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Mario Ricotta
Copertina "Gioco estremo"

Edizioni Progetto Cultura · 2009

Forma
Romanzo
Pubblicazione
2009
Editore
Edizioni Progetto Cultura
Prezzo
€ 10,00
ISBN
978-88-6092-139-0
Critiche
6

Gioco estremo

Un caso di bulimia

Romanzo · 2009 · Edizioni Progetto Cultura

La cronaca di un caso clinico realmente accaduto: un ragazzo di ventidue anni, la bulimia, e una famiglia che si ammala con lui.

Di cosa parla

Steno ha ventidue anni ed è, nelle parole del libro, un «fragile e infelice ragazzo». Sta male, ma il suo è un malessere che gli altri giudicano riprovevole, un vizio: la madre sempre più assillante, il fratello sempre più offensivo, il padre sempre più sprezzante. Il libro segue il calvario della malattia dal di dentro, e insieme il modo in cui l’intera famiglia ne soffre.

Ricotta lo scrive da psichiatra, su un caso ritenuto in partenza difficilmente recuperabile e conclusosi invece bene dopo altri tentativi falliti. Ma il libro non è un referto: è anche un atto d’accusa contro la difficoltà di ascolto di chi cura, e contro una società in cui conta l’apparenza. Attorno a una malattia della mente e del corpo, di cui si parla poco per pudore e per paura, si apre un caso sociale.

Il libro esce nella collana «Le scommesse».

«Tutta la famiglia sta male… l’aveva sempre pensato. Ora aveva una conferma.»

Dalla parte di chi l’ha vissuto

La testimonianza

«Sono entrata in analisi a 25 anni. Avevo paura anche del mio fidanzato»

Bianca racconta il suo calvario: «A sette anni violentata dal nonno»

Giuseppe Taibi · SICILIA OGGI.net · 4 Luglio 2009

Il racconto parla di violenza sessuale subita nell’infanzia, di un matrimonio infelice e di bulimia. È riportato con le parole di chi l’ha vissuto.

Bianca (è un nome di fantasia) ha 38 anni. Lavora tanto, ha una bellissima figlia, è felice. Si sente libera. Sorride, apprezza la vita. È rinata dopo anni dolorosi. Bianca a 17 anni era scivolata in un vortice, finita in un abisso, sbattuta in una centrifuga. Per anni ha divorato cibo e poi vomitato. Poi a 25 l’incontro con lo psichiatra e a 27 la conquista della salvezza. Bianca ha vissuto in un incubo, in una favola nera dove lei da piccola, a sette anni, era cappuccetto rosso, e il nonno il lupo cattivo. Un orco che abusava di lei e che le ha distrutto l’esistenza. Le ha macchiato l’anima e lei per candeggiarla ha tentato di liberarsi almeno della materia che ne ha riempito il ventre. Del cibo appunto. La sua storia, quella di uno zombi che recita a soggetto, che sorride all’apparenza ma che soffre nel buio della sua intimità, comincia a 17 anni, nell’anno del suo primo amore.

«Tutto all’inizio andava bene ma poi il rapporto è diventato castrante, come d’altronde in famiglia. Mi sentivo sbagliata, fuori posto e in colpa per tutto. Poi mi sono sposata. Lì ho perso del tutto il sorriso, la voglia di esistere. E non posso dire solo per colpa di mio marito; ero io, erano il mio passato e il mio presente che continuavano a torturarmi». Intanto decide di prendere di petto il problema, rivolgendosi a Mario Ricotta. «Sono entrata in analisi a 25 anni».

Il suo vero tormento, nascosto nelle pieghe dell’inconscio, risaliva agli anni della sua fanciullezza. «All’età di sette anni avevo subito violenze da mio nonno. Allora parlai con mia madre di ciò che mi aveva fatto suo padre. Mia madre si limitò a chiedergli spiegazioni senza fare altro; ed io per questo non riuscivo a perdonarla né a perdonarmi. Credo di averla odiata. Mi vergognavo, mi sentivo quasi complice più che vittima e mi sentivo in colpa. Mio padre invece non ha mai saputo nulla. Fin quando a 26 anni non ho parlato con lui. Ero arrabbiata. Non mi aveva protetto. Quando ha saputo, quella bestia era già morta».

Il suo racconto si fa più cupo. «Mi hanno costretta ad andare al funerale, ed io in tutta risposta ho indossato un vestitino fucsia, per me era una festa. Per tutti quegli anni avevo desiderato la sua morte. Poi era arrivata, pensavo che questo potesse aiutarmi, ma mi sbagliavo. La ferita era troppo profonda, mi ha lacerata, avevo paura degli uomini, del sesso».

