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Mario Ricotta

Narrativa · Recensione

Su «Il sale dei morti» dello scrittore Salvatore Falzone


Il libro

Il sale dei morti

Salvatore Falzone

Un romanzo di paese, fra i vivi e i morti che continuano a parlare.

È il ritorno nella terra di origine, e la valle del sale è l’emblema della morte e del raggiro ed è contraddizione ad un tempo, già fonte di vita e di lavoro, ora, dismessa, forse nasconde nel suo seno la sostanza del male, luogo del delitto possibile, del delitto che avviene.

Aleggia un’atmosfera cupa, una scia cattiva, assassina, un segreto maledetto. Tutta l’aria è impregnata di sospettosità, un malefico odore di smarrimento. Il pericolo incombe, un nemico sta sempre in agguato.

L’omicidio di un profugo, alloggiato con altri profughi in una struttura pubblica, messa a disposizione dal prefetto – per cui viene definito figlio del prefetto –, è l’incipit da cui prende inizio la ricerca. O forse no, l’inizio è già avvenuto prima dello stesso romanzo.

La ricerca, l’investigazione su un assassinio di un profugo, poeta e contadino, suscita emozioni profonde di solidarietà nel protagonista, medico ortopedico, ritornato dal nord nei luoghi della sua infanzia.

Mentre percorre la via del male, si confronta con la sua ombra, con i ricordi del suo passato, si specchia, immagine smarrita, nei meandri della sua psiche e contemporaneamente nelle traiettorie oscure della sua terra. Investigatore per necessità, investigatore per caso, lui che conosce la materia solida dell’ortopedia, si immerge nella fluidità del pensiero, del dubbio.

Figure arcaiche, mitizzate, come il pastore, uomo senza tempo, si stagliano in un paesaggio quasi cristallizzato dell’infanzia, nella liturgia del lavoro, nei gesti stanchi e solenni che richiamano l’infanzia perduta e sequestrata nella memoria, resa viva, accecante e opaca, nello stesso tempo.

Ci sono personaggi che emergono dal suo passato, immacolati, candidi, puri, e figure oscure, minacciose, che si muovono nell’ombra del potere, che manipolano ed escogitano crimini per mantenere il potere all’ombra della montagna di sale.

Fanno da cornice descrizioni calzanti e incisive della natura, del paesaggio, del tempo atmosferico che si confrontano con gli stati d’animo, con i momenti di attesa, di scelta, di riflessioni, di scandaglio del protagonista, che per caso ha accettato da un giornalista locale la candidatura a sindaco.

E il segreto sta nascosto nella borsa del prete Don Gaetano, nel contesto di una visita al museo tra due capolavori dell’arte, il quadro dell’Annunciata e il quadro del Trionfo della Morte che, su un cavallo scheletrico, impazza, galoppa e travolge ogni cosa, e un crocifisso di ignoto con l’espressione ambigua, che turba.

«L’artista ha colto l’esatto istante in cui quest’uomo non crede più a nulla, solo dolore e abbandono. Eppure vedo come un ghigno sul suo volto. Lo vede anche lei? Tra il naso e la bocca. Come un punto di comprensione. Sembra dire che neanche la morte è rilevante...»

«Se potessi spingere fino all’eresia. Direi che, sul piano artistico, il ghigno del cavallo e quello del Cristo si equivalgono».

La morte o la crudeltà della vita, l’innocenza o la pura malvagità! In quel ghigno sta racchiuso tutto e nulla. La divinità e l’animalità, perché «Tutto è marcio, tutto è morte».

«Marcia è la legge e chi la applica. Come vede, in questa tela non c’è spazio per la giustizia. La giustizia è altrove, la giustizia è Dio. Solo lui conta. Qui c’è solo vanità. Vanità e morte».

Tra documenti e foto, calcoli e disegni si dipana l’ingarbuglio, la criminalità in cui è coinvolto ogni uomo di potere. Di cui vittima è il profugo Yussef, ma anche altri esseri candidi, innocenti, i perdenti, di cui fanno parte anche i suoi genitori, non morti accidentalmente per un incidente, come sapeva, ma forse uccisi anche loro.

È un mondo inquietante, insicuro. La verità, la vicenda dei fatti appaiono chiari e forse no, ancora più oscuri, o forse la verità ha più di una faccia, è solo un delirio, una ipotesi.

L’ecomuseo della miniera accoglie e avvolge e trasforma ogni cosa. È il disegno del nulla, è l’apoteosi del male.

«Viva la vita e l’amore». Cosa dicevano i versi di Youssef? Ernesto pensava che l’istante in cui si perde ogni certezza è quello della vita. E l’auto girava e rigirava su se stessa.

Mario Ricotta


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