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Mario Ricotta
Copertina Libro "Dio peccatore"

Albatros · 2011

Forma
Romanzo
Pubblicazione
2011
Editore
Albatros
Critiche
8

Dio peccatore

Romanzo · 2011 · Albatros

Un romanzo sperimentale che intreccia indagine e riflessione filosofica, sospeso fra il reale e il fantastico.

Di cosa parla

Al centro del libro c’è una domanda religiosa e filosofica, affrontata però con gli strumenti del romanzo: dialoghi che scivolano dal piano concreto a quello immaginario senza avvisare il lettore del passaggio.

La costruzione mescola l’andamento del giallo alla forma del saggio. È una lettura che chiede attenzione e non si concede alla distrazione: è scritta perché susciti una reazione, non un consenso.

«Si curvava fino a toccare terra con le mani, faceva strane flessioni, si piegava sulle ginocchia da granchio, saltellava come una trottola, camminava come un gambero, scodinzolava e leccava come un cagnolino, strisciava come un serpente. Conosceva gli animali e sapeva imitarli.»

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

Prefazione

Mario Ricotta, maturata una lunga esperienza negli anni nel campo della scrittura, realizza con Dio peccatore un romanzo di indiscussa novità, un’esperienza letteraria di lettura unica e coinvolgente.

Il romanzo, dall’impianto stilistico sperimentale e dalla forma assolutamente pregevole, è capace di dare al lettore forti emozioni in un susseguirsi di dialoghi sospesi in una dimensione tra realtà e fantastico, dove il metafisico sembra congiungersi alla dimensione sopra citata, in un’opera da leggere con attenzione e riflessione.

Una trama inconsueta, che sfiora quella del romanzo giallo, ma anche la saggistica, dove il lettore è spinto ad una continua riflessione grazie agli spunti forniti dall’autore su tematiche religiose e filosofiche. Un romanzo che suscita un interesse non comune e che regala sensazioni forti.

Michele Morreale

Professore di Filosofia, Critico

Pagina Culturale Giornale «La Sicilia»20 Gennaio 2012

Leggi l’originale (PDF)

La maschera e l'incapacità umana

Nell’ultimo romanzo di Mario Ricotta — Dio peccatore, ed. Albatros, Roma — i protagonisti sono un clown e quasi tutto il resto. E dunque: il divino e il demoniaco; la verità e la menzogna; l’amore e l’odio; la follia e la normalità; la libertà e l’oppressione; il sublime e l’ordinario; l’evidenza e il mistero; il potere e la sottomissione; la violenza e la mitezza; il riso e il pianto; il gioco e la regola; l’ordine e il caos; la depravazione e la purità; l’innocenza e la perdizione.

Volerne completo l’inventario è però pretesa insensata più che inesaudibile. Equivarrebbe al desiderio di disporre di un esatto algoritmo classificatorio. Di un criterio capace di enumerare e collocare precisamente il certo e l’incerto, il giusto e l’ingiusto. Mentre il romanzo pare suggerire tutt’altro. Ovvero, l’impossibilità di approdi sicuri e al contempo l’assurda impossibilità a volervi rinunciare.

Questa contraddizione forgia un destino, che è la trappola nella quale precipitano i personaggi della storia, il loro narratore e, per paradosso, forse anche l’autore che li ha creati.

Mario Ricotta è infatti uno psichiatra, e da clinico deve condurre il sofferente alla normalità. Con questo romanzo, egli però ci dice che la cosiddetta normalità non è l’assenza di contraddizioni, ma il luogo del loro contenimento e della loro stessa genesi. Stare assieme, essere con gli altri dà forza perché consente la norma, e quindi permette al normale di identificarsi nel gregge. Tuttavia il prezzo da scontare è la perdita della propria individualità.

Una maschera è perciò necessaria. Ognuno ne indossa una, e, fingendo di non portarne, sopporta se stesso e gli altri. In fondo, la guarigione stessa non è che la maschera con la quale si baratta la perdita di sé con l’accettazione sociale degli altri. Come sa il terapeuta Giorgio Gilardi, alter ego dell’autore, l’uomo dal quale un’umanità dolente aspetta che fermi le misteriose parabole del male. Per sfuggire a questa antinomia, nella pagina finale, in un cerchio che chiude e ripete l’inizio — quasi un lirico pleroma — tutto è riscattato da una cosmica risata. Alla quale non resiste neppure la maschera terribile del Dio punitore. Così, imparando Egli a ridere, smette di peccare e abbandona il suo amore armato.