Paura pure del fidanzato. «Lui era buono, affettuoso ed era quello che volevo. Ma crescendo mi rendevo conto che io cambiavo e lui no. Avevo bisogno di spiccare il volo e invece le mie ali venivano recise perché dovevo rispettare il ruolo della brava bambina silenziosa, calma, ossequiosa, mai ribelle. E non si è mai accorto della mia infelicità. Ma come si può vedere piangere tua moglie mentre si fa l’amore e credere che tutto sia a posto? Per me è stata una continua violenza: non sopportavo il suo corpo, il suo odore, le sue manie di perfezione ed in me è cresciuta la voglia di urlare il mio dolore. Avevo bisogno di una persona diversa, fuori dagli schemi. Mi ha sempre fatto sentire quella sbagliata».

Poi anche per Bianca arrivò la sua prima volta, a 18 anni. E fu un trauma. «Ho avuto paura. Eravamo in macchina di sera, c’era l’immagine del mio corpo riflessa nel vetro, mi sono vergognata, mi faceva schifo. Dopo qualche tempo, non riuscivo più a guardarmi allo specchio, mi sentivo brutta, inadeguata. Ho ricevuto un’educazione molto rigida dove per mio padre baciarsi con il fidanzato era quasi un tabù. Giorno dopo giorno ho costruito la mia prigione, ho dato tutto per scontato; ero fidanzata e dovevo sposarmi. Non farlo sarebbe stata una delusione per tutti. Il giorno del matrimonio è stato il più triste della mia vita. La prima notte dovevo fingere di essere felice e interpretare la parte dell’amante passionale. Il viaggio di nozze terribile».

Una sofferenza che l’ha portata dritta nell’inferno della bulimia. «Ho dovuto fare i conti con attacchi di fame nervosa: mangiavo e vomitavo. Vomitavo anche 4 o 5 volte al giorno. Mi riempivo di cibo per colmare quel vuoto infinito che c’era dentro di me, e così quel vuoto è diventato un tunnel nero. Ho perso più di 10 chili».

Fino a quando ha visto la luce in fondo al tunnel. «Ho affrontato le paure, mi sono realizzata come donna a 360 gradi. Mi sono fatta aiutare dallo psichiatra ma tutto è partito da me, dal desiderio di essere vera, autentica, sincera. Ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi, a trovare il lato positivo delle cose. Intanto il rapporto con mio marito si è concluso: nell’ultimo periodo non facevamo più sesso. Ho odiato l’uomo che ho sposato, io scappavo sempre e quando non ci riuscivo, subivo. Ho deciso di andare via. Più lontana stavo da lui, più sentivo rinascere in me il desiderio di sorridere, di volare. Non potevo più dare nulla né a lui né a mia figlia. Dovevo prendere il timone in mano e cambiare direzione. Non bisogna mai perdere fiducia in sé stessi, tutto si può affrontare e si riesce sempre, se si vuole, a vincere. Adesso ho trovato un uomo con cui vivo una storia d’amore liberamente. Oggi esco con lui senza orari e senza mete, in moto o in macchina, si mangia e si fa l’amore ovunque e ci divertiamo da pazzi. I miei familiari come pure mia figlia sono contenti: sono felici per me, perché i miei occhi brillano, e il mio sorriso è costante».

L’articolo

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

L’editore

Edizioni Progetto Cultura

Quarta di copertina

Oggi la bulimia è una patologia molto diffusa tra i giovani, distrugge le famiglie e dà il senso della solitudine con cui si è costretti a fare i conti. Questo libro è la cronaca, scottante e coinvolgente, di un vero caso di bulimia, un caso difficile ritenuto non facilmente recuperabile, cui si sono dedicati equipes, esperti e centri specializzati senza risultati, ma che poi è andato a buon fine!

Un caso che rivela una difficoltà di ascolto anche da parte degli addetti ai lavori, la paura di mettersi in discussione, di rischiare. Si ascolta poco, si è incapaci di silenzio e di riflessione, di guardare nell’animo mentre continua a dominare l’apparire, la mistificazione e la falsificazione di tutto. C’è un decadimento generale: sintomo che quello che stiamo vivendo è uno dei momenti più neri della nostra storia.

