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Mario Ricotta
Copertina "La mia santità" 1a Edizione

Progetto Cultura · 2005

Le edizioni

Forma
Romanzo
Pubblicazione
2005
Editore
Progetto Cultura
Critiche
26

La mia Santità

Romanzo · 2005 · Progetto Cultura

Il racconto in prima persona degli anni di seminario: l’educazione religiosa, il dubbio, la ricerca di un Dio diverso da quello insegnato.

Di cosa parla

Un ragazzo entra in seminario per cercare la santità e vi trova una disciplina che all’immaginazione non lascia spazio. Il libro racconta quel conflitto dall’interno: i compagni, gli insegnanti, la famiglia, la fede messa alla prova dal dubbio.

Non è un romanzo d’invenzione ma un diario costruito su fatti realmente accaduti, tenuto con un tono privo di rancore. La lingua alterna l’italiano al dialetto e si ferma spesso su annotazioni filosofiche e psicologiche.

«E invece silenzio. Silenzio da dieci anni. Solo una pubblicazione di Racconti neri e grotteschi non ha spostato il silenzio. E invece mi è venuta voglia di non far nulla, lasciare giacere le opere, lasciare ingiallire le carte dove ho scritto inutilmente, finire i giorni senza memoria, forse senza pensare, senza alcun desiderio per sfuggire al tempo, all’ombra, alla mia ombra, alla vanità del mondo, alla sua stupidità. Voglio silenzio, mi fa paura il silenzio…» — Cap. XXVII

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

Dante Maffia

Poeta, Romanziere, Saggista

Un libro sull’umana santità

Saggio introduttivo

Chi, entrando in libreria, vede un libro intitolato La mia santità ha immediata l’impressione che si tratti delle confessioni di un asceta, di un papa, di un uomo che, in effetti, magari passando attraverso mille prove infernali, ha raggiunto poi lo stato pieno della Grazia Divina. La mia santità predispone alla lettura di un percorso di preghiere che si conclude alla fine in un trionfo dello Spirito Santo.

Naturalmente sono i condizionamenti a portare il lettore dentro un sentiero interpretativo obbligato; i libri bisogna leggerli, evitare di farsi catturare o allontanare soltanto dal titolo che comunque, in questo caso, ha una sua forte valenza, perché stigmatizza la realtà di un itinerario fortemente connotato dal desiderio di diventare santo.

Si tratta di una storia di seminario raccontata in prima persona. Niente finzioni perciò, niente sotterfugi, ma fatti nella loro crudezza, analisi autentiche.

Sulla vita dei seminari è stato scritto moltissimo (Leonardo Gallo, Rodolfo Doni, Luigi Santucci, per fare qualche nome recente). La gran parte ha molta acredine, è un grido di ribellione, una denuncia, una condanna e fa perdere di vista la condizione obiettiva di un luogo che ha prodotto molti guasti nella psiche di fanciulli che non hanno saputo reagire alle imposizioni, alle torture giornaliere, alle vessazioni e agli obblighi di un modo di concepire l’educazione in maniera rigida e spesso ottusa. Ma senza andare alla ricerca di libri specifici sulla vita dei seminari, basta leggere alcune pagine di grandi narratori o poeti che sono transitati per conventi e convitti e rendersi conto di quanti inferni è stata costellata la via della “santità”, raggiunta o meno.

Il caso di Mario Ricotta è molto diverso, il suo “diario” non ha la funzione liberatoria di quello di tanti altri. Egli ha lavorato a questo libro quando già era fuori dai condizionamenti, ormai medico psichiatra, scrittore affermato di teatro e narratore, non gli è servito per redimersi, per uscire dal guado delle angosce e dalle ombre gigantesche degli incubi. Ha voluto raccontare la sua vicenda umana perché esemplare, ma soprattutto per far conoscere la dimensione di una civiltà che portava nel suo seno un metodo sbagliato.

Ecco perché non troviamo recriminazioni o irose elucubrazioni. Mario Ricotta ripercorre la sua esperienza con serenità, senza coprire di rancore gli eventi ma neppure colorendoli di particolare carica emotiva. Insomma, egli dimentica che il protagonista del libro è se stesso e riesce a narrare con obiettività, in modo da rendere partecipi tutti, da far diventare la sua vicenda quella di ognuno. In questo senso dicevo che la storia è diversa dalle altre che per lo più sono rimaste ancorate ai dati personali e non sono uscite dal pantano dei ricordi e del patetico.

Difficile tuttavia sintetizzare un libro così complesso. Ricotta non si è limitato a seguire il se stesso adolescente negli andirivieni della sua coscienza e nei viaggi tra la Sicilia e Roma, ha arricchito il testo di quella sapienza che gli è propria e ha fatto in modo da dare rilievo a ognuno dei protagonisti che si incontrano durante il percorso.

E ha fatto bene, i “ritratti” sono fermati con mano decisa, non hanno sbavature e riescono a offrire un’immagine precisa del loro modo di essere. Ricotta, per una innata sensibilità ma anche per la sua professione, sa ormai decifrare i comportamenti e quindi caratterizzare decisamente i compagni di viaggio.

Sono convinto che se un poliziotto esperto si piegasse al gioco di fare un identikit delle figure descritte da Mario, verrebbero fuori delle somiglianze perfette. Eppure non c’è nessun eccesso di realismo, semmai c’è il fiato che crea e compone l’umanità autentica di ognuno.

Credo che una qualità del genere non appartiene a molti scrittori che per lo più giocano sugli stereotipi.

Questo è uno solo dei tanti meriti del libro. Ve ne sono molti altri. Essendo essenzialmente una sorta di educazione sentimentale (per citare Balzac), ci è permesso di seguire passo passo le accensioni del ragazzo alle prese con i sacrifici, con le rinunce, con il desiderio di essere puro, di non scontentare il Signore. È una lotta serrata, un inabissarsi e un riemergere di volta in volta sempre più carico di un fardello troppo pesante.

Il ragazzo non geme, ma osserva e macera, non compie gesti eclatanti, ma dominando le sue pulsioni dilata dentro di sé il desiderio di libertà, il desiderio di conquistare se stesso fuori dalla direzione progettata dalla Chiesa.

Qui bisognerebbe aprire una lunga e circostanziata parentesi su come sono stati gestiti i seminari fino agli anni Sessanta, ma credo sia inessenziale, mi preme adesso soprattutto porre in rilievo la capacità di Ricotta di saper entrare nei meandri della coscienza e saperne trarre indicazioni lampanti che illuminano la verità delle necessarie sfumature e la rendono visibile. Così facendo egli ricostruisce il clima di un’epoca, di una comunità, e lo fa con leggerezza espressiva, indicandoci la direzione da non prendere.

Il libro è fitto di annotazioni di ogni genere, da quelle antropologiche a quelle etnologiche, da quelle filosofiche a quelle, ovviamente, teologiche, ma le annotazioni non sopravanzano mai la fluidità narrativa sempre ben calibrata e corposa, densa di umori, di lieviti, di quel dato etico che sorregge l’intera impalcatura.

Vorrei che il lettore meditasse alcune frasi di Ricotta, una soprattutto: “E io ero un peccatore nato perché avevo tanta immaginazione”. Credo che il dramma narrato si sia svolto e consumato (e in parte prosegua) tutto attorno a questa affermazione. Chi entrava in seminario non doveva avere immaginazione, doveva restare inchiodato alle regole, evitare di sognare, di avere pensieri propri. Non aveva importanza se così si uccideva la fantasia, anzi era bene che tutto restasse chiuso nel recinto del grigiore delle abitudini.

Mi viene in mente il romanzo di Tommaso Campanella, il livido furore dei priori dei vari conventi per cui transitò: la sua presenza portava lo scompiglio, era un frate che si cibava di poesia, Dio ne liberi!, e quindi peccatore incallito!

Su questo versante andremmo a finire nella sociologia della Chiesa, perciò torniamo a La mia santità, per esempio a come viene trattato il problema di Dio. Ricotta non si pone pedissequamente nel solco delle dottrine imperanti, non piega il capo dinanzi all’arroganza del dettato canonico. Vuole capire, forse ha già letto un po’ di Sant’Agostino, di Sant’Anselmo e di San Giovanni della Croce, forse ha sfogliato alcune pagine di Montaigne e di Pascal che lo hanno svegliato dal torpore del risaputo, certo è che ha bisogno di trovare Dio nella scia dell’intelligenza e non nel grumo oscuro di una dottrina serrata nei principi inderogabili dell’ipse dixit.

Vacilla, entra nel dubbio, comincia a provare il terrore dell’incertezza. Così le analisi introspettive si fanno materia narrativa di rilievo; Ricotta riesce a caratterizzare bene anche gli ambienti, i professori, i preti, i compagni di camerata. Scrive insomma un romanzo psicanalitico e senza ammiccamenti alla Coscienza di Zeno di Italo Svevo, a Il male oscuro di Giuseppe Berto, a Il fiato materno di Giacinto Spagnoletti.

Ogni tanto si lascia andare alla sua vena lirica per pennellare meglio il discorso, per spezzare il ritmo narrativo, per dare l’idea probante delle sue verità.

Non meravigli la bravura di Ricotta nel saper cogliere anche la cronaca nella sua essenza e immetterla nel flusso narrativo (la rivoluzione del Sessantotto, la primavera di Praga), e non meravigli che egli sappia coniugare, senza nessuna ragione neorealistica di ritorno, l’espressività dialettale a quella in lingua. Gli viene spontaneo farlo per meglio delineare figure e ambienti, per meglio focalizzare il clima delle situazioni.

Il diario che non c’è, che invano viene cercato nei cassetti, non sappiamo se sia l’escamotage manzoniano del manoscritto, è certo che ci troviamo di fronte a una presa di coscienza che vuole recuperare il passato, analizzarlo e renderlo lievito del presente. Una sorta di procedimento alla Proust, che evita comunque i compiacimenti e le lungaggini, che sottolinea “l’immortalità del mio dolore con aggettivazioni colorite e pompose” e recita la sofferenza “per abbagliare i posteri”, ma a un certo punto consapevole che “Nel silenzio la santità è ancora più grande”.

Il ragazzo Mario si dibatte nelle contraddizioni, fa perfino dispiacere la madre, produce scompiglio e preoccupazione e così la sua anima via via si schiarisce, trova la sua direzione.

Piace, di questo romanzo, l’accento autentico con cui l’autore si esprime, la franchezza del suo dettato, la variegata maniera di entrare e uscire dagli argomenti senza sostarvi con inutili ghirigori. Addirittura abbiamo una miriade di aforismi, e una infinità di sottili ragionamenti che affrontano il rapporto tra Dio e l’uomo, la fede, la giustizia, la carità e l’amore.

Se dovessi sintetizzare in una definizione la qualità essenziale del libro direi che si tratta di un’opera iniziatica che però non corre verso l’oscurità ma verso il fiato caldo della vita, verso la schiera nutrita di compagni, di professori, di preti, di medici, di familiari, di rettori con quei nomi così difficili e buffi da far pensare che siano inventati e che invece sono rigorosamente presi dalla realtà.

Il momento attuale della narrativa italiana è frastagliato e caotico, quasi sempre privo di ragioni etiche ed estetiche. Si pubblicano libri insulsi, raffazzonati, con l’assenza totale di una struttura. La mia santità nasce dalla necessità di comprendere se stesso e il mondo, di dire una parola di verità sul rapporto con il Divino. Non una parola preconfezionata, ma cercata nell’essenza del proprio essere, rapita all’effimero.

È per questo che piace e coinvolge, fa pensare e meditare e sa perfino diventare invito a sapersi guardare allo specchio per sapersi riconoscere uomini in cammino verso una radura accogliente e, perché no?, incontaminata.

