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Mario Ricotta
Copertina "Drammi"

Edizioni Priulla · 1984

Forma
Teatro
Pubblicazione
1984
Editore
Edizioni Priulla
Critiche
5

Drammi

Teatro · 1984 · Edizioni Priulla

Cinque drammi in un volume: La macchia, La fessura, Applausi impossibili, Il bacio, Il falò.

Di cosa parla

In «La macchia» tre uomini — un giornalista, un ingegnere, un pensionato — si trovano rinchiusi senza spiegazione in una specie di cella. Sotto la porta affiora una macchia di liquido indefinibile, che cresce; i tre finiscono per cibarsene, e ne ricavano prima nutrimento, poi felicità, poi pazzia, infine la morte. Solo uno capisce che quella macchia che si allarga è la morte stessa, e non per questo si salva: sarà soltanto un martire consapevole.

Gli altri quattro testi girano attorno agli stessi nodi. «La fessura» scava nel buco di ragno della psiche, dove il subconscio tesse i fili di una trappola. «Il bacio» e «Applausi impossibili» raccontano l’incomunicabilità: il primo fra erotismo ed esoterismo, il secondo nel rapporto fra la scena e il pubblico. «Il falò» chiude con una simbologia cosmica e apocalittica — quando l’ultimo fuoco si spegne accanto all’ultimo uomo, mentre i clown della notte danzano.

Il volume fu presentato a Mussomeli nel marzo 1985 dal Comune insieme all’ARCI, con gli interventi di Dario Bellezza, Beppe Costa e Giovanni Arcuri.

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

Renato Tomasino

Professore ordinario di storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Palermo

Cinque drammi cercano un personaggio

Si è parlato molto in questi ultimi tempi del ritorno al teatro di drammaturgia. Anche in occasione degli spettacoli dell'ultima Biennale veneziana, anche alle rassegne d'area postmoderna, e perfino al recente convegno palermitano su «Il senso della letteratura», dove per invito delle riviste «Acquario» e «Alfabeta» Michele Perriera e il suo gruppo del Téates hanno curato la lettura di nuovi interessanti testi per il teatro, uno dei quali del nostro Gaetano Testa. Verranno pubblicati sul prossimo «Acquario», e quanto prima Perriera ne ricaverà uno spettacolo per il cartellone del Piccolo Teatro. Intanto il premio Pirandello continua nella sua linea di valorizzazione dei nuovi autori e degli inediti.

Ma occorre spesso distinguere le aspirazioni e gli esiti degli autori della realtà teatrale più viva e attuale. Qui i testi si fanno pratica tra le altre pratiche di spettacolo, la parola si fa vocalità e suono, e mentre i significanti si esibiscono in fisicità e scorporeità, i significati si spostano o si cancellano. E allora? Nulla di nuovo sotto il sole. Il Novecento è sempre la destrutturazione del testo, e va bene così.

È con questa avvertenza che ci accostiamo alle novissime drammaturgie che proprio in Sicilia sembrano particolarmente in aglio. Edite o inedite, sono pagine per lo più senza sbocchi sulle scene, e mai in questi casi è giusto parlare di «teatro da sfogliare», teatro cioè delle aspirazioni d'autore, teatro del lavoro poetico e drammaturgico, non teatro del teatro. Eppure nei casi migliori la poesia si alimenta proprio di quella destrutturazione del testo, e potrebbe perfino con tutte le manipolazioni possibili farsi traccia e pratica di scenicità. Ci riferiamo, per esempio, a due atti unici di Lina Prosa, Neve a lunga scadenza e Ci vuole niente ad essere treno, apparsi in volumetto per la tipografia L.I.S. di Palermo. Si tratta di storie senza intreccio, dialoghi di personaggi affetti da incomunicabile mestizia, affabulazione inesorabile, paradossi mentali. E non mancano nel lavoro delle didascalie le suggestive intuizioni sceniche, perfino per un teatro di tecnologie che siano, però, da piegare al dato poetico.

Assai consumata e abile appare la tecnica drammatica di Mario Ricotta, giovane psichiatra tra di Mussomeli che inscena le «anime» in drammi di profonde e polivalenti simbologie. La macchia ci racconta di un gruppo di reclusi totali che si alimentano appunto d'una macchia che filtra dall'uscio e s'allarga sul pavimento della cella.

