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Mario Ricotta
Copertina "Ancora teatro"

Terzo Millennio editore · 2004

Forma
Teatro
Pubblicazione
2004
Editore
Terzo Millennio editore
Collana
Applausi d’oro
Prezzo
€ 8,00
ISBN
88-8436-082-X
Critiche
4

Ancora teatro

Teatro · 2004 · Terzo Millennio editore

Raccolta di testi per la scena.

Di cosa parla

Cinque testi tenuti insieme da un filo solo: il luogo dell’azione scenica è sempre, allo stesso tempo, un luogo dell’essere. In «Uno strano delitto» la villa immaginata dall’autore non è una villa, è la metafora della psiche — un articolarsi di stanze, corridoi e saloni che si aprono su un panorama d’incanto e restano intimamente legati fra loro, come i pensieri, liberi di volare e insieme aggrovigliati.

Il volume uscì nella collana «Applausi d’oro» del Terzo Millennio editore.

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

L’editore

Terzo Millennio — collana «Applausi d’oro»

Quarta di copertina

Cinque drammi per raccontare gli incubi degli uomini e la loro miseria, storie comuni dentro cui lo scrittore trascina il lettore, lo avvinghia quasi con forza e lo sprofonda in contesti che scandagliano quella parte oscura racchiusa nel profondo d’ognuno. Il luogo dell’azione scenica è sempre, al contempo, un «luogo» dell’essere.

Roberto Mistretta

Scrittore

Giornale «La Sicilia»

Cinque drammi sull'abisso dell'anima

Cinque drammi per raccontare gli incubi degli uomini e la loro miserrima condizione umana, storie in fondo comuni dentro cui lo scrittore Mario Ricotta trascina il lettore, lo avvinghia quasi con forza e lo sprofonda in contesti che scandagliano quella parte oscura racchiusa nell'abisso d'ognuno. Cinque drammi: Scena incantata, I testimoni, Suoni dall'ultima galassia, Maschere, Uno strano delitto, uniti da un filo comune. Il luogo dell'azione scenica è sempre, al contempo, un "luogo" dell'essere.

Ad esempio, nell'opera Uno Strano Delitto, la villa, immaginata dall'autore, non è altro che metafora della psiche. Un articolarsi di stanze e corridoi e saloni schiusi su un panorama d'incanto eppure intimamente connessi tra loro; che altro rappresentano se non i pensieri degli uomini così liberi di volare eppure così aggrovigliati e legati alla mente che li origina? Se poi si pensa che tale villa esiste davvero e che così l'ha voluta costruire proprio l'autore, allora si evince come realtà e finzione a volte si alternano senza soluzione di continuità. Cinque piéce da mettere in scena per raccontare e rappresentare quindi la vita, attraverso le allegorie che quest'autore propone con tutto il suo corredo di incanti e inquietudini.»

Michele Morreale

Professore di Filosofia, Critico

L’ALTERnativo

Leggi l’originale (PDF)

Recensioni

Mario Ricotta non è autore che strizzi l’occhio al lettore in cerca di furbe complicità o titillamenti evasivi e leggeri. Chiede lo spasimo del tormento umano e intellettuale, piuttosto; per tastare assieme l’estremo del dicibile sino alla dicibilità dell’estremo.

Il nulla, la morte, l’enigma del mondo, l’instabilità delle sue forme, il silenzio di Dio, l’afasia del cosmo, lo scacco della volontà: sono alcune situazioni-limite (per usare il linguaggio di Jaspers) presenti nei cinque drammi che compongono questo volume. Prosecuzione ideale di uno scavo vertiginoso intrapreso qualche anno fa, quando importanti nomi della cultura nazionale videro nel teatro di Mario Ricotta una testimonianza di profonda unicità nel panorama letterario italiano.

Consigliamo, specialmente a chi si accostasse per la prima volta ai testi di questo autore complesso, di iniziare dall’ultimo dei componimenti qui contenuti, «Uno strano delitto». Non a ragione di una maggiore accessibilità di questa pièce rispetto alle altre (anzi, da questo punto di vista è forse la più ardua), ma per misurare come, su generi alla moda, la perizia di questo autore conduca a percorrere strade in cui banalmente non scopriamo l’assassino nel maggiordomo — che al contrario, per raffinata ironia qui sembra indossare i panni della vittima — bensì in ognuno di noi. Questo accade solo coi grandi libri.

Associazione Culturale Almansur

Uno strano delitto

C’è forse un assassinio dietro ogni scrittura teatrale? Il teatro, in genere, non deve la sua origine agli interrogativi di una esistenza non appagata, dove i fantasmi di inquieti desideri e di brucianti sensi di colpa si inseguono sulla trama di un discorso che parla di un’assenza che si vuole invitare a render conto di sé? Non ricorre, costante, nel teatro, la flagranza di un corpo strappato alla vita con cui misurare ogni azione, di risanamento o di trasformazione?