Donatella Meliadò

Psicologa della scuola di Aldo Carotenuto

Prefazione

L’essere umano è caratterizzato nella sua intrinseca natura da una lacerante insoddisfazione di base, da una profonda incertezza, che lo spingono continuamente a colmare, attraverso diversi “espedienti psicologici”, le lacune interiori che egli esperisce con sofferenza. Fra le innumerevoli strategie di cui disponiamo, spicca la creatività in tutte le sue complesse e variegate sfumature e con le sue imprevedibili modalità espressive.

Non esiste attività creativa o lavoro di costruzione teorica che non richieda all’autore di compiere due sforzi. Il primo consiste nel rivolgere il proprio sguardo al passato, alla sua memoria storica, nel tentativo di ripercorrere le tappe salienti del suo sviluppo come essere umano. Il secondo è dato da un continuo allenamento per riuscire ad attingere ai propri complessi inconsci senza però lasciarsene padroneggiare.

Con La mia santità, Mario Ricotta ha saputo realizzare brillantemente entrambe le imprese, compiendo uno straordinario viaggio attraverso i meandri del proprio mondo interno, disvelando i fantasmi e gli spettri di un passato ancora fermamente connesso al proprio presente.

Sappiamo bene che il singolo individuo è fatto di luci e di ombre, di aspetti positivi e negativi, e che la personalità è una realtà complessa e composita, ove non è possibile prescindere dal negativo.

In virtù di ciò, comprendiamo come la natura dell’inconscio possa essere spaventosa e divoratrice, ma per quanto siano negativi e ci incutano timore, anche i nostri lati peggiori devono essere conosciuti, di essi occorre acquisire consapevolezza. Lo spettrale e il minaccioso che è in noi, pertanto, non deve essere combattuto nel vano tentativo di eliminarlo ma, più semplicemente, conosciuto. Un passaggio obbligato per giungere a una consapevolezza globale di ciò che siamo è rappresentato dal vissuto della paura e, naturalmente, dal coraggio e dalla volontà di affrontare a testa alta questa emozione.

Già, la paura, una dimensione che Ricotta riesce bene a descrivere attraverso quel suo efficace e penetrante narrare i moti della propria anima.

Prendere coscienza del proprio modo d’essere, della propria diversità psicologica, rappresenta per ogni persona un traguardo importante, perché solo acquistando consapevolezza di se stessi sarà poi possibile attraversare il mare tempestoso delle avversità e degli ostacoli che il “comune esistere” pone dinanzi al cammino personale. Ma questa acquisizione di consapevolezza è spesso figlia di un itinerario sofferto, scandito da un serrato ritmo di tormento interiore e paura.

Sappiamo bene che ogni artista si mostra agli occhi della realtà con modalità soggettive, che destano spesso reazioni di turbamento e incredulità, di scandalo e terrore, e questo accade perché la sua interiorità è invasa da “aspetti-Ombra” che trovano poi il loro canale espressivo nella creazione artistica o nel conforto delle parole scritte. Ma con tali aspetti occorre avere un dialogo o, almeno, un confronto.

Con le parole dell’Autore:

“Ombra, tu, mia ombra, compagna inseparabile di tutti i momenti intensi della vita, nella solitudine e nel dolore, nella gioia e nella gloria, sottile eppure dilatata all’infinito.

Ombra, mio doppio che mi respira alle spalle, con cui perennemente mi scontro, estranea e familiare ad un tempo! Oscurità della mia luce, luce che accende la mia oscurità, sotterranea e solare, tortuosa e limpida, mio limite e mio infinito, mio confine sconfinato. Male e bene fino alla morte, anche dopo la morte, perché tu sei la vita ma sei anche la morte. Da tempo non ti do più ascolto e tu non mi parli con la tua voce sussurrata”.

È l’accettazione del proprio demone interiore la porta che, una volta aperta, rivolge lo sguardo dell’individuo verso il mondo creativo, verso un territorio esclusivamente personale dove, però, il rischio della lapidazione da parte della realtà collettiva è sempre pronto a manifestarsi con le sue armi annichilenti e distruttive.

Osserva Ricotta:

“Il demonio mi stava davanti o forse mi guardava di traverso in quel particolare aspetto di potenza e di bellezza che sfavillava nei suoi occhi duri e feroci.

Era il mio demonio, apparizione superba, consapevole dell’eternità della sua perdizione, consapevole dell’insostituibile valore del suo ruolo”.

Molti artisti hanno vissuto la loro esperienza creativa non solo con il tormento della difficoltà psicologica, ma anche con la lacerazione che la malattia psichiatrica comporta. Diviene però a questo punto importante ricordare che quando si parla di “disturbo psicologico” ci si riferisce anzitutto alla presenza di un contrasto esistente tra le forze interne all’individuo e le forze esterne ad esso.

Ebbene, il disagio vissuto e narrato da Ricotta scaturisce proprio da una forma di contrasto interiore, di fraintendimento dell’anima: non una “malattia”, non un disturbo da inserirsi all’interno di una specifica cornice nosografica, ma una lenta e sofferta acquisizione di consapevolezza:

“Mi resi improvvisamente conto che non ero ammalato. Fu un atto di lucidità straordinaria. La malattia era lo scudo della mia lucidità, la maschera della mia consapevolezza per la vita che mi avevano costretto a vivere di rinunce, d’aspirazioni assolute, di negazioni del corpo, di colpe da scontare”.

Il disagio interiore acquista così una rinnovata valenza significativa ovvero diventa per il soggetto, in seguito a elaborazioni psichiche personali, un grande incentivo per la propria autorealizzazione e comprensione di sé, consentendo di attingere alle risorse intime più nascoste della personalità.

Allora, possiamo affermare che il dolore psichico assume una funzione stimolatrice nella costruzione della propria identità, perché permette di carpire le radici profonde della personale esistenza che, in caso contrario, rimarrebbero completamente al di là del territorio della conoscenza.

Uno dei momenti più angoscianti si vive quando, per ragioni di vario tipo, ci si trova immersi nelle difficoltà, in situazioni di disagio, quando si ha la sensazione di essere precipitati in un abisso cupo e senza fine di cui comprendiamo il significato, ma il cui intrinseco messaggio non possiamo — o non riusciamo — a condividere con altri al di fuori di noi stessi.

Le fasi più critiche della vita, però, spesso si trasformano in un grande richiamo per la persona che, all’improvviso, si sente catturata dal bisogno di veder chiaro dentro di sé, e avverte la necessità di intraprendere un itinerario di introspezione.

Sono molteplici e diversificate le strategie attraverso cui si può tentare di rispondere a questo richiamo e formulare delle spiegazioni veramente esaustive per i quesiti incessanti della nostra anima. Per sciogliere il suo malessere, “che nessun medico e nessuna cura era in grado di guarire”, Ricotta scelse di dedicarsi alla scrittura, riuscendo ad esternare i propri pensieri, a dar voce ai fantasmi del suo mondo interiore, e ad aprire nuovi orizzonti alle sue idee.

Tale percorso, che procede dall’interno verso l’esterno, è molto evidente in quest’opera di Ricotta, che indugia, oltre che nei propri pensieri, soprattutto in un processo — a volte quasi ostinato — teso a trovare un’adeguata definizione del proprio Sé, volto alla ricerca di un’identità sì complessa, sì articolata, ma priva — forse per la prima volta — dell’etichetta della malattia.

Una ricostruzione della propria identità, dunque, è alla base di quest’intenso e profondissimo lavoro, che anzitutto vuole esprimere il tentativo, da parte dell’autore, di giungere ad un buon livello di autoconsapevolezza. Il che non sempre è percorso facile, più spesso tormentato e ambivalente. E di questo tormento nell’opera di Ricotta vi sono tutti i sentori.

Tonino Calà

Poeta

Giornale «La Sicilia»4 Luglio 2005

La santità di non essere un santo

«Nell'ora in cui la morte si presenterà, sotto qualsiasi aspetto sia, fai che sia un tripudio di luce, uno sfolgorio, una festa di musica, un banchetto finale di delizie! Sarò seppellito con il solito, inutile rito! Io non ho conseguito la santità. Questa è la mia santità!».

Una storia senza tempo, quella di Mario Ricotta: medico, psichiatra, drammaturgo, autore de La mia santità (Edizioni Progetto Cultura, 2003, pp. 272, € 12,00), romanzo autobiografico. Capitoli di vita in cui si narra l'umano e il divino e si svelano ad un tempo inconfessabili segreti che si materializzano in racconti d'arte. Intensa testimonianza di una esistenza, inquieta ricerca di un «brandello di verità».

Già, la verità, come nel silenzio di un setting analitico dove i contendenti, analista e paziente, si studiano e non dicono, in attesa della prima mossa giocata sulle righe di attimi emozionanti: come un urlo e un sussurro insieme nelle intime plaghe dell'anima.

L'infanzia, rapsodia simbolica dell'anima: mondo dorato e perfetto senza morte, caramelle colorate che scendevano dal cielo divino, di un dio vivente e concreto che raccoglieva l'ingenuo desiderio di un bimbo senza età. L'illusione dell'infanzia che muore con l'avanzare della maturità spoglia il mito e si trasmuta in doloroso presente, angoscia esistenziale di giorni vissuti uno per uno.

La carnalità e la sensualità, spazio panico della totalità dell'essere, appartengono ad un déjà vu: tracce di memoria in estinzione, piani in sequenza di una pellicola consumata.

E da quella infanzia la scoperta del doppio, la lotta tra il bene e il male, le contraddizioni umane che mirano alla coscienza del paradosso, «scandalo dello scandalo». Figure prismatiche di un'antitesi che ha il sapore della condanna e dell'assoluzione, abiezione e redenzione, l'una verità dell'altra o, forse, menzogna e falsità dell'altra!

Percosse e schiaffi che turbano, quelle che spirano nelle pagine della Santità, e compassionevole ascolto delle miserie umane che irridono poteri, anatemi, ritualismi, comode convinzioni, sovrastrutture della paura fattasi preghiera.

L'urlo è il silenzio e il silenzio non ha più da raccontarsi.

Ricco di allegorie il tessuto narrativo che attraversa la condizione dell'uomo, storia individuale che si intreccia con la storia universale: dalla politica alla sociologia, dalla religione alla psichiatria; sinfonia polisemantica, dai colori a volte forti e densi, a volte sfumati e in chiaroscuro, che lascia il lettore sbalordito e attonito.

In un'epoca banale e incolore come la nostra, La mia santità si fa materia d'arte che trae dalla complessità umana la bellezza dell'inconfondibile, un sentire fuori dal gregge che non offre «risposte» consolatorie e men che meno definitive: l'orizzonte assoluto sembra avere perso la partita con la morte, con il limite, con il finito.

Questo il pregio di un'opera che ci consegna ad un vivere senza illusioni, smascherando false moralità, opinioni diffuse, ipocrisie sociali. L'arte esprime l'unica consapevolezza di un presente che non si aggrappa a nulla e, conseguentemente, la stessa prospettiva del nulla si dissolve nel gesto creativo.

Si direbbe, per l'ardita ambizione che l'attraversa, dopo avere letto La mia santità non avremo più voglia di leggere altro. Anzi, l'avremo e come! Continueremo a cercare come Diogene, pur sapendo che non troveremo la verità. Forse, quando avremo trovato, per dirla con l'autore, «la medicina della felicità e della fede», finalmente vivremo in pace con noi stessi.

Antonella Bonura

Scrittore

Sito Culturale - Balarm.it31 Luglio 2006

Leggi l’originale (PDF)

Una riflessione forte tra le tante che animano e danno il senso e il perché del romanzo autobiografico di Mario Ricotta dal titolo “La mia santità” (Ed. Progetto Cultura 2003, euro 12). Un libro che, partendo dall’esperienza personale dell’autore, dalla sua iniziale vocazione alla vita sacerdotale e successivamente l’accesso al seminario, con tutto il mondo di regole e precetti che ruota attorno ad esso, conduce il lettore nel dramma interiore del protagonista.