Ritorna il meccanismo della soglia, dell'interno in cui si vive e dell'oltre possibile o pensabile, in La fessura: tra l'altro anche possibile fondo di un teatro prospettivo o inattingibile oggetto di desiderio dietro la scena. Applausi impossibili esplora il rapporto con il pubblico, tra convenzioni teatrali, incomunicabilità e fallimenti preventivati. Il Bacio è come una lunga lezione, anche questa impossibile, che si snoda tra erotismo ed esoterismo, accompagnati da struggenti sensazioni di memoria infantile. Il falò smuove una simbologia cosmica e apocalittica. Ma quando l'ultimo falò si spegne accanto all'ultimo uomo, mentre i «clowns della notte» danzano, i neri abissi in cui l'umanità precipita senza fine, altro non sono, forse, che quelli dell'inconscio. Le cinque proposte sono state riunite in volume dall'editore Priulla (Palermo 1984, pp. 181, L. 14.000).

Guido Valdini

Critico

Quotidiano «L’Ora»10 Maggio 1985

I prigionieri della paura

È un universo chiuso, in cui gli uomini sono prigionieri di entità misteriose, privi di gesti liberi, incapaci di scelte, assediati da schemi rigidi, dove il sentimento è sopraffatto dalla necessità e dove la violenza soffoca l’amore: universo di paura e di attesa in cambio di una condanna che non sembra più rinviabile.

È la dimensione teatrale di Mario Ricotta, giovane psichiatra di Mussomeli, drammaturgo per passione, che nei suoi recenti testi (La macchia, La fessura, Applausi impossibili, Il bacio, Il falò) sembra ruotare attorno agli stessi obiettivi con varianti di poco conto.

Non è tanto la visione di nero pessimismo a destare perplessità, quanto il modo stesso della scrittura scenica: popolato — spesso — da una folla di innumerevoli personaggi, con una situazione centrale di minaccia che, dopo fasi alterne, giunge alla catastrofe, lusingato dal gioco pirandelliano del «teatro nel teatro», in una tensione drammatica che talvolta sfiora il grottesco espressionista, questo teatro sembra ossessionato da primordiali simbologie sessuali. Una insistenza che condiziona la fragilità dell’articolazione del linguaggio scenico.

È, insomma, come se la stessa ansia catastrofica dell’autore — peraltro profondamente attuale — sommergesse rapidamente le sue buone intenzioni.

Salvatore Vaccaro

Direttore "Progetto Vallone"

«Progetto Vallone»Giugno 1985

Si è svolta a Mussomeli il 17 marzo scorso (per motivi di spazio non abbiamo potuto darne notizia nel numero precedente) una manifestazione culturale di rilievo, tenuta insieme a battesimo, fatto raro e notevole, dall’Amministrazione Comunale, dall’ARCI e dal GFAC: la presentazione delle opere teatrali di Mario Ricotta.

Padrini di spicco dell’iniziativa sono stati gli scrittori e poeti Dario Bellezza, Beppe Costa e Giovanni Arcuri, molto conosciuti nel mondo letterario nazionale e regionale. Molti i cittadini che hanno partecipato calorosamente alla manifestazione, tenutasi nella Sala del Consiglio Comunale.

Gli interventi del Sindaco, dell’Assessore G. Mancuso, del rappresentante dell’ARCI di Mussomeli Salvatore Vaccaro e di C. Caltagirone per il GFAC, oltre alle varie interpretazioni di lettura delle opere, hanno sottolineato l’apprezzamento per l’impegno e il valore culturale del teatro di Mario Ricotta, che onorano la collettività mussomelese.

Gli aspetti letterari sono stati analizzati dagli illustri ospiti Bellezza, Costa e Arcuri. Aspetti religiosi sono stati individuati dal rappresentante del GFAC, mentre quelli socio-culturali sono stati vagliati dal rappresentante dell’ARCI, che ha evidenziato nelle opere del Ricotta una esigenza inalienabile di autenticità e di riscatto contro ogni schema o prigione intellettuale.

I drammi del nostro concittadino hanno in comune, infatti, l’assillo, l’ossessione, il delirio per questa realtà indescrivibile, inafferrabile, incomprensibile che sta dentro gli abissi del nostro subconscio e che reclama a viva voce una parte attiva e autonoma nell’esistenza di tutti i giorni.

Le sfaccettature infinite, la mancanza di «trame» riassumibili, fanno di queste «pièces» come tanti sogni assurdi dimenticati al risveglio, ma che lasciano in bocca un sapore dolciastro di spazi siderali, lontani anni luce.

