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Mario Ricotta

Narrativa · Prefazione · 1 Dicembre 2010

Presentazione di «Pranzo di Natale al buio»


Il libro

Pranzo di Natale al buio

Giuseppe Messina

Dieci sconosciuti a cena la notte di Natale, mentre il mondo sta per finire.

Edizioni Progetto Cultura 2003, dicembre 2010 (pp. 5-8)

«Siamo dei perfetti sconosciuti in attesa del baratro»: dieci estranei a cena la notte di Natale, e la fine del mondo che incombe sul racconto di ognuno.

In una atmosfera da fine del mondo, di catastrofe universale, si giocano sottili e oscuri intrighi della vita. Emergono solitudini incolmabili, sconfinatamene astruse. È come un gioco di specchi, di riflessi, di immagini perdute in un labirinto di prospettive e di inganni, di confessioni sincere e di memorie falsate. Come se la fine che si prospetta, cosmica e apocalittica, fosse l’unico contorno possibile, che diventa sostanza, in una ricerca tenebrosa di senso. Per iniziativa di Sal, dieci personaggi, incontrati per caso, sconosciuti gli uni agli altri, festeggiano, in una villa messa a disposizione dall’amico medico e psichiatra, la più bella festa dell’anno, il Natale come se fosse l’ultima festa e nello stesso tempo occasione di ritrovo, di struggente passato, di ricerca della propria identità, smarrita nel percorso tortuoso della propria esistenza. Evidente il contrasto tra la più bella festa dell’anno con gli auguri di circostanza, scambiati in una sacrestia dopo la messa notturna, i saluti ipocriti, gli usi paesani tante volte vissuti, che fanno parte del passato di ognuno di noi, e lo spettro di una fine incombente.

La trovata del racconto delle proprie vicissitudini nello svolgersi del banchetto natalizio è folgorante. Un modo per riempire il vuoto della celebrazione consumistica degli alimenti.

I dubbi ed i tormenti si avvicendano in un delirio comune.

Il racconto di ognuno si snoda nello stesso momento che i cibi passano descritti con cavillosità quasi maniacale.

Non sono bugie come più volte afferma l’autore, ma follie, che ognuno vive. O forse bugie e follie per l’autore hanno lo stesso significato. Allora bugia e verità non si oppongono. La follia è sintesi di verità profonde del proprio animo comunicate con la bugia! La storia umana è storia della sua follia. Non è follia il racconto di ognuno che tenta di mettere a nudo se stesso? È una doppia verità. Da una parte le confessioni sincere delle proprie ambiguità fino a raccontare le più intime debolezze e bassezze, dall’altra la convinzione dell’autore che si tratti di bugie. Di cui si è consapevoli!

Livio, un rompiscatole, ha preferito la solitudine per la sua voracità e spilorceria, la ricchezza agli affetti e alla famiglia. Il personaggio più antipatico tra i dieci, forse il più solo, l’unico non invitato.

Gianni il fotografo, attraverso la fotografia e il viaggio, tenta di uscire da se stesso e allontanarsi dalla propria vita. Dalla fuga alla passione, dal binocolo alla fotografia. «Angoscia ossessiva da cui guarire.» «Lotta interna tra quello che si è e quello che si vuol essere.»

Elisa incontrata al bar san Pietro, vittima di un marito violento che le ha rubato i sentimenti e infranto il sogno della vita, ha il coraggio di fuggire da lui alla riconquista della sua libertà.

Ilaria, incontrata in un negozio di addobbi natalizi, abbandona il lavoro di ricercatrice che considera solo una tortura per topi, per inseguire una vita inesistente, vissuta virtualmente attraverso la chat. Affetta da «shopping compulsivo», è una donna che ha perduto il senso della realtà. L’abbandono del marito, che non la riconosce più per sua moglie, è inevitabile. È costretta a intense cure farmacologiche e psicoterapiche. Il festone natalizio, collocato da Sal sulla porta di ingresso è il segno dell’incontro, un suo regalo.

Sara, addirittura racconta le sue dispercezioni, i suoi sdoppiamenti con personalità multiple, il suo rapporto di estraneità col mondo. Guarisce quasi miracolosamente.

Davide raggiunge la pace dei sensi dopo tante esperienze di sesso, senza il pungolo del sesso. Non attore ma spettatore della vita. Sembra riesumare Pirandello.