Egli gradualmente scopre, attraverso il dolore e il disagio esistenziale, che forse quella è una strada che non gli appartiene, e acquisendo gradualmente consapevolezza di se stesso si ritrova. In questo romanzo la “santità” diventa bene alla portata di tutti e soprattutto perde quel significato essenzialmente relegato alla sfera del sacro, diventando sinonimo di un percorso di vita che tutti dovremmo percorrere anche se questo può causarci dolore, cercando di non accettare facili risposte che provengono dall’esterno, ascoltando noi stessi e scegliendo ciò che vogliamo per noi dalla vita.

Così ha fatto l’autore che ha rifiutato una scelta non effettivamente sua, ma che nello strano gioco della vita lo era diventata. Ha saputo far chiarezza dentro di sé, capire e comprendere cosa il suo cuore voleva e attraverso la scrittura liberarsi e dare forma alla sua esperienza per poter così rinascere. Un’esperienza catartica quella della scrittura per Mario Ricotta, che attraverso questo romanzo sicuramente attuale e vicino alle ansie e alle angosce dell’uomo moderno comunica con il suo lettore, facendo da specchio alle insoddisfazioni e alla difficoltà del vivere di oggi causati dal non riuscire ad assaporare il presente, dal porsi obiettivi a volte troppo grandi per il futuro, dall’essere soffocati dalle pressioni del mondo esterno che cerca, a volte riuscendoci, di venderci modelli di vita che non appartengono alla nostra natura.

Un romanzo molto denso di problematiche di tipo esistenziale e dubbi di natura filosofica che proprio perché frutto di un travaglio interiore risulta molto spesso frammentario e poco fluido nel suo scorrere, eccedendo, a nostro avviso, in una prosa troppo lirica e costruita che in alcuni tratti lo rende pesante alla lettura. Una scelta narrativa comunque molto originale e coraggiosa e impegnata su un terreno quale è il cammino della vita su cui risulta facile appiattirsi nella selva dei luoghi comuni.

Salvatore Falzone

Scrittore

Giornale «La Sicilia»23 Luglio 2005

UN DIARIO AUTOBIOGRAFICO

Lo scrittore di Mussomeli Mario Ricotta abita appena fuori dal suo paese, in contrada Caldea, in una villa che – forse per via del biancore pallido della facciata di pietra – ricorda il silenzio. «L’ho fatta costruire – dice serissimo – per un bisogno d’Assoluto. Ma subito dopo ne sono rimasto insoddisfatto».

Ricotta, medico psichiatra, ha già pubblicato numerose opere teatrali incentrate sui temi dell’assurdo e del paradosso. Ora ha scritto un libro dal titolo La mia santità. Che non è un’opera di teatro e che non ha niente di assurdo. È un romanzo autobiografico che racconta gli anni trascorsi a suo tempo nel Seminario vescovile di Caltanissetta, quando voleva diventare sacerdote in forza di una vocazione di cui con candida convinzione affermava l’autenticità.

Stasera, alle 20,30, il suo lavoro (una vera e propria “fatica”, se si pensa che questa è la ventesima stesura) verrà presentato dall’associazione Sicilia Antica, presieduta dal prof. Giuseppe Messina, proprio lì, in quella villa di cui rivendica, con orgoglio disincantato, «la posizione tranquilla e nascosta».

Del romanzo parleranno Mauro Limiti, editore Progetto Cultura 2003, Paolo Polizzi, docente di filosofia teoretica a Palermo, Turi Scalia, scrittore e responsabile delle pagine culturali de “La Sicilia”, e Rosario Crocetta, sindaco di Gela e sensibile cultore delle belle arti. È previsto anche un intermezzo musicale del maestro Giovanni Geraci e una performance dell’attore teatrale Roberto Burgio, che leggerà alcuni brani tratti dal libro (l’aspetto organizzativo è stato curato dal poeta Tonino Calà).

«Si tratta di un incontro culturale – dice lo scrittore Roberto Mistretta, anche lui di Mussomeli, che stasera farà da moderatore – che riunirà personalità di prestigio attorno alla piscina illuminata nella splendida tenuta dello stesso Ricotta, da dove si domina mezza Sicilia».

Da poco tempo La mia santità si trova nelle librerie: molti però lo hanno già letto («alcuni lo hanno pure riletto», bisbiglia Ricotta senza vanteria alcuna ed anzi con espressione grave del viso). E moltissimi ne cominciano a parlare: anche senza averlo letto. Aleggia attorno al “diario” autobiografico del poco più che cinquantenne scrittore di Mussomeli lo spettro (e nel libro di spettri ce n’è già in abbondanza) dello “scandalo”.

La mia santità, che riporta in copertina una fotocomposizione con lo stesso autore in penombra, le mani giunte e un’aureola attorno al capo, sembrerebbe avviarsi inesorabilmente, e con buona pace di alcuni, a diventare un “caso”. Un’arma pericolosa messa in circolazione da un ex candidato alla santità, una verità finalmente svelata e cristallizzata in grado di provocare un terremoto negli ambienti ecclesiastici nisseni.

A maggior ragione che la maggior parte dei personaggi del racconto di Ricotta – da lui descritti con cura, anche fisicamente – sono ancora vivi e attivi, occupano ancora posti di responsabilità nella gerarchia e, soprattutto, sono riconoscibilissimi nonostante portino nomi di fantasia (ma ancora una volta facilmente riconoscibili: Cerso, solo per fare un esempio, sta per Sorce, il Vincenzo Sorce fondatore di Casa-famiglia Rosetta).

E invece no. Il libro di Ricotta non dà adito a questo genere di polemiche. Non può fare scandalo perché lo scandalo dev’essere attuale e di attuale nel suo libro non c’è che lui stesso: l’autore, con il suo tormento, la sua ansia di assoluto e di perfezione, la sua sofferenza procurata dalla continua contrapposizione fra la carne “maledetta” e lo spirito.

Ci sono i ricordi dei corridoi freddi e bui, della pipì trattenuta nella piccola cappella che rigurgitava salmi al terzo piano del palazzo di via Regina Margherita. E ci sono i fantasmi del suo passato, l’oscuro malessere di chi ascoltava e continua ad ascoltare l’universo e il mistero e il silenzio, l’angoscia e l’agitazione di chi si gira e rigira fra le lenzuola masticando preghiere fino a subire un “immane castigo” per aver disturbato la quiete comune della camerata in dormiveglia.

E ancora la malinconia per gli affetti perduti col trascorrere del tempo, lo stordimento provocato da una sequenza di immagini che lo portano indietro negli anni in un mondo fatto di parole cadute oggi in disuso, di odori e sapori di una civiltà contadina morta e sepolta...

Se qualcosa di scandaloso c’è nelle pagine di questo “diario” è forse il fatto che l’autore è riuscito a raccontarsi con una sincerità straordinaria, mettendosi a nudo fino ad arrivare a dire, alla fine: «Io non ho conseguito la santità. Questa è la mia santità».

Ma il libro di Ricotta è complesso e non può essere compreso utilizzando una sola chiave di lettura. Meno che mai facendo polemiche. Di discutere farà discutere. Un dibattito (anche sulla santità, la Chiesa, le sue regole, il “sistema”, il contrasto fra formule e sostanza) nascerà di sicuro: probabilmente già stasera.

Del resto, basta guardarlo negli occhi, Mario Ricotta, per leggergli dentro un desiderio irrequieto di dialogo, una voglia d’Assoluto, che egli credeva di soddisfare perfino con la costruzione della sua, pur silenziosa, dimora terrena.

Tonino Calà

Poeta

Giornale «La Repubblica-Palermo»12 Luglio 2005

Leggi l’originale (PDF)

Quando il tempo è senza la morte

Leggere La mia santità, romanzo autobiografico di Mario Ricotta, nel suo studio, via via che andava prendendo forma, è stata un’esperienza coinvolgente. Capitolo dopo capitolo si coglieva l’aspetto più interessante: il tempo che si fermava, perché tutto scompariva nell’incedere della narrazione.

L’infanzia, rapsodia simbolica dell’anima in un mondo dorato e perfetto senza morte, dove caramelle colorate scendevano dal cielo divino, di un dio vivente e concreto che raccoglieva l’ingenuo desiderio di un bimbo senza età. È questo uno dei topos della narrazione, tra il reale e il metaforico. La vita reale, spesso dura, filtrata con la magia della favola.

E da quella infanzia la scoperta del doppio, la lotta tra il bene e il male, le contraddizioni umane che mirano alla coscienza del paradosso, «scandalo dello scandalo». Figure prismatiche di un’antitesi che ha il sapore della condanna, dell’assoluzione e della redenzione; l’una verità dell’altra o, forse, menzogna e falsità dell’altra.

Salvatore Falzone

Scrittore

Giornale «La Sicilia»16 Ottobre 2005

Quel sogno di farsi prete

Soltanto un uomo e il suo travaglio. Con le sue ansie, le sue più intime aspirazioni, le sue allucinazioni, i suoi tormenti, i suoi fantasmi. Il disagio esistenziale di un giovane adolescente di Mussomeli che ha un sogno nel cassetto: diventare prete. Poi il sogno svanisce e il cassetto rimane vuoto. Dentro c'è solo un diario. Sgualcito, impolverato ma ancora palpitante di emozioni, pieno di nodi ancora tutti da sciogliere. Un vecchio quaderno dato alle stampe forse nel tentativo di condividerne il peso con i lettori.

È La mia santità di Mario Ricotta, medico psichiatra e scrittore. Un'autobiografia letteraria ambientata in un luogo reale, il seminario di Caltanissetta degli anni Sessanta e Settanta, quel seminario che, secondo alcuni, sarebbe il vero protagonista delle pagine di Ricotta – in qualità di imputato che soccombe in giudizio – ma che invece è solo la cornice di una storia personalissima.

Fra i relatori che hanno presentato il diario di Mario Ricotta c'era anche l'attuale rettore del seminario. Qualcuno se n'è meravigliato. Scelta poco opportuna? Certo ha suscitato interesse il fatto che a presentare il romanzo autobiografico di Ricotta sia stato proprio il rettore del seminario, quello stesso edificio che (sia pure in riferimento agli anni Sessanta) sarebbe stato posto dall'autore sul banco d'accusa.

Così abbiamo chiesto un commento a don Massimo Naro:

«Si tratta di un diario o di un'autobiografia. O, più tecnicamente, di un racconto lungo. In quest'ultimo caso esso rispecchia molto bene un'epoca come la nostra, in cui – come giustamente ha fatto notare Vincenzo Consolo – c'è ormai l'impossibilità culturale di scrivere un romanzo alla maniera di Manzoni. Peraltro, alla fine del suo libro, anche Ricotta mostra d'avere questa lucida e intelligente consapevolezza quando cita Manzoni, insieme a tanti altri campioni del romanzo tardo-moderno, tutti inarrivabili modelli per lui che si confessa incapace e fors'anche disinteressato a scrivere un vero e proprio romanzo».

Da dove cominciamo?

«Comincerei con il marcare le distanze con alcune altre opere letterarie».

Per esempio?

«Innanzitutto, rispetto a un recente "romanzo" dello scrittore agrigentino Enzo Lauretta: I due preti. Nelle pagine di Lauretta c'è la costruzione artistica, che cerca il puntuale supporto di alcune precisazioni storiche e teologiche per poter risultare verosimile. E nel diario di Ricotta?»

«C'è al contrario la ricostruzione di una storia e di una teologia, quelle dell'autore stesso, insieme alla puntigliosa ricerca di una trasfigurazione poetica».

Come fa a dirlo?

«Là i nomi dei preti di cui si narra sono inventati. Nel libro di Ricotta invece suonano così improbabili da tradire con ingenua evidenza d'essere piuttosto gli anagrammi dei veri nomi dei personaggi ricordati (più che rievocati) durante il (più che nel) racconto».