Adriana Falsone

È difficile parlare di queste malattie, perché spesso c’è un muro di silenzio e pudore. C’è la paura di mettersi in discussione, di rischiare di far venir fuori una parte di sé problematica. E soprattutto si ha terrore di chiedere aiuto. E la bulimia, una patologia purtroppo molto diffusa tra i giovani, in grado di distruggere le famiglie, al di là del ceto sociale.

Mario Ricotta, medico originario di Mussomeli, specializzato in Psichiatria all’Università di Catania, racconta in "Gioco estremo. Un caso di bulimia", la cronaca di un fatto realmente accaduto, il calvario della malattia ma soprattutto il modo in cui il paziente e l’intera famiglia soffre a causa sua.

“Tutta la famiglia sta male… l’aveva sempre pensato. Ora aveva una conferma”, scrive l’autore.

Ecco che questa brutta malattia, della mente e del corpo, diventa un caso sociale, che solo chi ha alle spalle una rete di protezione familiare o amicale riesce ad affrontare.

Ecco la storia di un «fragile e infelice ragazzo di ventidue anni», che ha perso, o quasi, la fiducia nella medicina e che deve combattere contro tutti, soprattutto contro se stesso, per uscire fuori dal tunnel.

E così il protagonista del romanzo, Steno, «Sta male, ma è un malessere riprovevole, un vizio». E, come se non bastasse, «la madre sempre più assillante, il fratello sempre più offensivo, il padre sempre più sprezzante».

Michele Morreale

Professore di Filosofia, Critico

La Sicilia29 Aprile 2009

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La bulimia e la famiglia malata

Ci sono voluti cinque anni a Mario Ricotta - psichiatra di professione e scrittore per intima necessità, secondo l'azzeccata definizione del critico Salvatore Ferlita - per ritornare in libreria. Lo fa con una doppia contemporanea uscita: "Gioco estremo" e "Racconti per caso" delle "Edizioni Progetto Cultura".

Chi conosce la scrittura tersa e tirata di questo autore non tarderà qui a ritrovare quella precisa, ostinata, persino ossessiva insistenza tematica, che è il suo inconfondibile modo di intendere la vocazione dello scrivere. Allontanare cioè per ripulsa - così naturale da sembrare istintiva - ogni ammiccamento col lettore. Le sue storie narrate perciò non hanno mai nulla di consolatorio, neppure quando finiscono con un lieto fine. Anche se infatti la vita talora può approdare all'idillio, la letteratura per Mario Ricotta non deve rinunciare ad essere sentinella del "solido nulla". Per non dimenticare che la normalità equivale talvolta al ritorno al paradiso perduto solo a patto di rimuoverne il volto violento e alienante. Sta proprio qui la missione della scrittura: raccontare la felicità altrui sapendo di non poter gioire, raccontare l'altrui tormento per evitare di lasciarsi trascinare. La vocazione al tormento è dunque il tormento della vocazione. Si capisce allora che in Ricotta lavoro professionale e letteratura sprofondino le loro radici in uno stesso territorio: la vita reale con le sue dissociazioni assurde, dolorose e paradossali. Tanto da lasciare infine testimonianza che una certa narrativa che vuol consolare nasconde di voler consolare.

In "Gioco estremo", resoconto di un vero caso clinico di bulimia, un altro autore avrebbe potuto titillare il proprio ego vantando un successo terapeutico, Mario Ricotta ha invece preferito segnalare quanta patologia sociale e familiare si celi dietro un malato. Quella stessa malattia che serve al sistema massmediatico per imbastire spettacolini di fasulla comprensione scientifica o esibita compassione curialesca. Steno - il nome è ovviamente fittizio - è un ventenne senza muscoli, senza carne, senza forma con la pelle secca e disidratata come una mummia. Vomita tutto il cibo che ingerisce, e a nulla è servito il disperato pellegrinaggio da un esperto a un altro sino alla fattucchiera che avrebbe dovuto guarirlo scacciando il demonio che ha preso possesso del suo stomaco. Il ragazzo inizierà a guarire quando quello psichiatra di uno sperduto paese all'interno della Sicilia ne conquisterà la fiducia esprimendo a parole una verità che lui già possedeva: "Tutta la tua famiglia sta male". Il racconto è una discesa negli inferi di un gioco terminale di chi vuol distruggersi distruggendo o guarire salvando sé stesso e coloro - i familiari - che lì lo hanno precipitato.