L’intervento finale di Mario Ricotta, che ha trovato apprezzabili e giustificabili le molteplici e varie interpretazioni date alla sua opera, è stato di vivo ringraziamento a quanti lo hanno stimolato e plaudito in questo suo lavoro culturale.

Quindicinale "Tempo Medico"

15 Ottobre 1985

Una scala alternativa

Si prenda «La macchia»: tre persone (un giornalista, un ingegnere, un pensionato) sono inspiegabilmente rinchiuse in una sorta di cella; sotto la porta affiora, ingrandendosi via via, una macchia formata da un liquido indefinibile, di cui i reclusi sono indotti a cibarsi; da essa i tre prigionieri traggono dapprima nutrimento, poi felicità e pazzia, infine la morte.

La macchia è il simbolo del tutto e del niente, dell’indeterminato (che forse si identifica anche con il dio); non meno simbolica è la prigionia dei tre (dell’umanità), inizialmente vissuta come incubo e poi, per abitudine, come condizione di vita che diventa accettabile. L’uso continuo di quella macchia, che per loro è alimento e perdizione assieme, intorpidisce le coscienze (di due almeno dei reclusi: solo il terzo, il giornalista, si renderà conto che la morte, essa pure simboleggiata dalla macchia che ingrandisce, è inevitabile). Neanche l’uomo che ha capito si salverà, beninteso, ma egli sarà almeno un martire consapevole.

Non molto dissimili nei valori di fondo gli altri testi del volume, tutti scritti in forma di commedia (meglio, di dramma): «La fessura» descrive una sorta di buco di ragno della nostra psiche, dove il subconscio tesse fili di una inesorabile trappola. «Il bacio» (nutrimento, piacere e violenza assieme) e «Applausi impossibili» descrivono l’incomunicabilità che sommerge gli uomini. «Il falò» è l’ultimo rifugio dell’umanità nella lotta per la sopravvivenza.

Una visione del mondo senza alcuna speranza? No: smascherando e denudando tutte le morali scontate, Mario Ricotta afferma una sua personale posizione etica, e dunque conferma la sua scelta di una nuova — e alternativa — scala di valori.

Silvana Carratura

Giornale «La Voce»Novembre 1982

IL NUOVO TEATRO IN SICILIA HA UN NOME:

M. RICOTTA

Nel campo teatrale la Sicilia sembra risvegliarsi a nuovi fervori e la drammaturgia della nostra regione ha finalmente trovato una svolta con Mario Ricotta, un nome particolarmente famoso in tutto il nisseno, e di cui certamente sentiremo parlare sempre più spesso.

La Sicilia, che ha già dato i suoi natali a Pirandello, vede adesso nel Ricotta forse un suo erede per il senso grottesco della realtà umana e per le svariate componenti pessimistiche. L’autore appartiene senz’altro alla corrente del teatro dell’assurdo, cui fanno parte i nomi di Beckett, Ionesco e Brecht.

Mario Ricotta ha già pubblicato qui a Palermo con la casa editrice I.L.A. Palma il suo primo volume: «LA RISPOSTA», un dramma di ricerca interiore e cosmica che ha fatto parlare di sé per le sue assolute innovazioni nel campo teatrale. E il teatro ha detto sì a questo autore formidabile e peraltro presidente in carica della Pro-Loco di Mussomeli (che tanto sta facendo per smuovere le coscienze assopite e per far sì che la cultura siciliana abbia sempre nuovi sbocchi in campo italiano ed estero) con la rappresentazione di un’altra sua opera: «LA MACCHIA».

Innumerevoli sono i drammi di Mario Ricotta, e per citarne alcuni: «COLEI CHE SBADIGLIA OVVERO IL QUADRO ED IL BUCO», edito da Fasano; «LA FESSURA», un’opera di prossima pubblicazione che farà senz’altro exploit a tutti i livelli perché carica di thrilling psicologico; «IL FALÒ», drammaticamente attuale; e tanti altri.

Ma in tutti i volumi è presente la ricerca dell’io, componente che non può sfuggire a questo giovane ma tutt’altro che acerbo autore, che ben conosce l’animo umano perché dedito vocazionalmente e professionalmente alla psichiatria.

Ed è con la speranza di vedere presto le opere del nostro corregionale Mario Ricotta, sulle scene anche qui a Palermo (città che gli è cara e di cui varie arterie culturali ben ne conoscono i meriti), che ancora una volta la Sicilia può ben affermare di essere una terra fertile di doti artistiche, di talenti e di autentica genialità.