Eppure, all’inizio della storia, è proprio un suo vicario terreno, Girolamo Gambini, un monsignore che prega distrattamente forse per riscattare la sua stessa peccaminosa distrazione, a voler fermare Giggiolo, il clown, colpevole di temibili risa. Anch’egli indossa una maschera. Ma non ha nulla da simulare poiché ignora il suo passato e non ha quindi un’identità da nascondere o proteggere. È il protoplasto, il prelapsario, l’uomo incorrotto prima della caduta originale. Incarnazione di un’innocenza pura, nell’assioma schilleriano che vuole l’uomo felice solo quando gioca, vive la sua vita come perenne ludo. È felice e dà felicità.

La stessa che trascina i bambini alla fine di ogni suo spettacolo — in un rito inconscio e ancestrale — a desiderarne il contatto fisico sino alla lacerazione delle carni. Visione insopportabile per il prelato, che, spalleggiato da Guido Moroni — l’austero commissario che vuol mettere le manette alla realtà che non comprende — desidera la fine dello scandalo di un uomo che non conosce peccato.

Ma l’inquietante buffone sparisce — forse fuggito, suicida, ucciso o succhiato dalle stelle — e il plot assume un misterioso andamento di giallo surreale, attorno a cui si attorciglia la denuncia metafisica e sociale dell’incapacità umana di fare a meno di vittime sacrificali, necessarie a un dio che maschera il suo volto di padre giusto e severo dietro l’originale suo peccato di essere figlio dei suoi figli.

Salvatore Scalia

Scrittore, Responsabile culturale giornale "La Sicilia"

magaze.it, 2 dicembre 2012

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Un romanzo che si può e si deve leggere come frutto dell’ultimo ventennio, nato dalla necessità di liberarsi dalla spersonalizzazione individuale e dalla banalizzazione delle coscienze

Tonino Calà

Poeta

A Sud d’Europa, anno 5 n. 39 (p. 35)Novembre 2012

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L ’uscita dell’ultima opera “Dio peccatore” di Mario Ricotta potrebbe far pensare ad una nuova stagione pasoliniana. Nel senso di un gesto dissacratorio, quello narrato e rappresentato dal suo romanzo nei confronti del “potere” in tutte le sue manifestazioni attuali. E in questo tempo, in una Italia ferita, massacrata, senza dignità, ci voleva la testimonianza irriverente e controcorrente di uno scrittore che anela a dire cose “sensate”, alla ricerca della verità e muovendosi nelle analisi di contraddizioni e manipolazioni sempre presenti, nonostante gli insegnamenti della Storia e le esperienze vissute di un’umanità consapevole. Un monito artistico che ha una impronta potentemente etica ed umana nel segno di una lucida follia che si fa riflessione civile e filosofica, alito poetico e memoria visionaria. Mario Ricotta, maturata una lunga esperienza negli anni nel campo della scrittura, realizza con “Dio peccatore” un romanzo di indiscussa novità, un’esperienza letteraria di lettura unica e coinvolgente. Il romanzo, dall’impianto stilistico sperimentale e dalla forma assolutamente pregevole, è capace di dare al lettore forti emozioni in un susseguirsi di dialoghi sospesi in una dimensione tra realtà e fantastico, dove il metafisico sembra congiungersi alla dimensione sopra citata, in un opera da leggere con attenzione e riflessione. Una trama inconsueta, che sfiora quella del romanzo giallo, ma anche la saggistica, dove il lettore è spinto ad una continua riflessione grazie agli spunti forniti dall’autore su tematiche religiose e filosofiche. Un romanzo che suscita un interesse non comune e che regala sensazioni forti.