È vero, Resco sta per Sorce, Nempioca sta per Campione, Stalle per Stella, Carilla per Callari, Nacalella per Canalella, Gibertoli per Giliberto...

«C'è poi la distanza da una splendida novella del 1911 di Luigi Pirandello: la storia totalmente inventata del giovane Tommasino Unzio, detto Canta l'Epistola, suddiacono che ha lasciato il seminario agrigentino perché ha "perduto la fede". La poetica di Pirandello esprime l'ironica diffidenza per il disincanto scientifico tipico della tarda modernità. Ricotta invece si attarda a produrre motivazioni scientifiche per il suo ateismo».

In che senso?

«In Ricotta forse non riesce del tutto la relazione complessa fra la vita di un uomo e la sua opera letteraria. Voglio dire che la "malattia" del protagonista del diario di Ricotta non è reinventata come avviene invece nelle pagine di Fratelli, opera di Carmelo Samonà, scrittore palermitano che ebbe un figlio con gravi disagi psichiatrici e di cui sempre scrisse tra le righe dei suoi racconti».

E se invece dovesse cogliere delle analogie?

«Colgo una somiglianza con lo spettacolare film di Luc Besson su Giovanna d'Arco: nel film la santità di Giovanna è non quella autentica, quella cioè donata da Dio stesso al credente. È piuttosto la santità che Giovanna si costruisce su misura, cadendo in preda delle sue "visioni", o meglio dei suoi fantasmi, dei suoi demoni, dei suoi ricordi feriti di bambina costretta ad assistere impotente allo stupro e all'uccisione della sorella maggiore da parte dei bretoni contro cui poi da grande avrebbe impugnato la spada e il crocifisso».

Mario Ricotta come la Giovanna d'Arco di Besson.

«Anche lui è inseguito da fantasmi infantili, dal demonio insistentemente ritornante nel racconto, soprattutto dalla sua memoria di adolescente ferita dalla malvagità del suo primo "prefetto", il seminarista arrogante e violento preposto alla disciplina della sua classe in seminario a Caltanissetta».

Di chi si tratta?

«Di un certo Garofalo, diventato prete e, per la cronaca, poi laureatosi in psicologia e spretatosi».

Una specie di padre Manolo, quello de La mala educación?

«Il film di Pedro Almodóvar sembra avvicinarsi al revival di memorie adolescenziali del dott. Ricotta. Ma in realtà rimane, anche in questo caso, una grande distanza. La violenza omicida del prete salesiano di cui parla Almodóvar in una delle sue sequenze è una evidente caricatura, è volutamente inverosimile. La violenza del seminarista prefettino, invece, è – nelle pagine di Ricotta – realistica: non dice né più né meno di ciò che capitava nel burrascoso rapporto tra il piccolo Mario e il suo più grande compagno manesco».

Ci sono accenni ad episodi di pedofilia nel racconto di Ricotta?

«No. E questo è un fatto importante, che testimonia dell'equilibrio umano che c'era a Caltanissetta: il seminario nisseno degli anni Sessanta non era il collegio religioso spagnolo in cui Almodóvar visse la sua adolescenza».

Ma quale differenza passa tra il seminario vissuto e ricordato da Ricotta e il seminario di oggi?

«La differenza non sta soltanto nel fatto, peraltro triste, che la bella anche se austera cappella affrescata dal pittore ragusano Cascone, ben descritta da Ricotta, non esiste più. Non si tratta cioè solo di trasformazioni architettoniche, materiali. Si tratta specialmente di metamorfosi nella struttura comunitaria. La distanza che passa tra quel seminario e il seminario di oggi è quella che passa tra un rettore intonacato di nero come mons. Stella e l'attuale rettore. Che non porta più la veste talare e neppure il clergyman.

«Ed è soprattutto la differenza che passa tra i seminaristi ancora fanciulli o adolescenti di allora, e il gruppo dei seminaristi di oggi, in gran parte entrati in seminario da adulti, a 30 anni, a 35, a 40. Nei loro confronti il rettore, anagraficamente più giovane di alcuni di loro, deve ora necessariamente avere un altro tipo di rapporto formativo, non gendarmesco né paternalistico, improntato piuttosto all'educazione e alla responsabilità. Dico questo per evidenziare che la distanza che passa tra il seminario ricordato da Ricotta e quello di oggi (qui a Caltanissetta, ma ormai anche ovunque) è la distanza lunga della storia, quella segnata in 30 anni di incalzanti cambiamenti».

Si è parlato de La mia santità come di uno "scandalo" letterario.

«Ricotta ha atteso più di 30 anni prima di pubblicare queste sue memorie, peraltro ricostruite secondo verità in pagine esteticamente molto efficaci. In questo senso il suo libro rischia l'anacronismo letterario. Ma forse proprio questo prova che l'autore non ha voluto cercare lo scandalo, come qualche lettore potrebbe presumere».

E allora, secondo lei, cosa ha spinto Ricotta a dare alle stampe La mia santità?

«Lo storico Michel De Certeau ha detto che per superare il passato e i suoi traumi, per inumarlo veramente, occorre prima disseppellirlo, studiandolo, ricordandolo, scrivendone. Scrivere la storia della "sua santità" è stato per il dott. Ricotta, forse, rintracciare un cadavere ormai troppo stantio per dargli la giusta e definitiva sepoltura».

Salvatore Scalia

Scrittore, Responsabile culturale giornale "La Sicilia"

Giornale «La Sicilia»16 Dicembre 2005

La scrittura che libera dalla colpa

A Mussomeli, su una collina fuori dell’abitato, c’è una villa isolata in cui abita uno che ama scrivere, uno di quelli che del vivere appartati, nella semplicità e a contatto con la natura, ha fatto una scelta di vita e di stile. Qui si ritira ogni giorno dopo aver sondato come un palombaro gli abissi della mente, i fondali più oscuri e impenetrabili o quelli più limpidi all’apparenza disponibili allo scandaglio.

Il suo nome è Mario Ricotta, di mestiere fa lo psichiatra e conosce alla perfezione i meccanismi perversi della mente, la dissoluzione della coscienza e il contrasto fortissimo tra civiltà e istinto, tra cultura e natura, tra dogma e libertà. È naturale, perciò, che il suo primo approdo di scrittore sia stata una notevole, anche se finora poco rappresentata, produzione drammaturgica, di un teatro dell’assurdo, del farsi e del disfarsi della mente e della scena, della realtà e del suo contrario.

Testi rivelatori di un’attitudine allo scandaglio dell’anima, che però mettevano in gioco solo indirettamente l’io dell’autore, le cui corde si sentivano vibrare, ma come un sottofondo, un accompagnamento musicale discreto. Quella risonanza era un’eco che maturava, era scrittura e parola che coinvolgevano l’io, che lo mettevano talmente a nudo da richiedere pazienza, lima, tempi lunghi, coraggio di mostrare a tutti la propria intimità più riposta.

Scrivere era tormento e liberazione. Significava svelarsi e ricoprirsi di un nuovo manto, scorticare la propria anima per ridarle una nuova verginità, rinunciare a verità inculcate e mostrare a fronte alta la conquista di una nuova fede, fondata sulla grandezza dell’uomo, che accetta la propria finitezza, e non sulla proiezione delle umane miserie in Dio.

Perciò si capisce l’ironia di Mario Ricotta nell’intitolare il suo libro La mia santità (Edizioni Progetto Cultura, pp. 266, euro 12). Santità laica, conquistata dopo un corpo a corpo durato circa trent’anni con la sua esperienza nel Seminario arcivescovile di Caltanissetta, in una sfida senza quartiere della logica alla mentalità repressiva, al disegno dell’obbedienza cieca, ottusa, che mira al controllo delle coscienze.

Mario Ricotta compie l’itinerario opposto a Sant’Agostino, che dalla dissolutezza era passato alla conquista della fede e all’annullamento di sé in Dio. Lo scrittore di Mussomeli, uno dei tanti figli di contadini che trovavano nel seminario un mezzo per studiare, parte dall’accettazione della fede, arde dal desiderio di conformarsi, di essere perfetto, di conquistare il regno dei cieli, ma qualcosa non funziona.

A parte ipocrisie facilmente verificabili, contraddizioni stridenti, idiozie, persino punizioni per aver mostrato eccesso di zelo, esiste il disagio per il senso di colpa che schiaccia l’individuo, che ne fa un eterno imputato per il semplice fatto di esistere, come il Signor K del Processo di Kafka.

Prima che una ribellione cosciente, la fuga dall’assurdo avviene tramite la malattia che rivela la contraddizione tra l’essere e il dovere essere. Da questa frattura nascono le confessioni, perché a questo genere letterario appartiene La mia santità, di Ricotta.

Il risultato è, oltre ad una prosa avvincente, la conquista di una rigorosa morale laica, che non significa rinuncia alla possibilità di Dio, ma agli inganni dei suoi interpreti più intransigenti.

Salvatore Ferlita

Scrittore, Critico, Giornalista

Giornale «La Repubblica»4 Maggio 2006

Mario Ricotta, un drammaturgo in cerca di Dio

Sono in pochi a sapere che a Mussomeli alberga un novello Beckett. Un Jonesco del terzo millennio, che dal 1979 non ha smesso di scrivere drammi, racconti, in cui l’allucinazione e l’incanto, l’angoscia e l’onirismo si intrecciano sino a creare un garbuglio quasi metafisico.

Basta prendere in considerazione la mole della sua produzione (La risposta, 1979, Colei che sbadiglia ovvero il quadro e il buco, 1980, La macchia, la fessura, applausi impossibili, il bacio, il falò, 1984, Teatro, 1989, Racconti neri e grotteschi, 1996, Ancora teatro, 2004) per rendersi conto del fatto che Mario Ricotta, psichiatra di professione, è per vocazione drammaturgo, quasi per necessità scrittore, per una sorta di imperiosa urgenza autobiografica.

Come testimonia il suo romanzo recente La mia santità (Edizioni Progetto Cultura, pagine 266, 12 euro), che verrà presentato oggi pomeriggio alle ore 18, presso la Biblioteca Comunale (Casa Professa), dal giornalista Nino Randisi, dal presidente dell’Ordine degli psicologi di Sicilia Fulvio Giardina e dal gesuita Vincenzo Lo Conte.

Nel romanzo l’autore rievoca gli anni trascorsi nel Seminario vescovile di Caltanissetta, attraverso l’escamotage narrativo del diario: prendono così corpo le tappe di un percorso personale, di conoscenza e crescita, di mortificazione e rinunce. Un cammino tempestato da domande radicali, da quesiti estremi ed estenuanti, in forza dei quali le questioni relative alle realtà ultime, alla fede, alla santità, diventano il trampolino di lancio di una prosa argomentativa, dal preponderante taglio gnoseologico.

Mario Ricotta è a metà strada tra il Tommaseo e il Fogazzaro: la sua «santità» si colloca tra la «fede» del primo e l’inquietudine del secondo. Una fede che già, in un testo pubblicato nella raccolta Racconti neri e grotteschi, aveva trovato una personalissima declinazione, assillante e tormentosa:

«Esiste Dio? – si chiede Mirko, il protagonista del racconto intitolato appunto “La fede” – Chi è Dio? Qual è il nostro destino? Che ci sto a fare in questo mondo? Cos’è il mondo? Com’è fatto il mondo?».

Dalla domanda su Dio si passa a quella sul destino e sul mondo: Mario Ricotta non si è mai sottratto alla vertigine del pensiero, all’ebbrezza della ricerca. Come testimoniano le sue opere teatrali, che negli anni hanno goduto del favore di poeti, critici, intellettuali di primo piano.

