regole, di leggi, a seconda del periodo storico. Atto di amore verso il suo popolo e la civiltà contadina!

Infine, il nostro racconta l’emergere di una nuova classe dirigente della Democrazia cristiana, con gli scontri interni, le lotte per il potere, fino a mani pulite, l’avvento di una nuova classe dirigente, l’effimero sviluppo degli anni 70-80 con un incremento dell’edilizia, con le rimesse degli emigranti, il crac della cassa rurale, la fondazione della banca popolare, fino ai nostri giorni. Uno sviluppo selvaggio, senza piano regolatore, una levitazione assurda dei prezzi delle quote di terra edificabili, senza una visione di futuro, di sviluppo, di progettualità e con una classe politica incolta, spesso connivente.

Eppure Taibi, nel tentativo di sviluppare un’altra storia che cerca di dare delle motivazioni non può, scriverà anche un diverso racconto rappresentato dalla nascita delle liste civiche, delle lotte pro loco per salvaguardare le zone archeologiche e dal fermento culturale di metà Novecento portato avanti da giovani intellettuali.

L’autore fa le sue amare considerazioni sulla violenza del potere, su tante giustizie negate, sulla inventività, sulla macchinazione dei più forti che sanno sempre sviluppare fatti, eventi per prevalere sui più deboli.

Non so se le valutazioni finali di Taibi circa una cittadina progredita, frutto delle lotte dei nostri antenati, corrisponda al vero e sia conciliabile con un territorio che si spopola, uno sviluppo mancato, una povertà dilagante e la cui unica alternativa è l’emigrazione.

Lo spopolamento, in fondo, è frutto di una politica ottusa di una Regione immobile, sprecona, negativa e di amministrazioni cittadine purtroppo impreparate o conniventi.

Davvero meritorio il richiamo del Taibi all’immagine pirografica «Mussomeli verso l’Europa» del nonno Carmelo Castiglione, con cui in vita io condividevo il suo amore per la storia del suo paese. Due fanciulli nudi guardano, attraverso le bifore del castello manfredonico, la nascita della comunità europea; il nostro futuro inevitabile. Ingenuità e debolezza secondo Taibi ma innocenza di chi crede aprirsi alla immensa comunità europea dal chiuso di un castello medioevale. Una immagine davvero suggestiva che riesce a sintetizzare quasi un millennio di storia. Mussomeli proiettato nella grande patria europea.

Castiglione ci tramanda con le sue foto i tempi struggenti di un passato della nostra storia. La mietitura, la «spartenza», la pesatura, la «spagliatura», il trasporto della paglia e la sgusciatura delle mandorle rappresentano, nel loro routinàrio susseguirsi durante le stagioni, momenti importanti della vita campestre.

Un trascorso, quindi, narrato attraverso le foto, le cui immagini suggestive e intense raccontano, più di tanti scritti, fatti ed eventi e che riescono a proiettarci, per noi che l’abbiamo vissuto, in quel mondo mitico e infelice nello stesso tempo.

Mario Ricotta


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