Salvatore Falzone

Scrittore

La Repubblica

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Il segreto del clown

Quelle risate dei bimbi che salvano il mondo

Incipit del libro di Mario Ricotta, Dio peccatore

«Si curvava fino a toccare terra con le mani e abbassava i pantaloni mostrando il suo deretano nudo, faceva strane flessioni, si piegava sulle ginocchia da granchio, saltellava come una trottola, camminava come un gambero, scodinzolava e leccava come un cagnolino, strisciava come un serpente. Conosceva gli animali e sapeva imitarli. Gonfiava le gote e soffiava col naso a patata con un rumore tale da imitare il vento e la tempesta quando soffia su un bosco di pini o quando infuria sul mare. Il naso diventava appuntito e lungo come quello di Pinocchio e, soffiando su un aggeggio misterioso, gonfiava la pancia finta fino a scoppiare e, per incanto, da essa si liberavano palloni variopinti che volavano, trasparenti e muti, sulle teste dei bambini, planando lentamente sulle loro braccia, sollevate a prenderli.
Sembrava che quei palloni avessero un'anima, che fossero addestrati da tempo all'evento. I palloni e i bambini si capiscono a volo, vanno d'accordo. Hanno in comune la leggerezza e la fragilità. Li afferravano con tutte e due le braccia. Li stringevano con le dita ad artiglio, conficcavano le unghie fino a romperli. Ridevano. Dallo stupore al riso frenato. I palloni non sono contenti di finire così perché danno gioia ai bambini. Nascono dalla pancia del pagliaccio e scoppiano sulle loro mani!…»

«Non sono «opinioni di un clown» quelle che marchiano le pagine del Dio peccatore di Mario Ricotta, ma riflessioni a sfondo religioso, esistenziale e filosofico attorno al mistero di un pagliaccio. Un uomo, un buffone da circo chiamato Giggiolo, mascherato, eterosessuale e pedofilo, che fa impazzire i bambini con i suoi giochi interminabili. È un pagliaccio «fonte di peccati e di delitti», per un monsignore come padre Girolamo Gambini, inviato dal vescovo o forse direttamente dai Sacri Palazzi per scoprire l'arcano progetto del clown che i poliziotti, a cominciare dall'ispettore Guido Moroni, non sono in grado di capire.
La vicenda, anzi le vicende, si snodano tra fiaba e realtà, e mantengono il ritmo di un giallo ricco di colpi di scena. Le pagine del romanzo (che dall'inizio alla fine dissacra e smaschera ogni tipo di potere, religioso, politico o giudiziario) sono popolate da una torma di disperati, drogati, perdenti, falliti che si aggirano senza una meta, cercando nelle stelle i segni di una redenzione impossibile.
L'ambiguità, secondo lo stesso Giggiolo, sta al centro della natura. Di più: risale a Dio stesso, supremo clown dagli infiniti volti, dagli infiniti usi e abusi, ineliminabile dalla storia dell'uomo. Anche se poi arriva il riscatto finale: il recupero del vero riso (quel riso che, a dire del monsignore, «non può che essere frutto del peccato») che può immobilizzare la storia e gli eventi.
Sullo sfondo si agita l'Italia di oggi, quella della crisi economica, con le sue miserie, la sua povertà culturale, il suo razzismo; Roma, in particolare, ma anche la Sicilia, terra crudele dagli incerti confini, reale e favolosa (una Sicilia dalla quale si può fuggire solo entrando in una fiaba, bellissima ma isola «devastata da governi e amministrazioni interminabili, una peggio dell'altra», che i siciliani «non hanno mai amato e che tradiscono continuamente»).
Già con il fortunato romanzo La mia santità, lo scrittore psichiatra nisseno (Ricotta vive e lavora a Mussomeli, ed è autore, fra l'altro, di numerosi testi teatrali) aveva affrontato il tema della fede e del rapporto con la Chiesa, con quell'approccio problematico che gli viene dalla tormentata esperienza vissuta nel Seminario di Caltanissetta, dove da ragazzo ha compiuto gli studi.
Ritorna adesso, e con prepotenza, tutto il travaglio dell'autore, sebbene trasfigurato dalle regole della narrativa e per certi versi controllato, che fa esclamare a uno dei suoi personaggi: «gli atei sono i più grandi credenti (almeno quelli che si pongono costantemente il problema di Dio)»; e poi ancora: «Vorrei credere come credevo da bambino. Sarebbe una grande consolazione».
Così, in un'atmosfera ansiosa e allucinata, prende forma la storia di questo clown, umano e blasfemo, secondo cui «Dio è il male», è «il vero colpevole di ogni peccato umano»; questo pagliaccio che rivede la passione di Cristo, verbo fatto carne, che «nella sua più precoce giovinezza gli aveva suscitato amore, desideri di santità e di imitazione fino al sacrificio, all'immolazione», procurandogli perfino episodi di carattere sessuale.
Questo clown che prima di diventare pagliaccio leggeva febbrilmente libri di teologia, di filosofia, di scienza matematica, di fisica, di astronomia, di letteratura, per trovare risposta alla domanda che lo ossessiona: chi sono io? «Voglio trovare rifugio in un circo», decide a un certo punto della sua vita.
È questa, per lui, l'unica possibilità per vivere. Perché il rapporto con Dio, figlio di Dio, sembra un gioco di specchi e «Dio è schizofrenico», cioè scisso fra misericordia e vendetta, e tutta la storia di salvezza non è storia di falsità fondata sull'ingiustizia. Eppure, una volta entrato nel circo, Giggiolo si rende conto che serve a poco.
Gli basta guardarsi allo specchio per capire che il vecchio assillo è ancora lì, stampato nella sua faccia, immutato e senza risposta: chi sono? Un clown? Così decide di togliersi la maschera e lasciare quella città eterna stanca della sua stessa storia, spossata dai governi, dai cortigiani e dai corrotti, per riacciuffare le proprie radici in Sicilia, nel cuore saldo ma vero dell'entroterra.
Alla fine (ma c'è finale in questa narrazione?) Giggiolo ritorna sulla scena ed è un successo senza fine. Fa il pagliaccio e i bambini ridono. «Ridevano, ridevano, ridevano — scrive Ricotta nell'ultima pagina del romanzo — un riso che non finisce. È il riso che usciva dal circo, inondava la campagna circostante, raggiungeva la città di Roma e gli altari dei preti fino in Vaticano e impediva le loro funzioni, i palazzi del potere, i ministeri, il palazzo del governo, i parlamenti e impediva di legiferare, di governare... Il riso dei bambini era incontenibile e riempiva ogni spazio, ogni luogo, ogni pensiero. Impediva a Dio di peccare».»

