«Sono entrata in analisi a 25 anni. Avevo paura anche del mio fidanzato»
Bianca racconta il suo calvario: «A sette anni violentata dal nonno»
Giuseppe Taibi · SICILIA OGGI.net · 4 Luglio 2009
Il racconto parla di violenza sessuale subita nell’infanzia, di un matrimonio infelice e di bulimia. È riportato con le parole di chi l’ha vissuto.
Bianca (è un nome di fantasia) ha 38 anni. Lavora tanto, ha una bellissima figlia, è felice. Si sente libera. Sorride, apprezza la vita. È rinata dopo anni dolorosi. Bianca a 17 anni era scivolata in un vortice, finita in un abisso, sbattuta in una centrifuga. Per anni ha divorato cibo e poi vomitato. Poi a 25 l’incontro con lo psichiatra e a 27 la conquista della salvezza. Bianca ha vissuto in un incubo, in una favola nera dove lei da piccola, a sette anni, era cappuccetto rosso, e il nonno il lupo cattivo. Un orco che abusava di lei e che le ha distrutto l’esistenza. Le ha macchiato l’anima e lei per candeggiarla ha tentato di liberarsi almeno della materia che ne ha riempito il ventre. Del cibo appunto. La sua storia, quella di uno zombi che recita a soggetto, che sorride all’apparenza ma che soffre nel buio della sua intimità, comincia a 17 anni, nell’anno del suo primo amore.
«Tutto all’inizio andava bene ma poi il rapporto è diventato castrante, come d’altronde in famiglia. Mi sentivo sbagliata, fuori posto e in colpa per tutto. Poi mi sono sposata. Lì ho perso del tutto il sorriso, la voglia di esistere. E non posso dire solo per colpa di mio marito; ero io, erano il mio passato e il mio presente che continuavano a torturarmi». Intanto decide di prendere di petto il problema, rivolgendosi a Mario Ricotta. «Sono entrata in analisi a 25 anni».
Il suo vero tormento, nascosto nelle pieghe dell’inconscio, risaliva agli anni della sua fanciullezza. «All’età di sette anni avevo subito violenze da mio nonno. Allora parlai con mia madre di ciò che mi aveva fatto suo padre. Mia madre si limitò a chiedergli spiegazioni senza fare altro; ed io per questo non riuscivo a perdonarla né a perdonarmi. Credo di averla odiata. Mi vergognavo, mi sentivo quasi complice più che vittima e mi sentivo in colpa. Mio padre invece non ha mai saputo nulla. Fin quando a 26 anni non ho parlato con lui. Ero arrabbiata. Non mi aveva protetto. Quando ha saputo, quella bestia era già morta».
Il suo racconto si fa più cupo. «Mi hanno costretta ad andare al funerale, ed io in tutta risposta ho indossato un vestitino fucsia, per me era una festa. Per tutti quegli anni avevo desiderato la sua morte. Poi era arrivata, pensavo che questo potesse aiutarmi, ma mi sbagliavo. La ferita era troppo profonda, mi ha lacerata, avevo paura degli uomini, del sesso».
Paura pure del fidanzato. «Lui era buono, affettuoso ed era quello che volevo. Ma crescendo mi rendevo conto che io cambiavo e lui no. Avevo bisogno di spiccare il volo e invece le mie ali venivano recise perché dovevo rispettare il ruolo della brava bambina silenziosa, calma, ossequiosa, mai ribelle. E non si è mai accorto della mia infelicità. Ma come si può vedere piangere tua moglie mentre si fa l’amore e credere che tutto sia a posto? Per me è stata una continua violenza: non sopportavo il suo corpo, il suo odore, le sue manie di perfezione ed in me è cresciuta la voglia di urlare il mio dolore. Avevo bisogno di una persona diversa, fuori dagli schemi. Mi ha sempre fatto sentire quella sbagliata».
Poi anche per Bianca arrivò la sua prima volta, a 18 anni. E fu un trauma. «Ho avuto paura. Eravamo in macchina di sera, c’era l’immagine del mio corpo riflessa nel vetro, mi sono vergognata, mi faceva schifo. Dopo qualche tempo, non riuscivo più a guardarmi allo specchio, mi sentivo brutta, inadeguata. Ho ricevuto un’educazione molto rigida dove per mio padre baciarsi con il fidanzato era quasi un tabù. Giorno dopo giorno ho costruito la mia prigione, ho dato tutto per scontato; ero fidanzata e dovevo sposarmi. Non farlo sarebbe stata una delusione per tutti. Il giorno del matrimonio è stato il più triste della mia vita. La prima notte dovevo fingere di essere felice e interpretare la parte dell’amante passionale. Il viaggio di nozze terribile».
Una sofferenza che l’ha portata dritta nell’inferno della bulimia. «Ho dovuto fare i conti con attacchi di fame nervosa: mangiavo e vomitavo. Vomitavo anche 4 o 5 volte al giorno. Mi riempivo di cibo per colmare quel vuoto infinito che c’era dentro di me, e così quel vuoto è diventato un tunnel nero. Ho perso più di 10 chili».
Fino a quando ha visto la luce in fondo al tunnel. «Ho affrontato le paure, mi sono realizzata come donna a 360 gradi. Mi sono fatta aiutare dallo psichiatra ma tutto è partito da me, dal desiderio di essere vera, autentica, sincera. Ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi, a trovare il lato positivo delle cose. Intanto il rapporto con mio marito si è concluso: nell’ultimo periodo non facevamo più sesso. Ho odiato l’uomo che ho sposato, io scappavo sempre e quando non ci riuscivo, subivo. Ho deciso di andare via. Più lontana stavo da lui, più sentivo rinascere in me il desiderio di sorridere, di volare. Non potevo più dare nulla né a lui né a mia figlia. Dovevo prendere il timone in mano e cambiare direzione. Non bisogna mai perdere fiducia in sé stessi, tutto si può affrontare e si riesce sempre, se si vuole, a vincere. Adesso ho trovato un uomo con cui vivo una storia d’amore liberamente. Oggi esco con lui senza orari e senza mete, in moto o in macchina, si mangia e si fa l’amore ovunque e ci divertiamo da pazzi. I miei familiari come pure mia figlia sono contenti: sono felici per me, perché i miei occhi brillano, e il mio sorriso è costante».