Con un corpo morto — un corpo di ragazzo — hanno appunto a che fare i due protagonisti di «Uno strano delitto» di Mario Ricotta. Una coppia di coniugi di mezza età, dall’apparenza fresca e florida, mentre si accingono a festeggiare il loro anniversario, si ritrovano sul letto della casa di villeggiatura un cadavere sconosciuto. «Ospite» indesiderato e inatteso, il cadavere sarà causa di ansie e preoccupazioni. Chi sarà, chi l’ha ucciso, dove — soprattutto — nasconderlo. E in fretta, perché di lì a poco giungono gli ospiti, gli invitati alla festa.

Ma anche essi portano una nota di inquietudine. Perché, infatti, nel primo atto i due coniugi sembrano non riconoscerli? E perché, ammesso e non concesso che la prima volta si sia trattato di un incubo dei due protagonisti, la seconda volta che tornano gli invitati ripropongono ossessivamente gli stessi temi del primo incontro: morte e pentimento, rogiti misteriosi e operazioni al cervello? Ma a complicare ancor più la vicenda resta il fatto che il morto si ripresenta vivo assumendo le funzioni di cameriere e che a dipanare le fila sia introdotto un commissario paranoico. Egli presume di arrestare la coppia con l’accusa di omicidio anche — ma sarebbe meglio dire proprio — in mancanza di prove. Colpevoli per mancanza di indizi, insomma.

Sorta di balletto onirico, di incubo grottesco allora il testo di Mario Ricotta, il cui vero protagonista è proprio questo incongruo, strano delitto. Un delitto proprio della coscienza moderna; immotivato in apparenza e con un cadavere che gigioneggia e interpreta la sua parte con disinvoltura. Coscienza moderna: quindi franta, alla deriva, priva di punti di appiglio e di certezze. Non per nulla tutto il testo è fondato sull’equivoco. E non per nulla è anche teatro nel teatro. Crollate tutte le barriere tra finzione e realtà, la trama lascia trasparire le sue falle e in esse fa capolino il personaggio dello scrittore: a ricordarci che si tratta di un copione in allestimento, che tutto non è vero. Ma copione, assenza di verità, incertezza sul senso da dare a ciò che si vede sono i rischi di una coscienza che si vuole solo simulacrale.

Se Amleto aveva cercato di misurarsi con l’assassinio del padre e tentato una soluzione che permettesse di ripulire il marcio in Danimarca senza ripristinare la catena di delitti, tutti i personaggi di «Uno strano delitto» nuotano nel torbido. Sembrano disvelarci infatti un mondo dove il senso di colpa si aggira sornione ed irredimibile, ma senza voler essere preso troppo sul serio; dove la coscienza brancola nel buio mimando una sociale lucidità e naufragando invece nel mare del senso perduto.

Nota sul progetto di messa in scena

Nel teatro di Mario Ricotta, il luogo dell’azione scenica è sempre, al contempo, un «luogo» dell’essere. Nella pièce «Uno strano delitto», la villa immaginata dall’autore, nel suo articolarsi in stanze serialmente disposte lungo i corridoi, in saloni che se da un lato offrono una vista stupenda sulla pineta dall’altro svelano scale in fuga verso la penombra; la villa, nel suo gioco sapiente di porte chiuse e di luminose vetrate, appare come una metafora perfetta della psiche, con tutto il suo corredo di malìe e inquietudini. E proprio nella psiche dei protagonisti sembra svolgersi l’azione di «Uno strano delitto». Per un progetto di messa in scena di questo testo, dunque, non ci si poteva augurare palcoscenico più adeguato di una vera villa: quella che Mario Ricotta, proprietario della stessa, ha gentilmente messo a disposizione per lo spettacolo.

Gli eventi drammatici, allora, si svolgeranno nell’ampio e suggestivo spiazzo sul quale la villa sorge; si terrà conto anche degli ambienti della villa, scalinate, finestre, saloni, in ragione delle esigenze di uno spettacolo che intende dare il massimo risalto al testo, vero e proprio percorso nell’immaginario dei personaggi.

L’operazione può dunque essere definita come un «environnement», dove si tende a far coincidere lo spazio reale con la dimensione in questo caso onirica del testo.

A tal fine, particolare attenzione sarà prestata all’illuminazione degli spazi e ai diversi punti di irradiazione degli effetti sonori, determinanti per restituire agli spettatori l’atmosfera dell’inquieto — e per questo affascinante — mondo poetico di Mario Ricotta.