Renato Tomasino
Professore ordinario di storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Palermo
Cinque drammi cercano un personaggio
Si è parlato molto in questi ultimi tempi del ritorno al teatro di drammaturgia. Anche in occasione degli spettacoli dell'ultima Biennale veneziana, anche alle rassegne d'area postmoderna, e perfino al recente convegno palermitano su «Il senso della letteratura», dove per invito delle riviste «Acquario» e «Alfabeta» Michele Perriera e il suo gruppo del Téates hanno curato la lettura di nuovi interessanti testi per il teatro, uno dei quali del nostro Gaetano Testa. Verranno pubblicati sul prossimo «Acquario», e quanto prima Perriera ne ricaverà uno spettacolo per il cartellone del Piccolo Teatro. Intanto il premio Pirandello continua nella sua linea di valorizzazione dei nuovi autori e degli inediti.
Ma occorre spesso distinguere le aspirazioni e gli esiti degli autori della realtà teatrale più viva e attuale. Qui i testi si fanno pratica tra le altre pratiche di spettacolo, la parola si fa vocalità e suono, e mentre i significanti si esibiscono in fisicità e scorporeità, i significati si spostano o si cancellano. E allora? Nulla di nuovo sotto il sole. Il Novecento è sempre la destrutturazione del testo, e va bene così.
È con questa avvertenza che ci accostiamo alle novissime drammaturgie che proprio in Sicilia sembrano particolarmente in aglio. Edite o inedite, sono pagine per lo più senza sbocchi sulle scene, e mai in questi casi è giusto parlare di «teatro da sfogliare», teatro cioè delle aspirazioni d'autore, teatro del lavoro poetico e drammaturgico, non teatro del teatro. Eppure nei casi migliori la poesia si alimenta proprio di quella destrutturazione del testo, e potrebbe perfino con tutte le manipolazioni possibili farsi traccia e pratica di scenicità. Ci riferiamo, per esempio, a due atti unici di Lina Prosa, Neve a lunga scadenza e Ci vuole niente ad essere treno, apparsi in volumetto per la tipografia L.I.S. di Palermo. Si tratta di storie senza intreccio, dialoghi di personaggi affetti da incomunicabile mestizia, affabulazione inesorabile, paradossi mentali. E non mancano nel lavoro delle didascalie le suggestive intuizioni sceniche, perfino per un teatro di tecnologie che siano, però, da piegare al dato poetico.
Assai consumata e abile appare la tecnica drammatica di Mario Ricotta, giovane psichiatra tra di Mussomeli che inscena le «anime» in drammi di profonde e polivalenti simbologie. La macchia ci racconta di un gruppo di reclusi totali che si alimentano appunto d'una macchia che filtra dall'uscio e s'allarga sul pavimento della cella.
Ritorna il meccanismo della soglia, dell'interno in cui si vive e dell'oltre possibile o pensabile, in La fessura: tra l'altro anche possibile fondo di un teatro prospettivo o inattingibile oggetto di desiderio dietro la scena. Applausi impossibili esplora il rapporto con il pubblico, tra convenzioni teatrali, incomunicabilità e fallimenti preventivati. Il Bacio è come una lunga lezione, anche questa impossibile, che si snoda tra erotismo ed esoterismo, accompagnati da struggenti sensazioni di memoria infantile. Il falò smuove una simbologia cosmica e apocalittica. Ma quando l'ultimo falò si spegne accanto all'ultimo uomo, mentre i «clowns della notte» danzano, i neri abissi in cui l'umanità precipita senza fine, altro non sono, forse, che quelli dell'inconscio. Le cinque proposte sono state riunite in volume dall'editore Priulla (Palermo 1984, pp. 181, L. 14.000).