A cominciare da Dario Bellezza, grande amico di Ricotta, e suo entusiasta estimatore:

«L’autentica originalità di Mario Ricotta – ha scritto il poeta romano – avvertito il dissidio tra la mediocrità del mondo circostante e le possibili realtà intraviste come frutto di cultura, di esperienza, si nutre del pensiero filosofico che gli suggerisce la scelta di argomenti, i mezzi per attuarli sulla scena conferendo loro il segno della novità».

Per Bellezza gli esemplari «umani» creati dal drammaturgo nisseno si muovono «di là dalle tenebre, di là dal mondo, di là dalla vita, forse. Di questi personaggi conosciamo il profilo, il suono della voce, il gesto, eppure non ne sappiamo nulla. E siamo invasi da un’angoscia, e pensiamo che forse hanno due volti, o anche di più. Chi vede la propria vita è segno che non la vive più, la subisce, trascinandola come un peso».

Vedere la propria vita, non viverla più: si tratta di indicazioni critiche, di chiose che sembrano rimandare all’esperienza drammaturgica pirandelliana. E di certo c’è Pirandello tra i numi tutelari di Ricotta: ma c’è anche la volontà di andare oltre il magistero del premio Nobel, o quanto meno di coniugarlo alla lezione di Rosso di San Secondo: conterraneo di Ricotta e suo polo d’attrazione.

Ma non faremmo giustizia all’originalità della pronuncia dell’autore de La risposta, se ci limitassimo alla solita litania di nomi, di riferimenti letterari. Perché lo scrittore e psichiatra nisseno ha voluto, coi suoi drammi, allungare il suo sguardo, obliterando la chincaglieria tematica e linguistica isolana (se ai siciliani ha guardato, lo ha fatto rivolgendosi agli scrittori eterodossi, come Beniamino Joppolo o Ezio D’Errico: basti leggere il racconto Il treno che sbagliò binario per averne conferma).

Ricotta è un drammaturgo mitteleuropeo: il respiro delle tematiche affrontate, il taglio della sua pronuncia, ci rimandano al teatro dei grandi scrittori drammatici del secolo scorso. E se ha veramente un senso fare dei nomi, allora accanto a quelli di Artaud, di Stanislavskij, tirati in ballo dal noto studioso Luigi Reina, o di Arrabal, menzionato da Beppe Costa, va collocato quello di Friedrich Dürrenmatt.

Per il recupero della mitologia classica, rivisitata problematicamente e risemantizzata alla luce di istanze sempre nuove, di sollecitazioni inedite. Ha scritto in proposito Dante Maffia:

«Un dato interessante è la sua (di Ricotta, n. d. r.) capacità di mixage tra cultura classica e contemporanea. Il mito trova in lui un interprete originale e si dilata fino a onnicomprendere il futuro»

e a «scendere nei meandri dell’allegoria dove è possibile renderci conto dell’ampiezza poetica e drammatica che sta all’origine stessa della concezione dell’opera».

Le opere teatrali dello scrittore nisseno, sinora rimaste inabissate, meriterebbero oggi i palcoscenici che contano: è vero che nel 1989 la cooperativa «Teatro nuovo» di Palermo mise in scena La bottega all’angolo a Caltanissetta. Ma è ora che i drammi di Mario Ricotta comincino a fare il giro dell’Isola. E non solo.

Giornale "Giornale Nisseno"

30 Giugno 2005

La mia santità

È uscito nelle librerie (il libro già si può trovare a Roma, Milano e nelle maggiori librerie delle città siciliane) il romanzo autobiografico La mia santità di Mario Ricotta, pubblicato dalla casa editrice di Roma Edizioni Progetto Cultura 2003.

«Per i temi trattati – si legge in una nota – questo romanzo sicuramente provocherà interesse e scandalo perché mette in discussione un modo di intendere la religiosità e ne fa oggetto di irrisione. Il libro sarà presentato a Mussomeli entro il mese di luglio e successivamente verrà presentato a Roma e in diverse città del Nord Italia.

Di seguito, pubblichiamo la recensione del libro firmata da Tonino Calà:

«Nell’ora in cui la morte si presenterà, sotto qualsiasi aspetto sia, fai che sia un tripudio di luce, un sfolgorio, una festa di musica, un banchetto finale di delizie! Sarò seppellito con il solito, inutile rito! Io non ho conseguito la santità. Questa è la mia santità!».

Una storia senza tempo, quella di Mario Ricotta: medico, psichiatra, drammaturgo, autore della Mia santità, romanzo autobiografico. Capitoli di vita in cui si narra l’umano e il divino e si svelano ad un tempo inconfessabili segreti che si materializzano in racconti d’arte. Intensa testimonianza di una esistenza, inquieta ricerca di un «brandello di verità».

L’infanzia, rapsodia simbolica dell’anima: mondo dorato e perfetto senza morte, caramelle colorate che scendevano dal cielo divino, di un dio vivente e concreto che raccoglieva l’ingenuo desiderio di un bimbo senza età. E da quella infanzia la scoperta del doppio, la lotta tra il bene e il male, le contraddizioni umane che mirano alla coscienza del paradosso, «scandalo dello scandalo».

Figure prismatiche di un’antitesi che ha il sapore della condanna e dell’assoluzione, abiezione e redenzione, l’una verità dell’altra o, forse, menzogna e falsità dell’altra!

Percosse e schiaffi che turbano, quelle che spirano nelle pagine della Santità, e compassionevole ascolto delle miserie umane che irridono poteri, anatemi, ritualismi, comode convinzioni, sovrastrutture della paura fattasi preghiera. L’urlo è il silenzio e il silenzio non ha più da raccontarsi.

Si direbbe, per l’ardita ambizione che l’attraversa, dopo avere letto La mia santità non avremo più voglia di leggere altro. Anzi, l’avremo e come! Continueremo a cercare come Diogene pur sapendo che non troveremo la verità. Forse, quando avremo trovato, per dirla con l’autore, «la medicina della felicità e della fede» finalmente vivremo in pace con noi stessi.

Diego

Impressioni di un lettore

Carissimi Mauro e Marco,

un saluto e un augurio per un Natale felice, pieno di magia.

Grazie molto per avermi consigliato un libro denso e appassionato come La mia santità di Mario Ricotta. Un libro coraggioso, intimo, difficile. Ancora non sono riuscito a terminarlo; a volte, a tratti, è come se cercasse di aprire una porta dentro di me, una porta che si preferisce spesso tenere ben chiusa. C’è voluto coraggio a scrivere una storia come questa e coraggio nel pubblicarla, ma ne valeva la pena!

Durante la fiera del libro siete stati gentili e vi auguro un 2007 denso di soddisfazioni.

Appena termino la lettura farò in modo di diffonderlo in bookcrossing, per fare un poco di pubblicità, e ne farò una recensione in un giornale web con cui collaboro.

Buon Natale

Diego

Massimo Naro

Teologo, Critico

Incontri, periodico della diocesi di Caltanissetta1 Dicembre 2005

La fotografia d’epoca del Seminario nisseno in un recente romanzo

Queste mie riflessioni costituiscono una sorta di recensione del recente romanzo – intitolato La mia santità – dato alle stampe da Mario Ricotta, psichiatra di Mussomeli e autore di testi teatrali e di prosa narrativa. Non scrivo perché, nella mia veste di rettore del seminario diocesano di Caltanissetta, di cui Ricotta parla nel suo libro, io voglia fare la difesa d’ufficio di qualcuno o di qualcosa (per es.: del seminario in cui visse la sua adolescenza Ricotta, dei metodi formativi che erano applicati più o meno efficacemente in quel seminario, dei suoi superiori: tutti temi caldi toccati con insistenza caustica da Ricotta).

Scrivo, piuttosto, perché desidero misurarmi criticamente con un genere letterario che reputo tra i più rappresentativi e tra i più tipici della temperie culturale in cui viviamo: le memorie autobiografiche. Dacché, infatti, Cartesio ha formulato lo slogan che sta a fondamento della cultura moderna – «Cogito, ergo sum» – quello autobiografico è diventato il genere letterario più diffuso e più praticato, non solo da grandi e famosi intellettuali ma anche da piccoli e anonimi personaggi che solo l’importanza della tragedia in cui sono stati loro malgrado coinvolti ha reso più grandi dei grandi della storia: pensiamo alla piccola Anna Frank e al suo diario che rimane per noi come il più formidabile contraddittorio ad un altro scritto autobiografico del suo stesso tempo, l’assurda autoapologia scritta da Adolf Hitler nel Mein Kampf. Dal XVII secolo ad oggi tantissima gente ha scritto diari, ha intrattenuto ideali corrispondenze epistolari, ha raccontato la propria storia. La scrittura autobiografica esprime infatti, meglio di ogni altra, la capacità di dire responsabilmente “io”, la capacità di ricavare dal “pensarsi” l’evidenza del proprio esserci, le forme della propria identità. Ciò è diventato ancora più frequente nella tarda modernità e, in particolare, negli ultimi decenni del Novecento.

Anche nell’ambito disciplinare di cui mi occupo – la teologia – si è imposta l’inevitabile importanza del soggetto teologante, in quanto tale sempre, sì, alle prese con Dio e con la verità di Dio, ma in un rapporto di maggiore coinvolgimento personale con Dio e con la verità che non nel passato. Un grande teologo russo-ortodosso, Pavel Florenskij, lo ha fatto comprendere molto bene in una sua bellissima pagina: «La conoscenza teologica non è l’impossessarsi di un oggetto morto da parte di un soggetto gnoseologico predace, ma una viva comunione morale di persone ognuna delle quali è per ciascun’altra oggetto e soggetto. Qui è impossibile dire che cosa sia la causa e che cosa l’effetto, perché l’una e l’altra sono soltanto aspetti di un’unica misteriosa realtà: l’ingresso di Dio in me, come soggetto filosofante, e di me in Dio, come Verità oggettiva».

Anche la teologia, dunque, dopo Cartesio e dopo Lutero – «Vivendo, immo moriendo et damnando fit theologus», disse il padre della Riforma protestante –, è diventata una conoscenza che non rimane semplicemente elucubrata, perché è piuttosto vissuta, al punto che la verità conosciuta diventa l’esistenza stessa di chi lo conosce, la sua verità personale. Avviene, insomma, anche per il teologo contemporaneo, ciò che avveniva già per il credente biblico: «O Dio, tu sei il mio Dio», pregava il salmista, rinunciando a parlare su Dio e preferendo parlare con Dio, rispettandone così l’assoluta ineffabilità e l’indisponibile trascendenza, ma pure entrando in un rapporto così familiare con Lui da potersi “impossessare” di Lui, che pur rimane il Signore, con il trasporto tipico di chi ama, di chi può dire cioè a colui al quale si sa di appartenere per amore: “tu sei mio”.

Lo ha spiegato magistralmente il teologo italo-tedesco Romano Guardini: «Dio non è come un albero, sul quale si può dire di tutto e poi lasciarlo stare così com’è. Dio si rivolge a me esigendo. Egli non m’è dato affatto quale “Dio per sé”. In quanto tale Egli è il suo proprio autoriservarsi. Mi è dato invece solo come “Dio per noi”. Ecco quindi che Dio entra nella piena e decisiva datità per me possibile, e vi entra solo allorché lo accolgo come la salvezza della mia persona. Non quando dico “Dio”; ma quando dico “Dio mio”».

Ponendomi in questa prospettiva, mi sono lasciato incuriosire e interpellare dal titolo del libro di Ricotta: La mia santità. La santità è la santità: è il rapporto che Dio, Lui, e Lui per primo, instaura salvificamente con gli uomini. Non si può essere santi da se stessi e a proprio piacimento. Ma – come già insegnavano i Padri della Chiesa – se è vero che non possiamo essere santi senza Dio, è anche vero che Dio non ci fa santi senza di noi: ci chiama alla santità e, perciò, ci rende capaci di rispondergli in tal senso; più precisamente: ci rende responsabili, vale a dire abili a dare una risposta. La risposta che “deve” essere data. Ma, pure, la risposta che deve essere data “da noi”.

