Beppe Costa
Poeta, Scrittore, Editore
Che Mario Ricotta è scrittore prima e psichiatra dopo è certo ed è la professione che attinge alla naturale ispirazione letteraria e non il contrario. E che il teatro, ancora una volta, dia prova di affrontare temi umani, sociali, politici è un fatto innegabile. La letteratura e la poesia degli ultimi anni non si stanno facendo in alcun modo promotori di necessità sociali, non danno “indirizzi” agli esseri umani, non ispirano e forse non aspirano a farlo.
La società dell'immagine, come la si chiama, con la scusa di sdrammatizzare questa fatica di vivere sta trasformando (o fa apparire) gli esseri umani come modelli fabbricati dalla stessa macchina. Che la fabbrica poi si trovi a Milano non è un caso e che spesso le emozioni, i sentimenti di riflesso vengano espressi nel Sud (e qui siamo proprio nel profondo Sud) non è neppure un caso. Ed è pur vero che l'immagine nitida, perfetta, ordinata di una società felice la si trovi esclusivamente in pubblicità. Mi chiedo ancora perché l'attuale catastrofe sociale appaia in teatro (ma non troppo spesso), in un certo cinema, soprattutto francese, e non compare quasi per nulla nella poesia, nella narrativa contemporanea italiana. Che il modello di successo abbia spinto gli autori a non correre rischi?
Il teatro di Ricotta (nella tradizione più completa e complessa che il “teatro è vita”) sembra volerci dire tutto: come il Teatro Panico di Fernando Arrabal o il cinema di Alexandro Jodorowsky o il cinema e la pittura di Roland Topor o la narrativa di Ende (La storia infinita), il grottesco del linguaggio di Beckett, l'assurda e incantata realtà di Ionesco. Raccogliendo in sé gli elementi della fiaba, dell'allucinazione, della paura, dell'incanto, dell'assurdo. E tutto con un dialogo che non ha nulla di astruso o di contorto che rende a volte opere teatrali dignitose subito datate.
E non sembri che si vada per esempi o per citazioni facendo riferimento all'intramontabile teatro dei greci, ancora oggi attualissimo, nel parlare di questo scrittore che ha saputo fondere splendidamente la cultura classica a quella contemporanea, l'ironia e il dramma della solitudine scevra da vittimismo, una conoscenza del teatro profonda che gli consente di non imitare, non ripercorrere temi già tracciati (in questo sta una certa ripetitività nelle didascalie, convinto forse che ciò che non ha modelli possa essere frainteso o mal interpretato). L'essere uomo del Sud (siciliano di Mussomeli in provincia di Caltanissetta) senza che da nessuna parte abbia altresì usato certi schemi, quali gallismo, mafia, sicilianità, che spesso fanno comodo (commerciale) a scrittori alla moda che rendono un pessimo servizio alla cultura siciliana, Mario Ricotta è quindi uno scrittore che ha messo al servizio della medicina la sua conoscenza dell'essere umano, i travagli, la cultura, la ribellione, la trasgressione e perché no l'incredulità nei miti, primo fra tutti Dio, la morale (non esiste falsa o vera), attraverso il viaggio interminabile dentro di sé. I suoi interessi molteplici, dalla filosofia all'antropologia, dall'arte all'ipnosi, dalla politica alla biologia e alla biochimica fanno sì che i testi da lui scritti siano pressoché inattaccabili.
Dopo un'educazione religiosa (che dev'essere stata terrificante) sceglie la strada della psicoanalisi e della psichiatria, pubblica La Risposta nel '79, seguita qualche mese dopo da Colei che sbadiglia ovvero il quadro e il buco con alcune poesie e nell'84 cinque opere teatrali La macchia, La Fessura, Applausi impossibili, Il Bacio, Il Falò. Con numerosi racconti, fiabe e testi teatrali nel cassetto ad appena trentasei anni è forse il più prolifico fra gli scrittori. O meglio alla continua ricerca di una verità che sa bene non esistere.
Contemporaneamente alla pubblicazione di queste opere viene messa in scena in prima nazionale La bottega all'angolo dalla cooperativa Teatro Nuovo di Palermo, con la collaborazione dell'Associazione Culturale Alikos.