I personaggi dei "Racconti per caso" invece non hanno la fortuna di incontrare un salvatore. Stanno in bilico tra la volontà di vivere, lasciando una traccia qualunque, e il desiderio di abbandonarsi, sperando di trovare un varco nel nulla o una risposta nel fortuito corso delle cose. Comunque sia, l'indecifrabilità del mondo e la disperazione di non saper o poter essere ciò che si è forse ha a che vedere con l'indisponibilità di un dio. Cioè di qualcuno che dinanzi alla sofferenza dell'uomo non vada alla ricerca di un grumo coerente di sintomi da guarire con pillole e flebo, ma ascolti veramente per capire veramente.

Giuseppe Taibi

Giornalista

Sicilia Oggi.net4 Luglio 2009

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Anoressia e bulimia, l’1 per cento dei siciliani condannati all’inferno

CALTANISSETTA - Ci sono malattie che lacerano dentro, lasciando intatto l'involucro, il guscio del corpo. Ci sono altre patologie che minano il fisico, scheggiandolo senza mai sottometterlo definitivamente. Poi c'è il resto: un corollario di malesseri che scalfiscono la materia, che deturpano i tratti estetici, incidono le carni, solcano la pelle, e alla fine annientano quella massa di ossa e muscoli, esile scorza di un'anima.

L'anoressia e la bulimia sono malanni estetici, che rendono le povere "vittime" degli scheletri, delle carcasse ricoperte da una sottile pellicola di pelle. Chi vive la malattia è condannato all'inferno. Un tormento che incatena famiglie, e che di riflesso sconvolge una società. La medicina tenta di combattere una guerra dalle proporzioni immani. I dati parlano chiaro: in Italia sono circa un milione (perlopiù giovani donne) coloro che soffrono di disturbi alimentari come l'anoressia e la bulimia. La prima si manifesta nell'inappetenza, la seconda sembra più complicata e complessa, e si esprime con l'ossessione per il cibo che viene ingurgitato e poi rimesso. L'incidenza del malessere nella società siciliana sembra essere in linea con i dati nazionali che parlano dell'1% della popolazione colpita dall'anoressia e addirittura del 1,5% di persone affette da bulimia. In freddi e asettici numeri significa che nell'Isola circa 50 mila individui combattono tutti i giorni contro il male oscuro dell'anoressia, e in 75 mila contro la patologia bulimica.

Erroneamente si pensa che si tratti di una malattia esclusivamente femminile: ciò è falso, perché almeno il 5% dei pazienti curati nelle strutture specializzate è di sesso maschile. Ed è proprio un giovane bulimico il protagonista di un libro spiazzante, un caso letterario concepito da uno scrittore che prima di possedere "l'arte della penna", padroneggia la scienza dell'intelletto. Mario Ricotta, psichiatra e scrittore, ha affidato a un libro, "Gioco estremo" (Edizioni progetto cultura), il risultato di un lungo e arduo percorso psicanalitico che ha ridato una vita normale a un giovanissimo bulimico. Un libro che ha acceso i riflettori sulla questione legata ai disturbi alimentari. Dopo anni passati a seguire decine e decine di casi, alcuni di difficile soluzione, Mario Ricotta è pervenuto a una conclusione sull'origine che scatena la patologia, attribuendo le responsabilità alla famiglia e a una società scopertasi malata.

"Intanto la bulimia e l'anoressia – spiega il medico – sono la punta estrema del disturbo legato alla sfera alimentare. Un malessere che colpisce milioni di individui".

Possiamo definire l'anoressia e la bulimia patologie moderne?

"Certamente l'incidenza è maggiore nel nostro tempo, soprattutto per i nuovi modelli di bellezza che agiscono su personalità fragili e che hanno avuto problematiche nell'ambito familiare. Un ragazzo che viene da una famiglia sana non sarà un bulimico o un anoressico. Capita che soggetti fragili non cadano nella bulimia ma possano finire nella nevrosi, cadere nella droga, nell'alcolismo. La famiglia malata rappresenta il mattone su cui si fonda la società".

La società italiana è capace ad arginare il fenomeno o è impreparata?

"Credo che sia impreparata anche perché c'è un vuoto assoluto in questo campo. Si fanno convegni, seminari, si tenta di fare informazione ma è inutile. Bisogna invece aiutare a ricostruire la personalità di chi ha dei disturbi alimentari".

Quindi anche una certa psichiatria è inadeguata ad affrontare il problema?

"Mi sono reso conto che molti pazienti venivano da anni e anni di controlli psichiatrici, di terapie, visite infinite che non solo non hanno aiutato ma hanno pure peggiorato la situazione. Credo che ci voglia da parte del terapeuta una grande capacità d'ascolto e a volte deve avere una certa fantasia per andare a fondo".