Ricotta, parlando della “sua” santità, dimostra di partecipare a questa sensibilità moderna, ma non per questo sbagliata, secondo cui ci si può e ci si deve mettere in rapporto personale con Dio, per essere santi. I pericoli rimangono anche nel caso di Ricotta, come nel caso di tanti intellettuali e persino di tanti teologi contemporanei: il pericolo del soggettivismo, del relativismo. Ma questi pericoli non offuscano e non compromettono inappellabilmente il fascino del fenomeno epocale, di cui Ricotta è un testimone e in cui tutti, volenti o nolenti, consapevolmente o meno, siamo oggi culturalmente coinvolti.

Per individuare una possibile chiave ermeneutica, per una lettura critica e serena del libro di Ricotta, vorrei qui considerare la distanza e la diversità, oltre che le somiglianze, le differenze oltre che le analogie a cui il romanzo sembra rimandare a più livelli. Innanzitutto la distanza con alcuni prodotti letterari dello stesso genere. E poi la distanza che corre tra il seminario dei tempi ricordati da Ricotta e il seminario di oggi (ch’è pur lo stesso seminario nisseno!), come anche la distanza che corre tra come erano i personaggi descritti da Ricotta e come sono oggi quegli stessi personaggi, almeno in alcuni casi. E, contestualmente, vorrei segnalare la distanza che ci può essere tra la santità cristiana e la santità di Mario Ricotta, da lui sperata, ricercata, immaginata e inventata, alla fine disattesa.

Comincio col livello letterario, in cui evidentemente si colloca il diario (ma si potrebbe pure dire l’autobiografia adolescenziale) di Ricotta, che si avvicina e si distanzia al contempo da alcuni prodotti letterari simili.

Innanzitutto c’è da registrare la distanza rispetto a un recente romanzo dello scrittore agrigentino Enzo Lauretta: I due preti. Nelle pagine di Lauretta c’è la costruzione artistica, che cerca il puntuale supporto di alcune precisazioni storiche e teologiche per poter risultare verosimile rispetto all’odierno contesto culturale ed ecclesiale in cui è ambientato il romanzo. Nel diario di Ricotta c’è al contrario la ricostruzione di una storia e di una teologia, quelle dell’autore stesso, insieme alla pur puntigliosa ricerca di una trasfigurazione poetica. Una “prova” di questo? Là i nomi dei preti di cui si narra sono inventati. Qui invece suonano così improbabili da tradire con evidenza d’essere piuttosto gli anagrammi dei veri nomi dei personaggi ricordati durante il racconto (Giliberto, Callari, Candura, Salvaggio, Falletta, mons. Rizzo, Speciale, Campione, Maisano, i fratelli G e S, il senatore Alessi...; Genco, Carvello, Barba, soprattutto: Garofalo e Vincenzo Sorce).

E poi ancora la distanza con il racconto breve, la splendida novella di un altro più antico e più grande agrigentino, Luigi Pirandello: Canta l’Epistola, del 1911, storia totalmente inventata del giovane Tommasino Unzio detto Canta l’Epistola, suddiacono che ha lasciato il seminario perché ha «perduto la fede». La poetica di Pirandello esprime qui il disincanto dal disincanto scientifico tipico della tarda modernità. Ricotta invece si attarda a produrre motivazioni scientifiche per il suo ateismo. Un’altra “prova” per questo? Pirandello dice col suo solito umorismo i pericoli e le aporie della tecnica. La poetica di Ricotta, invece, si abbarbica al disincanto scientifico, ricercando una fede chimica non meno mitica della fede irresponsabilmente reputata come un arbitrario dono divino.

Colgo invece una certa analogia tra il libro di Ricotta e un bel dramma scritto da Dacia Maraini: I digiuni di Catarina, dove la santa di Siena è presentata come una donna che riflette sul senso divino della propria santità mentre ne ricava le motivazioni umane dalla memoria della propria adolescenza. Anche Ricotta fa della sua santità la risultante di una nuova scoperta vocazionale, più radicale e più esigente rispetto a quella che lo aveva condotto in seminario, quando ricoverato nel reparto di neurologia si accorge del dolore che nel mondo c’è, giungendo così a concepire l’ideale di una santità antropologica, laica, intramondana, in cui si rintraccia l’eco della teologia della morte di Dio e che si risolve nella secolarizzazione della santità cristiana: Cristo visto non come Figlio (Dio) ma come fratello, l’obbedienza come responsabilità, la speranza come progettualità, la carità come solidarietà.

Colgo anche una certa somiglianza tra il libro di Ricotta e il film di Luc Besson su Giovanna d’Arco: nel film la santità di Giovanna è non quella autentica, quella cioè donata da Dio stesso al credente. È piuttosto la santità che Giovanna si costruisce su misura, cadendo in preda delle sue “visioni”, o meglio dei suoi fantasmi, dei suoi demoni, dei suoi ricordi feriti di bambina costretta ad assistere impotente allo stupro e all’uccisione della sorella maggiore da parte dei soldati bretoni contro cui poi da grande avrebbe impugnato la spada e il crocifisso.

Così è pure per Ricotta e la “sua santità”: anche lui inseguito da fantasmi infantili, dal demonio insistentemente ritornante nel racconto, soprattutto dalla sua memoria di adolescente ferita dalla malvagità del suo primo “prefetto”, il seminarista arrogante e manesco preposto alla disciplina della sua classe in seminario a Caltanissetta, Garofalo, diventato prete e, per la cronaca, poi laureatosi in psicologia e spretatosi.

Il film di Pedro Almodóvar – La mala educación – sembra avvicinarsi al revival di memorie adolescenziali del dott. Ricotta. Ma in realtà rimane, anche in questo caso, una grande distanza. La violenza omicida del prete salesiano di cui parla Almodóvar in una delle sue sequenze è una evidente caricatura, è volutamente inverosimile. La violenza del seminarista prefettino, invece, è nelle pagine di Ricotta – realistica, veristica: non dice né più né meno di ciò che capitava nel burrascoso rapporto tra il piccolo Mario e il suo più grande compagno arrogante e manesco.

D’altra parte non c’è, nel racconto di Ricotta, nessun accenno ad episodi di pedofilia. È un fatto importante, che testimonia dell’equilibrio umano che c’era a Caltanissetta: nel seminario nisseno, negli anni sessanta, non avveniva ciò che Almodóvar dice per il collegio religioso spagnolo in cui egli visse la sua adolescenza.

Ci sono poi due libri, verso cui maggiormente spicca la vicinanza: Lacrime impure (Il gesuita perfetto), di Furio Monicelli, e Caro nostro seminario, di Franco Stano. Il primo racconta degli anni di noviziato di due aspiranti gesuiti: uno finisce per ribellarsi al regime di stretta e cieca obbedienza imposto dagli educatori del collegio, uscendo dal noviziato ma conservando intatta la sua fede in Cristo; l’altro, il protagonista, rimane nel collegio sino a diventare gesuita, ma perdendo via via di vista le motivazioni autentiche della sua scelta, i suoi dubbi, i suoi interrogativi, e perciò stesso la sua fede.

Il secondo romanzo racconta del noviziato, in un seminario clarettiano, del protagonista che vive serenamente, ma anche un po’ troppo poeticamente, gli anni della sua formazione, conservandone e poi ricostruendone nel romanzo un ricordo felice, quasi arcadico (santità immaginata, inventata, costruita, com’è tipico della tarda modernità in cui viviamo la crisi dell’oggettività).

Ci sono però altre distanze da marcare. Per esempio quella che passa tra il seminario vissuto e ricordato da Ricotta e il seminario di oggi. Non si tratta solo di trasformazioni architettoniche, materiali. Si tratta specialmente di metamorfosi nella struttura comunitaria.

La distanza che passa tra quel seminario nisseno e il seminario nisseno di oggi è quella che passa tra un rettore intonacato di nero come mons. Stella e l’attuale rettore, che non porta più la veste talare e neppure il clergyman. Ed è soprattutto la differenza che passa fra i tanti seminaristi ancora fanciulli o adolescenti di oggi, in gran parte entrati in seminario da adulti, a trent’anni, a trentacinque, a quaranta. Nei loro confronti il rettore, anagraficamente più giovane di alcuni di loro, deve ora necessariamente avere un altro tipo di rapporto formativo, non gendarmesco né paternalistico, improntato piuttosto all’educazione alla responsabilità.

Così come i genitori di oggi hanno un diverso rapporto affettivo e pedagogico con i loro figli, rispetto al rapporto di cui erano capaci i genitori di quegli anni, quelli che oggi sono ormai nonni o bisnonni.

Ma è anche la distanza che passa internamente alle persone ricordate nel diario di Ricotta. La differenza cioè di un altro rettore di quegli anni sessanta, mons. Campione – a cui l’autore riconosce l’onore delle armi, ricordandolo come un uomo di profonda spiritualità e capace di recepire sufficientemente i mutamenti epocali che allora pressavano alle porte della Chiesa conciliare – rispetto a se stesso oggi: ora che egli ha ottant’anni è capace di vestire molto più “secolarmente” di quand’era più giovane, indossando nei corridoi della curia, dove lavora ancora, polo a righe che non assomigliano più alla talare incollettata in uso a quei tempi.

Ma ancor più radicale, un altro tipo di distanza, più interiore, quella che mi è capitato di registrare nel caso di don Vincenzo Sorce, leggendo un suo recente libro autobiografico: Che prete sei? In un articolo pubblicato sulla rivista del seminario nisseno da don Vincenzo qualche mese prima della sua ordinazione presbiterale, trentacinque anni fa, si legge questa affermazione, che l’autore ama ricordare con insistenza a distanza di tanti anni: «Il Cristo viene a salvare tutto l’uomo e non semplicemente la sua anima». Una frase per dire – come era di moda al tempo del concilio – che il cristianesimo non può rimanere un discorso soltanto consolatorio e, perciò, aleatorio: che la Chiesa deve davvero incarnarsi lì dove annuncia il Vangelo, facendo sue le sofferenze anche materiali dell’«uomo ferito».

Col trascorrere degli anni don Vincenzo è rimasto convinto della bontà di questo slogan. E la sua attività dimostra una reale continuità con questa sua giovanile convinzione. Ma forse neppure lui si accorge, mentre ora si racconta nel suo libro, che rispetto a questa convinzione egli ha guadagnato anche una altrettanto reale discontinuità.

Perché si è reso conto che le ferite dell’uomo contemporaneo non sono solo quelle che appaiono sulla sua carne. Sono anche e soprattutto quelle intaccate nel suo spirito. E allora, a poco a poco, don Vincenzo si è convinto, giustamente, che la salvezza integrale dell’uomo è proprio quella che non si dimentica dell’anima. Il servizio di accoglienza, di accompagnamento, di riabilitazione dei “nuovi poveri”, ha fatto avvertire a don Vincenzo l’esigenza di sovvenire anche ad un altro tipo di povertà, quella spirituale, oltre che quella fisica, morale, economica.

La riabilitazione psico-motoria dei bambini cerebrolesi di Porto Velho, il recupero dei giovani tossicodipendenti di Terra Promessa, la cura degli ammalati di Aids, sono una fatica dimidiata, un ministero incompiuto, se non c’è anche la catechesi per il battesimo e la prima comunione, se non c’è la celebrazione sacramentale della riconciliazione, se non c’è la preghiera di affidamento tra le braccia di Dio Padre al momento della morte.

Dico questo per evidenziare che la distanza che passa tra il seminario ricordato da Ricotta e quello di oggi (qui a Caltanissetta, ma ormai anche ovunque) è la distanza lunga della storia, quella segnata in trent’anni di incalzanti cambiamenti. E trent’anni trascorsi in piena epoca contemporanea comportano mutamenti radicali (dentro e fuori le persone), molto più veloci e consistenti di quelli che potevano prima avvenire in cento anni.