Daniela Verzaro

La prima sensazione che ho provato dopo avere chiuso il libro è stata una specie di indigestione cerebrale per avere letto tante, troppe cose insieme, cose che non andavano d’accordo tra di loro, per lo più sgradevoli (immagino intenzionalmente). Contemporaneamente, ho provato una grande ammirazione per la sua abilità letteraria, per una fantasia così sbrigliata, per la tensione quasi costante che è riuscito a creare con pochissimi cali; ho apprezzato l’ironia di alcuni passaggi, anche se nell’insieme l’atmosfera del libro è tutt’altro che leggera.

E’ una storia che sfida tutte le categorizzazioni; non è un giallo, né un romanzo di pura fantasia, né un trattato filosofico/etico, né un racconto erotico, né una critica sociale, né uno spaccato di vita circense. E’ un po’ di tutte queste cose, e tanto altro ancora. Ecco da dove nasce il senso di indigestione. C’è stridore, disarmonia tra le varie componenti. Ci si trova di fronte a un impianto arzigogolato, barocco, gotico, postmoderno, noir...

In qualche modo mi ha fatto venire in mente Il Maestro e Margherita: l’eroismo di Bulgakov nella descrizione impietosa della società e della politica contemporanea della sua epoca; Bulgakov è riuscito a costruire un capolavoro di umorismo da una situazione tragica, per lui e per il suo Paese. Purtroppo per noi, la nostra storia recentissima è anch’essa tragica, ma è una farsa, quindi la denuncia presente in Dio Peccatore non può risaltare in tutta la sua potenza, si riduce alla routine da circo del protagonista che mostra il “deretano nudo”. Ed è per questo che non fa ridere. Del resto non mi pare che fosse sua intenzione far ridere, sbaglio?

Giggiolo è un clown tristissimo; non capisco come le sue gag facciano ridere, particolarmente in un’epoca come la nostra in cui i bambini non amano i clown, anzi li temono. Ha presente lo studio condotto dall’Università di Sheffield nel 2008, in cui hanno intervistato 250 ragazzini dai quattro ai sedici anni, i quali hanno risposto tutti di non gradire immagini di clown nelle sale di attesa degli ospedali? Sembra che l’umorismo dei pagliacci appartenga a un passato ormai tramontato, in cui regnavano Fellini, Grock, Scaramacai…

Giornale "Giornale di Sicilia"

In «Dio peccatore» Ricotta analizza le contraddizioni di un’Italia ferita

Una nuova fatica letteraria per uno scrittore brillante quanto a volte provocatorio. Domani pomeriggio alle 18, Palazzo Sgadari accoglierà la presentazione dell'ultimo romanzo di Mario Ricotta, "Dio peccatore".

