Arte · Saggio · 1 Gennaio 2009
Tra sogno e conflitto
La mostra
L’equilibrio dell’incertezza 2000-2009
Salvatore Ladduca
Pittura surrealista: figure oniriche, il dilemma del bene e del male, un grido contro l’ipocrisia.
Catalogo della mostra, Comune di Mussomeli, 2009
«Ci sono artisti che scelgono o forse sono costretti a scegliere di rimanere nell’ombra per un senso di pudore eccessivo.»
Ci sono artisti che scelgono o forse sono costretti a scegliere di rimanere nell’ombra per un senso di pudore eccessivo, come fosse una colpa cercare il riconoscimento degli altri o vanità il successo conseguente a una creazione artistica pienamente vissuta.
Salvatore Ladduca è uno di questi. La sua produzione che possiamo dividere in due tappe fondamentali che vanno dal 1983 al 1991 e dal 2005 al 2009, dopo un lungo intervallo improduttivo, è pressoché sconosciuta. È rimasto lontano dalla ribalta, schivo nella sua sofferta e sorprendente meditazione artistica. Non mostre, non critica, non schemi. Solo con i suoi fantasmi creativi.
Oggi a 49 anni, finalmente ha deciso di uscire allo scoperto, svelando a tutti le sue opere. Io lo conoscevo superficialmente e per sentito dire. Non avevo nemmeno l’idea della sua costituzione fisica. Eppure ho vissuto nello stesso paese, quasi fianco a fianco per anni.
Quando lontano questo artista dall’apparire vacuo di oggi, dai presunti artisti che cercano spasmodicamente il successo prima ancora di compiere l’opera.
Nella società del trionfo dell’apparire Salvatore Ladduca è uno schiaffo alla moda.
Nel biennio 1983/84 approda al surrealismo senza conoscere il movimento creato negli anni ’20 da Breton a Parigi sulla scia della psicoanalisi e di Freud che da dignità di realtà profonda al sogno che va interpretato, capace di svelare automatismi psichici, conflitti irrisolti.
E la psicoanalisi è sicuramente una chiave di lettura principe per capire le opere di Ladduca. Compresa la produzione più matura anche se le figure oniriche, vaporose, evanescenti lasciano il posto a figure solide, dai contorni più netti, dai limiti meglio definiti.
Il surreale è una modalità di interpretazione più profonda della stessa realtà. Far vedere ciò che non si vede, ma che è reale, più reale di ciò che si vede.
L’espressionismo che cogliamo in alcuni quadri dell’ultima ora, questo modo esasperato di rappresentare la realtà non supera mai definitivamente il surrealismo ma lo integra con un simbolismo mai ridondante, mai esagerato.
La storia artistica di questo autore, timido e introverso, è il tentativo appassionato di costruire l’uomo, o forse l’umanità smarrita, di dargli una identità.
Tra fughe nel futuro e un futuro diventato già passato, il quadro della situazione è lo strazio dei corpi buttati in un quadro osceno, quasi macabro, che incornicia lo zero assoluto dell’essere.
Ma ci sono quadri in cui la concretezza pittorica e la realtà formale materica prevalgono o quadri che raccontano momenti di pace («Tenero amore», «Sogno», «Momenti»). Sembrano di altro autore o forse vogliono essere un momento di pausa alle inquietudini che il nostro autore ha saputo instillare nell’animo del fruitore. Una ricerca di approdo, un rifugio. Magico e straordinariamente efficace si rivela il risvolto artistico capace di trasformare dolorosi fatti di cronaca in una leggerezza pittorica più che consolatoria («Ho visto Nino volare», «Il filo spezzato»).
Nella ricerca del proprio sé, del sé dell’uomo, del sé di una terra, l’autore si incontra e si scontra con l’eterno e mai risolto dilemma del bene e del male. Il dilemma che nessuna filosofia ha mai saputo risolvere. È il male a vincere, perché il fungo della bomba atomica sta alla luce e la fronda verde dell’albero invece è costretta nella oscurità della terra («Il rosso e il verde»).
Forse che nella storia non ha mai sempre vinto il male? Le stesse religioni si sono affermate con la forza delle armi («Il paradosso del tempio»), e la storia umana è una scia di sangue e di guerre, di distruzioni e soprafazioni, di ingiustizie e di falsificazioni. Il bene, quello autentico, è stato sempre costretto al silenzio, nel buio.
Allora non ci resta che strappare la materia (tela, cosa, carne) con le unghie ad artiglio. Forse nell’autodistruzione sta la più alta delle creazioni. Quelle unghie si incuneano nella carne, ne fanno brandelli. Ci rispecchiano e ci fanno orrore ed un tempo. Siamo noi quel quadro, ostili verso il mondo, ostili verso tutto ciò che ci è stato imposto con la violenza dell’educazione, noi con la rabbia dell’eterno adolescente ribelle, noi che non ci pieghiamo al dato scontato. È un magma possente che viene da dentro e sale fino alla lucidità della coscienza. È il paradigma dell’umanità che costruisce ogni giorno la sua distruzione ma è anche l’immenso no che l’autore grida contro le storture della storia umana e della sua infinita ipocrisia.
Mario Ricotta