Ricotta ha atteso più di trent’anni prima di pubblicare queste sue memorie, peraltro spesso ricostruite secondo verità in pagine esteticamente molto efficaci. In questo senso il suo libro rischia l’anacronismo letterario. Ma forse proprio questo prova che l’autore non ha voluto cercare lo scandalo, come qualche lettore potrebbe presumere.

Lo storico Michel de Certeau ha detto che per superare il passato e i suoi traumi, per inumarlo veramente, occorre prima disseppellirlo, studiandolo, ricordandolo, scrivendone. Scrivere la storia della “sua santità” è stato per il dott. Ricotta, forse, rintracciare un cadavere ormai troppo stantio per dargli la giusta e definitiva sepoltura. Un’operazione di intima pietas, che ha avuto il coraggio e l’umiltà di farci conoscere.

Umiltà e coraggio che anche noi dobbiamo avere nel leggere i suoi ricordi.

B. G.

CRITICA

Devo riconoscere che realizzare un lavoro come quello propostomi non è assolutamente semplice in quanto si corre il grosso rischio di cozzare con lettori non abituati ad un certo tipo di “letteratura” che sollecita in modo molto marcato la riflessione e non crea nell'immediatezza quell'impatto che spesso fa esclamare: “che bello questo libro, penso di leggerlo tutto di un fiato”.

Iniziando la lettura ho avuto la sensazione di non riuscire a giungere al termine ma, continuando, mi sono sentito trasportato tanto che con lo scorrere dei capitoli aumentava la curiosità di sapere quale sarebbe stato l'epilogo.

Ho trovato i contenuti molto profondi eccezionalmente idonei a descrivere il corso di una vita fatta di desideri, speranze, sofferenze, dubbi, delusioni ma anche realizzazione, utilizzando una narrazione efficace capace di proiettarci con dei balzi in epoche non consequenziali ma che riesce a trasmettere al lettore le forti sensazioni del protagonista.

Idea originale quella di individuare in un diario scomparso il filo conduttore o meglio il “generatore” delle forti immagini che in successione ci accompagnano fino al termine.

Cito:

“Ora che non ho raggiunto la santità, che non ho conseguito il sacerdozio, che non ho conquistato il mio vello, che non ho raggiunto la gloria, mi rendo conto che l'unica prospettiva che mi attende è la vecchiaia che si appressa come nel sogno a quindici anni tranne che non venga prima la morte! Ora che sono escluso dagli eletti dell'umanità: i papi, i santi, i governanti, gli scienziati, gli scrittori, gli artisti, assaporo fino in fondo l'amaro grigiore della quotidianità, l'immenso spasimo del mio insuccesso………”

E ancora:

“Eppure sono certo che il mio lavoro di medico alle prese con la malattia e di psichiatra in cerca dell'anima, in un'analisi continua, non è meno importante che qualsiasi atto di papa, di capo di stato e di governo………”

Ancora:

“E' stata un'inutile perdita di tempo la mia vita e il racconto della stessa. Ma nella quotidianità che ho scelto c'è l'eccezione come quando andavo a servire la messa delle cinque .....”

Cito ancora:

“Le persone straordinarie oggi non stanno alla ribalta……..io sono l'eroe più grande nel silenzio e nel lavoro dei giorni, senza gloria, senza tempo per me, senza tempo per pensare…..

Ma ora non trovo il diario che mi avrebbe salvato l'anima………La vita è terribilmente unica per essere ripetuta anche una sola volta come in un film. Ma è terribilmente importante per non conservarne una copia sempre disponibile in qualche parte dell'Universo……….”

E per concludere:

“Sarò seppellito con l'insolito inutile rito! Io non ho conseguito la santità. Questa è la mia santità.”

Questi sono i periodi che racchiudono il succo della storia che decodificano il titolo e che mettono in risalto la grande capacità comunicativa dell'autore.

Dal punto di vista tecnico trovo perfette le citazioni storiche, formale il registro linguistico e appropriate le scelte lessicali.

Non ci sono errori ortografici.

Non conosco il numero della stesura ma consiglio all'autore di curare meglio l'impaginazione, evidenziando meglio dal punto di vista grafico i capitoli e i dialoghi.

Mi permetto inoltre di consigliare, nel caso non lo avesse già fatto, la lettura del libro La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne non tanto per le vicende della protagonista ma per il modo in cui l'autore è riuscito a descrivere i dubbi e lo scontro tra il presunto bene e il presunto male nell'animo di un pastore protestante.

Valore generale dell'opera: ottimo

Michele Morreale

Professore di Filosofia, Critico

31 Luglio 2005

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Un orizzonte divino

Raggiungere Dio e liberarsi di Dio. Senza il miraggio di olimpiche serenità finali né smerciando furbi sgomenti pascaliani, l’ultima frontiera di scommesse che comunque si vogliono pur sempre vincere. Un’unica certezza invece il libro di Mario Ricotta ci consegna. Nulla è garantito, neppure torcendosi in vertiginosi tormenti. Anche premi e punizioni dell’al di qua e dell’al di là sembrano piuttosto argomenti contro Dio. Assoluto resta soltanto il bisogno di Assoluto. Tanto che nelle pagine finali del romanzo sembra di risentire la supplica atea di Giorgio Caproni: una preghiera a Dio non perché esiste ma perché esista.

La mia santità è un’opera in cui si sente il pensiero, non la fatica del pensare. Rende chiaro il profondo con un lirismo privo di funambolici virtuosismi. Quelli che autori a corto respiro usano per tappare penurie d’interiorità. La lingua qui invece aderisce perfettamente alle ossessioni del personaggio, senza che il lettore — neppure per un attimo — se ne distacchi distraendosi ad ammirare la bellezza della parola scritta. Occorre perciò chiudere il libro per accorgersi di quanto letterario sia lo stile usato.

L’abilità di nascondere la propria cifra stilistica e, ne siamo sicuri, persino le preoccupazioni linguistiche sono un merito raro anche in celebrati scrittori. Importa poco perciò che il romanzo non sia costruito con una canonica architettura narrativa e secondo piani temporali scanditi e consequenziali. Molto più significativo è ciò che l’autore è riuscito a evitare. Pur avendone tutte le opportunità tecniche e professionali (Mario Ricotta fa lo psichiatra di mestiere), non ha rifatto Il male oscuro di Berto. È andato oltre; non l’inconscio come approdo ultimo, non la compiaciuta richiesta di comprensione o compatimento del lettore, ma come un argonauta dello spirito si è librato sino ai cieli metafisici per una domanda impossibile anche all’onnipotenza divina.

Giuseppe Messina

Scrittore

30 Luglio 2005

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L’amico della

Io non ho letto l’ultima opera di Ricotta. Mi è stata raccontata, somministrata a piccole dosi come per curare uno stato di anemia e infondere euforia alla creatività dormiente, o come un veleno, blando, che aiuta a liberarsi dalla maschera ghignante del quotidiano. A poco a poco, capitoli, pagine, brandelli scomposti, nei nostri incontri dell’ultimo decennio, lasciando a me il compito oneroso di dare un posto alle tessere del mosaico, per ricomporre un quadro che fosse quanto più vicino possibile alla realtà narrata.

Spesso saltava frasi, una descrizione, un’immagine intima. Pudore di mostrare senza veli la sua storia? Ma quel che occultava non era difficile da immaginare, troppo vicine le nostre vite, simili le esperienze che hanno mosso i nostri passi, unico l’ambiente, il suo mondo, il mio. Frammenti di vita messi insieme a fatica che l’autore racconta a se stesso per non dimenticare. Padre Deodato, immagine di un passato visto con occhi nostalgici di fanciullo, il fratello maggiore, sostegno sicuro alle prime incertezze, San Frangiore, contrada d’elezione, giardino fatato dei giochi, con le sue grotte e i suoi anfratti da usare a nascondiglio.

Un mondo rivissuto che conserva intatto un passato che si snoda nella lotta tra l’apparire e l’essere. L’autore, da uomo profondamente religioso, capace di scandagliare le profondità nascoste dell’anima sofferente, ha scelto l’essere. Ha avuto il coraggio di non disperdere la sua esperienza lasciandosi trascinare dalla fantasia, anzi, l’ha controllata da vicino per non esserne travolto, così come ha controllato la lingua, rifuggendo da ogni barocchismo. Il suo linguaggio è diretto, asciutto, essenziale, non un aggettivo sprecato. Egli non ha giocato con le parole facendone ghirlande, ma ha usato quelle che servivano, il superfluo l’ha gettato via. La sua vita: l’emblema di ogni vita nella sua corsa dalla sofferenza alla redenzione. La sua santità: l’apertura incondizionata del suo animo verso l’altro, il prossimo.

Sconosciuto

Lettera26 Gennaio 2004

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Caro Mario, ti chiedo scusa per il ritardo, ma sei capitato in un momento difficile. Comunque ho letto il tuo dattilo, come ti avevo promesso.

Si tratta indubbiamente di un testo corposo, con una scrittura densa e ricca di rimandi. Il tema del collegio è un classico, e secondo me esercita sempre un certo fascino, almeno su di me. Aleggia uno spirito psicanalitico, sulla storia, non dichiarato e proprio per questo più inquietante. In definitiva, soprattutto nella prima metà, mi è parso un testo affascinante.

Sconosciuto

Lettera da Mussomeli25 Dicembre 2005

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Caro Mario, negli ultimi tempi leggevo per abitudine senza sentire alcun interesse o attrazione; un po’ perché ero distratto dagli ultimi accadimenti della mia vita, ma soprattutto perché non trovavo storie stimolanti. La lettura del tuo libro, invece, mi ha incuriosito sin dall’inizio, ravvivando di volta in volta il desiderio di conoscere e gustare l’intera storia.

Lo stile narrativo, raffinato e ironico, mi hanno trasferito nel passato, ripercorrendo fatti, luoghi e persone, cristallizzate nella memoria e riportate in vita dal fascino della tua narrazione. Sia pure per un breve lasso di tempo ho rivisitato fatti storici che hanno inciso notevolmente sulla mia formazione.

Abbiamo quasi la stessa età ed abbiamo vissuto parte della nostra vita negli stessi quartieri, conosciuto le stesse persone e probabilmente abbiamo condiviso anche qualche frequenza nelle scuole elementari.

L’uomo è fatto anche di sentimenti e nonostante cerchiamo di nasconderli, per orgoglio o per falsa virilità, emergono dominando la scena. Ho letto pagine di poesia, capaci di comunicare l’inesprimibile e di presentare in trasparenza un’anima sensibile e profonda, forse anche complessa ma autentica e coerente.

Caro Mario non capita spesso di vedere persone coraggiose, disposte a dare in pasto a chiunque la propria intimità a volte sofferente. «La mia santità» racconta della tua vita, ma è la storia di chiunque abbia raggiunto la consapevolezza di avere intrapreso un viaggio dentro di sé per conoscere se stessi ma anche per comprendere cosa accade fuori di sé.

Non penso che il tuo libro sia un attacco gratuito alla chiesa, bensì una giusta denuncia verso un’Istituzione fatta di uomini che possono commettere errori di valutazione. Tra l’altro mi chiedo che effetto potrebbe sortire una denuncia fatta a distanza di molti anni dopo che la chiesa ha avviato un grosso processo di cambiamento, con il Concilio Vaticano Secondo, ancora in fase di svolgimento.

La lettura del tuo libro ha risvegliato in me quel meraviglioso tempo creativo della riflessione, per cui vorrei riprendere alcuni concetti citati nel tuo libro per esprimerti il mio punto di vista.

Sul paradiso (pag. 130). Mi piace pensare al paradiso come un ritorno alla casa d’origine, nello stile della parabola del Padre che aspetta il ritorno del figlio che ha viaggiato per lungo e per largo in cerca di qualcosa che lo appagasse senza averlo trovato. Il Padre lo accoglie a braccia aperte perché il figlio che era perduto è tornato, scanna il vitello più grasso e fa grande festa. I giorni scorrono nella gioia del ritorno, un ritorno alla fattoria di Dio dove ogni viandante trova eterno riparo come se fosse casa sua.