Ricotta, maturata una lunga esperienza negli anni nel campo della scrittura, realizza con "Dio peccatore" un romanzo di indiscussa novità, un'esperienza letteraria di lettura unica e coinvolgente. Il romanzo, dall'impianto stilistico sperimentale e dalla forma assolutamente pregevole, è capace di dare al lettore forti emozioni in un susseguirsi di dialoghi sospesi in una dimensione tra realtà e fantastico, dove il metafisico sembra congiungersi alla dimensione sopracitata, in un'opera da leggere con attenzione e riflessione. Una trama inconsueta, che sfiora quella del romanzo giallo, ma anche la saggistica, dove il lettore è spinto ad una continua riflessione grazie agli spunti forniti dall'autore su tematiche religiose e filosofiche. L'ultima opera di Mario Ricotta potrebbe far pensare ad una nuova stagione pasoliniana. Nel senso di un gesto dissacratorio, quello narrato e rappresentato dal suo romanzo nei confronti del "potere" in tutte le sue manifestazioni attuali. E in questo tempo, in una Italia ferita, massacrata, senza dignità, ci voleva la testimonianza irriverente e controcorrente di uno scrittore che analizza spietatamente le contraddizioni dell'uomo e della sua storia. Il libro è edito da "Albatros" per la collana "Nuove Voci-Tracce". L'incontro culturale di domani, patrocinato dal Comune, vedrà la partecipazione di Giuseppe Canale dell'associazione Sicilia Antica, il critico e docente di filosofia Michele Morreale, lo scrittore e giornalista Salvatore Scalia ed il teologo Massimo Naro. L'incontro sarà moderato da Salvatore Falzone, scrittore e giornalista. Saranno letti alcuni brani tratti dal romanzo che si alterneranno con delle performance musicali folk di "Nazarin", progetto solista di Salvo Ladduca che per l'occasione sarà accompagnato dal chitarrista Marco Giambrone.

Giornale "magaze.it"

«Dio peccatore» di Ricotta ammutolisce il pubblico

MUSSOMELI – Appare quanto mai significativo che nella sala di Palazzo Sgadari intitolata a Paolo Emiliani Giudici, storico esimo della letteratura italiana, ieri sera sia stato presentato un libro che promette di lasciare il segno fra i lettori e la critica più acuta.

Un romanzo, «Dio peccatore» di Mario Ricotta che, ricorrendo a un’accozzaglia di espressioni usate da chi lo ha presentato al pubblico, è provocatorio, incendiario, dallo spirito fortemente eversivo, soprattutto verso le istituzioni, in primis la Chiesa.

«Un romanzo che si può e si deve leggere come frutto dell’ultimo ventennio, nato dalla necessità di liberarsi dalla spersonalizzazione individuale e dalla banalizzazione delle coscienze» – ha affermato Salvatore Scalia, scrittore e giornalista.

Un romanzo dove qualcuno ha visto aleggiare in certe «tirate» persino la figura di Silvio Berlusconi, perché anche la politica è uno dei tanti temi affrontati.

Interventi coinvolgenti, così come la trama di un’opera che, secondo il docente di Filosofia Michele Morreale, «non fa ridere, non fa piangere, ma fa pensare», mettendo il lettore in una condizione di totale estraneità rispetto ai fatti narrati. «Il lettore rimane fuori!» – ha sentenziato.

Kafka, Sciascia, Dostoevskij, sono alcuni degli autori citati nel corso delle varie disquisizioni a dimostrazione dell’alto valore culturale nascosto in 344 pagine dove «l’urgenza del dire non si cura di finezze stilistiche» (Scalia).

Si spiega così una sala gremita di pubblico, anche giovanile, e l’estremo silenzio che ha caratterizzato l’intero incontro, compresi gli intermezzi musicali di genere folk a cura del duo Nazarim e la lettura di alcuni brani per voce di Antonella Costanzo.

Ricotta, erede della tradizione materialistica, ha operato una vera e propria trasformazione dei generi, in un contesto, quale quello mussomelese che, una volta tanto, riesce ad essere anticipatore rispetto ai tempi.

Presenti tra gli altri lo scrittore e giornalista Salvatore Falzone, il teologo Massimo Naro, Giuseppe Canalella dell’Associazione Sicilia Antica, il sindaco Salvatore Calà e l’assessore ai Beni Culturali Enzo Nucera.

Da vedere e da ascoltare

Presentazioni e interviste

Presentazione del romanzo «Dio peccatore»

Presentazione · Luglio 2015