C’è forse un assassinio dietro ogni scrittura teatrale? Il teatro, in genere, non deve la sua origine agli interrogativi di una esistenza non appagata, dove i fantasmi di inquieti desideri e di brucianti sensi di colpa si inseguono sulla trama di un discorso che parla di un’assenza che si vuole invitare a render conto di sé? Non ricorre, costante, nel teatro, la flagranza di un corpo strappato alla vita con cui misurare ogni azione, di risanamento o di trasformazione?
Con un corpo morto — un corpo di ragazzo — hanno appunto a che fare i due protagonisti di «Uno strano delitto» di Mario Ricotta. Una coppia di coniugi di mezza età, dall’apparenza fresca e florida, mentre si accingono a festeggiare il loro anniversario, si ritrovano sul letto della casa di villeggiatura un cadavere sconosciuto. «Ospite» indesiderato e inatteso, il cadavere sarà causa di ansie e preoccupazioni. Chi sarà, chi l’ha ucciso, dove — soprattutto — nasconderlo. E in fretta, perché di lì a poco giungono gli ospiti, gli invitati alla festa.
Ma anche essi portano una nota di inquietudine. Perché, infatti, nel primo atto i due coniugi sembrano non riconoscerli? E perché, ammesso e non concesso che la prima volta si sia trattato di un incubo dei due protagonisti, la seconda volta che tornano gli invitati ripropongono ossessivamente gli stessi temi del primo incontro: morte e pentimento, rogiti misteriosi e operazioni al cervello? Ma a complicare ancor più la vicenda resta il fatto che il morto si ripresenta vivo assumendo le funzioni di cameriere e che a dipanare le fila sia introdotto un commissario paranoico. Egli presume di arrestare la coppia con l’accusa di omicidio anche — ma sarebbe meglio dire proprio — in mancanza di prove. Colpevoli per mancanza di indizi, insomma.
Sorta di balletto onirico, di incubo grottesco allora il testo di Mario Ricotta, il cui vero protagonista è proprio questo incongruo, strano delitto. Un delitto proprio della coscienza moderna; immotivato in apparenza e con un cadavere che gigioneggia e interpreta la sua parte con disinvoltura. Coscienza moderna: quindi franta, alla deriva, priva di punti di appiglio e di certezze. Non per nulla tutto il testo è fondato sull’equivoco. E non per nulla è anche teatro nel teatro. Crollate tutte le barriere tra finzione e realtà, la trama lascia trasparire le sue falle e in esse fa capolino il personaggio dello scrittore: a ricordarci che si tratta di un copione in allestimento, che tutto non è vero. Ma copione, assenza di verità, incertezza sul senso da dare a ciò che si vede sono i rischi di una coscienza che si vuole solo simulacrale.
Se Amleto aveva cercato di misurarsi con l’assassinio del padre e tentato una soluzione che permettesse di ripulire il marcio in Danimarca senza ripristinare la catena di delitti, tutti i personaggi di «Uno strano delitto» nuotano nel torbido. Sembrano disvelarci infatti un mondo dove il senso di colpa si aggira sornione ed irredimibile, ma senza voler essere preso troppo sul serio; dove la coscienza brancola nel buio mimando una sociale lucidità e naufragando invece nel mare del senso perduto.
Nota sul progetto di messa in scena
Nel teatro di Mario Ricotta, il luogo dell’azione scenica è sempre, al contempo, un «luogo» dell’essere. Nella pièce «Uno strano delitto», la villa immaginata dall’autore, nel suo articolarsi in stanze serialmente disposte lungo i corridoi, in saloni che se da un lato offrono una vista stupenda sulla pineta dall’altro svelano scale in fuga verso la penombra; la villa, nel suo gioco sapiente di porte chiuse e di luminose vetrate, appare come una metafora perfetta della psiche, con tutto il suo corredo di malìe e inquietudini. E proprio nella psiche dei protagonisti sembra svolgersi l’azione di «Uno strano delitto». Per un progetto di messa in scena di questo testo, dunque, non ci si poteva augurare palcoscenico più adeguato di una vera villa: quella che Mario Ricotta, proprietario della stessa, ha gentilmente messo a disposizione per lo spettacolo.
Gli eventi drammatici, allora, si svolgeranno nell’ampio e suggestivo spiazzo sul quale la villa sorge; si terrà conto anche degli ambienti della villa, scalinate, finestre, saloni, in ragione delle esigenze di uno spettacolo che intende dare il massimo risalto al testo, vero e proprio percorso nell’immaginario dei personaggi.
L’operazione può dunque essere definita come un «environnement», dove si tende a far coincidere lo spazio reale con la dimensione in questo caso onirica del testo.
A tal fine, particolare attenzione sarà prestata all’illuminazione degli spazi e ai diversi punti di irradiazione degli effetti sonori, determinanti per restituire agli spettatori l’atmosfera dell’inquieto — e per questo affascinante — mondo poetico di Mario Ricotta.