Lei nel suo libro ha fatto riferimenti alla Chiesa, ai media, alla politica. Per davvero tali istituzioni incidono negativamente?

"Spesso ho dovuto fare i conti con certe affermazioni della gerarchia ecclesiastica rispetto a determinate visioni, che non tendono a conoscere l'animo umano ma che si fermano ai pregiudizi e a presupposti dottrinali che sconoscono l'uomo. Tutta la nostra società è ipocrita, così come i mass media: basta guardare le trasmissioni in tv e rendersi conto che vi sono programmi che vanno a caccia dell'ascolto senza confrontarsi con la realtà. Non è possibile vedere esperti che parlano senza avere delle conoscenze pratiche sugli argomenti, senza avere conosciuto i singoli individui che stanno male. Si rischia di dare errate informazioni".

A proposito di tv: i programmi come i reality dove si evince la supremazia del culto del bello, influiscono anch'essi negativamente?

"La società va verso l'apparire come d'altronde la politica. Si esiste perché si appare, anche dicendo delle stupidaggini. Più si va verso l'apparire più la società si ammala".

Molti affetti da tali patologie non riconoscono l'anoressia e la bulimia come dei problemi...

"Per loro vomitare e non mangiare è un senso di colpa, un delitto. Inconsciamente lo percepiscono come colpa, tentando di nascondere questa reazione ostile nei confronti della società".

Quali sono i segnali che la famiglia deve cogliere per evitare in tempo l'acuirsi del malessere?

"Noi lo vediamo quando c'è una sintomatologia eclatante come la magrezza, la perdita di peso. All'inizio, se c'è una chiusura da parte del soggetto, un ripiegamento in se stesso bisogna preoccuparsi".

Quanto dura il decorso della malattia?

"Non ci sono limiti, ma si può arrivare alla morte. Il continuo vomitare può portare alla morte per disidratazione. Una persona può comunque guarire, bisogna volerlo e trovare le vie giuste".

E' vero che le donne affette da anoressia rischiano di perdere la capacità di procreare?

"Il rischio c'è a causa della scomparsa, in alcuni casi, del ciclo mestruale; si ha una regressione infantile anche della sessualità".

Ci sono siti che danno consigli sul come diventare anoressici. Riesce a dare una spiegazione.

"Ci sono delle culture come gli Emo dove la depressione viene portata quale segno distintivo. Si vuole sfidare il malessere ed elevarlo a cultura sfidando la società".

Cosa pensa dell'immagine offerta da modelle magrissime?

"Può essere un incentivo all'anoressia, ma ricordiamoci che nel tunnel ci finiscono persone che hanno già dei problemi".

Piero Ciccarelli

Critico

Bibliografia Mussomelese5 Marzo 2011

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Gioco estremo, un caso di bulimia di Mario Ricotta

Mario Ricotta, ancora una volta si dimostra scrittore di razza, in questa sua fatica.

Drammaturgo e uomo di teatro ad un certo punto sente il bisogno di aggiungere: la vicenda mi si snodava davanti ma non conoscevo il finale come nei miei racconti, come il mio teatro. Era una storia che si andava scoprendo a poco a poco, oscura, imprevedibile di cui non ero l’autore onnipotente. E mi metteva davanti il mio passato, il buio, il silenzio, le inquietudini che mi avevano portato a fare questa scelta strana così strana, così diversa come quella di un santo tutte le angosce e i conflitti ancora irrisolti.

Come tutti i libri di Mario Ricotta (La mia santità, Racconti per caso) anche Gioco estremo bisogna leggerlo con molta attenzione attendendo pazientemente il finale. Non è un giallo in cui nel finale si scopre l’assassino. Qui l’assassino lo si conosce subito, anzi gli assassini, che nella fattispecie sono: la mancanza di valori che la generazione di mezzo non ha saputo dare ai giovani di oggi; la società massificatrice che ci vuole belli sani e perfetti; le Isole dei Famosi ed i Grandi Fratelli.

L’Italia, aggiunge l’autore, è diventata un palcoscenico dove tutto viene recitato ed esibito.

Steno, il protagonista della storia cade prigioniero di un gioco che non riesce più a reggere. Si sente grasso, anzi è accusato dal fratello gemello Sandro di essere lento e impacciato durante una partitella di calcio fra amici. Così decide di dimagrire, ma non riesce a smettere di mangiare e, non si sa quanto per caso o suggerito da qualcuno, scopre la tecnica del vomito. Un vortice che lo porterà a farlo pesare 45 chilogrammi e che coinvolgerà tutta la famiglia.