La storia di Hilde, breve ma efficace, racconta di un artista che aveva rinunziato a se stessa, alla sua creatività artistica per fare contento il marito, per avere con lui un difficile equilibrio, fino a quando, svegliatasi dal lungo torpore che le aveva tarpato le ali, decide di abbandonarlo e riprendere la sua attività. Le impellenze del suo spirito, la sua creatività alla fine hanno il sopravvento. Nell’intervallo dei racconti, l’autore ne approfitta per esprimere le sue opinioni sull’amore, sul sesso libero, sull’ordine, sulla famiglia, sulla mercificazione del sesso e della morte in televisione, su Dio. Una carrellata sulla società.

Raffaella, la vegetariana che porta con sé una valigia di cibi, intenta ad occuparsi della figlia della sorella come fosse sua, incontra l’amore con un’altra donna. I maschi finora conosciuti da lei erano o troppo sdolcinati o troppo volgari, non una via di mezzo. Ne approfitta per le sue valutazioni sulla dieta di solo erbe o sui cibi ogm che evita come la peste.

Nel finale del racconto a due tra il sognatore Sal e l’analizzatore Fabio, forse il mistero aleggia e sembra che il cerchio si chiuda per asfissiare o si apra per mostrare quanto profonda e inaccessibile sia la coscienza degli uomini. Sono l’uno la faccia opposta dell’altro. Eppure si completano quasi in simbiosi per superare la immensa solitudine negativa che non produce, per gettare uno sguardo più acuto e penetrante nelle faccende umane, per non soccombere «alle urla assordanti del silenzio» nella mancanza d’amore. E gettare una pietruzza nello stagno, piccola, insignificante, senza valore, ma necessaria e stimolante! La bugia del duetto indecifrabile è stata raccontata. Anche sognare e guardare dentro se stessi è una bugia.

La fine del mondo e l’incomunicabilità dell’uomo passano attraverso una cena tra sconosciuti, ripescati a caso da Sal nel gorgo della loro esistenza, della afflizione quotidiana. Siamo tutti degli sconosciuti, in balia del caso. È l’ignoto femminile che attira e sconvolge l’attenzione di Sal. Le donne fanno la differenza, personaggi centrali, molto più interessanti degli uomini, se si eccettuano Sal e il suo alter ego Fabio, la coscienza critica, anche per la professione che esercita. Sono descritti con dovizia di particolari, i visi, i corpi, i trucchi, i portamenti, i vestiti che indossano, le diverse espressioni, gli stati d’animo, i diversi momenti. Come se, in ognuna di esse, Sal avesse trovato tracce della donna ideale, quasi distribuita in ognuna. Anche loro sono sconosciute a se stesse!

Non è questo il paradigma della vita? Non è forse una cena tra sconosciuti? Ognuno di noi vive ed esperimenta ogni giorno l’altro che non conosce, che gli sta accanto.

Siamo dei perfetti sconosciuti in attesa del baratro, perduti tra i ricordi, tra le faccende quotidiane, nelle vane cerimonie per coprire il tempo, di cui il cibo e la sua preparazione ne sono un esempio. Dicendo bugie rivelano se stessi, nella falsità si illudono di vivere, una società pazza sull’orlo della morte.

Sono sazi ormai. La cena è un di più, il tempo atmosferico è ancora di neve. I personaggi piroettano sulla neve come trottole umane. Saltellano, nell’atmosfera incantata, densa di presagi, incomprensibile!

Il calendario è minaccioso. Non è un anno bisestile come si era convinto Sal.

Incombe su tutto la previsione di una catastrofe di uno scienziato «pazzo» che non è poi tanto pazzo se l’atmosfera non è più gelida e la neve non è più fredda e un chiarore improvviso, un rimbombo sembra ingoiare la terra e l’intera umanità. I destini della terra, con tutte le sue grandezze e i suoi delitti, le sue rovine e le sue virtù sono appesi ai rami di un albero vecchio, senza vita. O forse la catastrofe cosmica è il destino di ogni uomo incontrato per caso, compagno sconosciuto per una festa di Natale.

Il buio, i tramonti, i paesaggi sfuggono con la loro luce naturale e la loro meraviglia. E le telefonate ossessive di Sal alla famiglia lontana, in Canada, riecheggiano come un bisogno di concretezza e di affetto fino allo sfinimento.

Mario Ricotta


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