Non vi riveliamo altro!

L’autore conclude con una lezione che deve far riflettere.

Ecco il bellissimo finale.

L’uomo è ammalato e trascura ciò che conta per le apparenze. E si abitua, si abitua e si accontenta, incoerente, inconsapevole. Inconsapevole! Una lunga e spietata analisi servirebbe all’intera umanità. I crimini, le guerre, l’odio, la violenza, la fame, l’ingiustizia, la grettezza non sono malattie gravi? Quando ce ne libereremo? Io sto qui, ad attendere! Prima della morte. Sto qui!

Un atto di fede che condividiamo in toto.

Tonino Calà

Poeta

Sicilia Oggi.net4 Luglio 2009

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Viaggio intorno a un’anima persa

Quanti tra romanzieri, poeti, psicologi, narratori hanno voluto e saputo raccontare il dolore intimo, le sofferenze dell'anima, con la pretesa quasi improba di descrivere, analizzare, sceverare l'inenarrabile? Forse un tentativo riuscito: qualche verso calato dal cielo dell'ispirazione o la pennellata di uno sguardo dolente o la triste melodia di una musica struggente che hanno reso il vago senso di un male oscuro che lacera le carni e consuma lo spirito.

Più verosimilmente: il dolore vuole il silenzio, si traduce dal e nel silenzio. Sicché, la complessità del mestiere di vivere si può solo adattare alla sintesi mirabile e alla sublimazione estetica di un narrare che può unicamente cogliere alcuni aspetti di quel tragico ed assurdo groviglio denominato uomo.

Allora, nulla bisogna dire e nulla raccontare dell'esperienza più decisiva e drammaticamente coinvolgente che possa vivere un essere umano? Sono convinto che si può costruire una narrazione per quanti provano il desiderio di conoscere e di comprendere, con l'unica avvertenza che esiste la difficoltà ad entrare veramente nella "storia" di un individuo senza avere la pretesa di capirne intrecci e sfaccettature psicologiche sino in fondo. È questo il riuscito esempio di "Gioco estremo" di Mario Ricotta. Racconto breve di una psicoterapia andata a buon fine, a metà strada tra il diario clinico e il racconto. Narra la storia di un giovane ventitreenne affetto da bulimia, male che sconvolge lui e la sua famiglia, da costringerlo a vivere una condizione di disperazione che poteva portarlo alla morte.

Un'ombra che barcollando si muoveva, quella di Steno (nome del protagonista), ombra specchio di un disagio affettivo non avvertito dal resto dei componenti della famiglia: a partire dalla madre, la più angosciata e preoccupata per le sorti del figlio. Una vicenda di crisi sistemico-famigliare che si ingarbuglia più volte e si scioglie nel momento in cui la consapevolezza di tutti gli attori si fa inequivocabilmente chiara e definitiva.

Ciò che colpisce del racconto è l'atmosfera cupa e dolorosa che lo attraversa, un continuo ripetersi ossessivo di accuse e controaccuse, un noioso ed intricato rituale della sofferenza, sino ad azzerare, per una buona volta, la retorica di sentimenti amabili e facili: negazione dissacrante e indefessa di consolanti sermoni sull'unità della sacra famiglia che di sacro ha ben poco. La fissità dei ruoli, di vittime e di carnefici, come in un gioco delle parti di maschere sapienti, indossate di volta in volta dai protagonisti, chiarisce il gioco tragico di una teatralità manifesta, quella nutrita dall'antropologia familista che intende definire stili e condizioni di vita basate su avide emozioni e trituranti idee patologiche.

È la fine della famiglia che, denudata, fa vedere la carne viva del disagio, gli aculei strali della solitudine e del disamore, perdurante e macchinosa deriva di una infelicità scoperta nel silenzio di una stanza, quella del terapeuta, lontana da veline esibite e applausi comprati.

E su tutto spira, inusitato e semplicemente forte, l'umana compassione del terapeuta che per mano riannoda i fili di affetti spezzati e criticamente involuti, e che immagina la guarigione come possibile ripresa di un dialogo, di un confronto tra umani pur nella diversità di ruoli e di psicologie, alleanza comunicativa che non tacita lo scontro e il conflitto ma ne fa una risorsa per vivere, per amarsi e rispettarsi.

Da vedere e da ascoltare

Presentazioni e interviste

Mario Ricotta racconta «Gioco estremo»

Intervista · Dicembre 2010