Sulla Passione di Gesù (pag. 180). Condivido la teologia del pentimento di Giuda e della sua redenzione, come pure posso accettare tante altre teologie sui fatti di Gesù, i tanti errori della chiesa, le tante indifferenze, le stoltezze, le omissioni e le ipocrisie, ma quello che conta più di tutto è la presa di coscienza personale del progetto di salvezza divino attraverso la passione, morte e risurrezione di Gesù. Un sereno pentimento ed un graduale cambiamento dei punti di riferimento ci aprono le porte verso il recupero della nostra umanità caduta nell’oblio. C’è un momento, adulto, nel cammino personale di Fede in cui tutte le catechesi e le frasi forti pronunciate da vescovi e rettori, tutti i riti e le dottrine cedono il passo all’esperienza personale con Dio, presente nella propria storia. Tutti i ragionamenti che tendono a generalizzare ogni comportamento e le teologie variegate sfumano perché rimane l’essenza dell’intimo rapporto con Dio. Resta solo la Fede a sostenere la relazione perché di essa ne abbiamo bisogno fino a quando vedremo Dio così come egli è: «Ma quando da morte passerò alla vita sento già che dovrò darti ragione, Signore, e come un punto sarà nella memoria questo mare di giorni» (David Maria Turoldo).

Sulla Santità. La Santità non è un patrimonio riservato a pochi eletti né tantomeno un sigillo imposto dalla chiesa a religiosi DOC che avendo superato un infinito numero di prove, alla fine ricevono un premio magico di natura divina: «m’incantava lo scorrere di quella porta magica come se fosse la porta del cielo che custodiva le beatitudini» (pag. 56). La Santità non è un attestato di benemerenza o la pagella consegnata allo studente più bravo al termine degli studi scolastici. Tutti siamo chiamati alla santità, nessuno escluso.

La santità è un seme già posto nella nuda terra della nostra vita dalla benevolenza di Dio, può rimanere dormiente e inconsapevole, oppure sprigionare l’enorme potenziale che contiene. Il percorso dentro cui si sviluppa la santità è la propria vita, complessa ed unica, con i suoi sentieri a volte tortuosi ed incomprensibili, ma anche illuminati ed esaltanti. Persone che vivono la propria vita confrontandosi ogni giorno con la propria storia, con dignità e consapevolezza, senza sfuggire da essa, dando tutto se stessi per realizzare la propria umanità, sono santi sconosciuti ai più.

È la forza vitale dello spirito, che opera insieme alla nostra individualità, ad elaborare il progetto di santità che è unico per ognuno di noi perché tali siamo. Ma quale scienza umana può comprendere, decodificare, catalogare lo spirito divino se questo è Il Mistero? Nessun orgoglio o superbia, nessun egoismo potrà comprendere la bellezza del Mistero e delle sue manifestazioni se non abbiamo raggiunto quell’elevazione dello spirito che ci rende umili di cuore: «l’atto di umiltà nascondeva l’immenso orgoglio di diventare santi» (pag. 45), «O forse ho cercato la gloria del mondo con l’umiltà e l’orgoglio di un santo» (pag. 256).

L’elezione alla Santità che opera la chiesa non è un campionario unico di Santità, ma soltanto una pedagogia, un segno tangibile, piccoli esempi di comportamento paragonabili ad una goccia d’acqua rispetto al mare immenso della Santità presente nell’umanità che soffre gioisce e vive.

Sconosciuto

Una santità laica, all’insegna della fragilità

Leggendo La mia santità di Mario Ricotta non potevano che riecheggiare nella mia mente le parole di Alessandro D’Avenia, che — nel suo L’arte di essere fragili — afferma: «viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire […] in un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili».

Non è facile scrivere un libro autobiografico, tanto più se non lo si fa per magnificare se stessi, ma per scavare a fondo nel proprio passato, nelle proprie paure, nelle proprie difficoltà, mettendo a nudo la propria essenza, la propria fragilità, fino a raggiungere i ricordi più lontani: i fantasmi che, da bambino, inquietavano il sonno; l’«immane castigo» per aver disturbato, con la preghiera, di notte in camerata; il dolore per la morte del parroco («lu patri») o per la partenza dei fratelli.

Questo libro è al contempo un racconto e un percorso esistenziale.

È un racconto perché narra la storia di un bambino alla ricerca della Santità, che appare agli occhi del piccolo Mario come l’unica via percorribile, l’unico terreno stabile, saldo, fermo, sicuro, sul quale costruire il cammino della propria fragile esistenza. La ricerca della Santità diventa un tormento, una ossessione, che lo porta a compiere scelte molto difficili per un ragazzo della sua età: una vita di privazioni, di divieti, di rinunce, di sacrifici («l’impazienza, l’indelicatezza e la distrazione involontaria» erano gli unici peccati rivelati in confessione dal piccolo Mario, alla ricerca di peccati che non trovava), al fine di raggiungere l’unico obiettivo della sua esistenza. Tali pulsioni represse, tali istinti proibiti, confinati nell’inconscio, furono probabilmente la causa di molti dei sintomi erroneamente interpretati come malattie somatiche.

Ma La mia Santità non è soltanto un racconto. È soprattutto un percorso interiore: con il trascorrere del tempo, infatti, il piccolo Mario cresce e capisce che il suo destino è diverso da quello che fino a quel momento aveva prospettato di fronte a sé: inizia a nutrire dubbi sulla dottrina della Chiesa, sulla liturgia ufficiale (che considera «segni sterili e vuoti»), sulla Bibbia (non «verità rivelata» ma «mitologia, passione e storia di uomini»). Quegli ambienti che aveva frequentato, così familiari, gli apparivano ad un tratto così lontani, distanti, tanto da spingerlo a una svolta esistenziale: Mario decide di abbandonare il seminario. La fede cristiana, che fino ad allora aveva rappresentato il suo approdo sicuro, la sua àncora di salvezza, non è più concepita come indispensabile. Mario decide di accettare per intero la fragilità della sua esistenza. Decide di lasciare il porto sicuro della fede per il mare aperto della laicità. Un mare fatto di insicurezze, di dubbi, di titubanze, di perplessità. Chi rifiuta la fede decide infatti di fare un salto nel vuoto. Non sa più da dove viene né verso dove è destinato. È — per dirla con Nietzsche — uno «spirito libero».

In altri termini, Mario, con l’abbandono del seminario, decide di barattare la sicurezza esistenziale che fino a quel momento aveva ricevuto dalla fede con la libertà dello spirito. La sua esistenza diventa fragile, insicura, senza nessuna certezza, ma al contempo dannatamente libera e priva di dogmi.

Da quel momento Mario decide di costruire — per tornare alle parole di D’Avenia — in un’altra terra, fecondissima, quella di chi sa accettare la fragilità come parte integrante della propria esistenza. Decide di mettersi alla ricerca di un nuovo senso della vita e di una nuova santità, una santità laica, all’insegna della fragilità.

La scrittura e la ricerca dell’anima attraverso la psichiatria gli aprono nuove porte, nuovi orizzonti, fino ad allora inesplorati, per comprendere il senso della vita. Si può essere «santi nel silenzio, senza gloria»; santi facendo ognuno il proprio mestiere con passione e amore. Queste ultime sono le virtù che rendono «bella» qualsiasi cosa venga fatta. Leopardi aveva trovato il senso della sua esistenza nell’«avere fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui».

Sono lontani i tempi in cui il piccolo Mario cercava la gloria. Ora questa gloria appare effimera vanità; la vera gloria può essere raggiunta nella quotidianità, lontano dai riflettori. La mia Santità ha dunque anche un valore pedagogico: mostra che ognuno di noi può essere santo, facendo ciò che ama con passione. Facendo, quindi, «una cosa bella al mondo» (sia essa la scrittura, la medicina, l’artigianato, o qualsivoglia altra professione), non importa se «sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui». «Santi nel silenzio, senza gloria».

Dei tre segni di punteggiatura presenti nella domanda incisa all’ingresso della sua dimora («la bellezza salverà il mondo ? ! …») Mario, con questo suo libro, ha senza dubbio deciso di scegliere il punto esclamativo.

Antonella Costanzo

Lettrice

Lettera da San Bartolomeo al Mare

Dalla collina di SAN BARTOLOMEO AL MARE (IMPERIA)

Un provvidenziale mal di schiena mi ha consentito in questi giorni di dedicami finalmente a un po' di sana lettura e di bere quasi d'un fiato il tuo bel libro, caro dott. Mario Ricotta, bellissimo e interessante, scritto con coraggio e onestà mentale!

Ho avuto tempo e calma per ascoltarne ogni parola, ogni passaggio e ogni tormento, che seppur in modo diverso e per periodi più brevi nel tempo della mia vita, ci hanno accomunato, insieme ad altre "anime in crescita".

Così pregavo ancora da notte alle prime soglie dell'adolescenza: "Mio Dio, ti prego, fa che non muoia stanotte, non mi sono confessata, fa che sia calma, che non possa peccare, ti prego, fai che non senta più pulsare il mio corpo, che non possa pensare ai maschi; fammi diventare FRIGIDA, capito? Ti prego, ti prego..."

Per mia fortuna non è esistito un dio che mi abbia ascoltata, lasciandomi crescere nella sana e piacevole consapevolezza di una "straordinaria normalità".

Almeno, così mi pare!

Avevo già chiuso da un pezzo, dietro di me, le porte della parrocchia del Carmelo, lasciandomi alle spalle un mare di ipocrisia dove non volevo affondare e un "padre Vincenzo" deluso che non mi rivolse più un saluto!

Mi sentivo delusa, mi sentivo pura, sola ma anche forte, sostenuta comunque da una certa capacità critica che mi ha aiutata a riconoscere le maschere ed in ogni caso, fiera di scegliere la via meno comoda per una ragazzina, allora, e ancora adesso, per una donna oggi! .--

"Sottrazione indebita di servitù ai minori" – "Plagio" – "Detentori arroganti di verità indimostrabili" – "Intolleranza verso la libertà di coscienza altrui." – "Maschilismo ad oltranza" – e quanti altri capi sarebbero loro imputabili in un tribunale morale? "Capi di lusso in Chiese di lusso, guidate spesso da cuori poveri in abiti luccicanti di malafede"!

Troppo critica? Forse, ma non mi piacciono e meno ancora, la loro ingerenza e ancora meno, i politici che glielo consentono!

... Finalmente un libro "pensante" utile alla società più di mille falsi santi, tra l'altro un po' noiosetti e patologici!

"La mia Santità" è la storia originale, autentica e dolorosa senza sconto alcuno, di un percorso di maturazione sostenuto dalla ricerca di valori morali e di qualcosa che, seppur faticosamente, ci distingua. Per elevarsi, per non sentirsi e non essere pecora!

Il Santo è cresciuto e ha ceduto il posto all'Uomo!

Grazie, veramente, di queste, ripeto bellissime, pagine.

Antonella Costanzo

Diego

Forum «Bookcrossing Italy»23 Febbraio 2007

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Chi è Mario Ricotta? Autore di teatro, Psichiatra, ha pubblicato un libro per una piccola casa editrice: «La mia santità». Ho impiegato moltissimo a leggerlo, l’avevo acquistato, strafottente, mentre parlavo con un amico e gli domandavo di una storia che l’avesse impressionato, ferito, travolto. Mi ero soffermato proprio sul termine: «travolto». Così lui, con lo sguardo sognante del piccolo editore, costretto a far quadrare il bilancio, tirava fuori da un cartone il sentiero di crescita di un uomo.

È difficile esprimere le sensazioni profonde di queste confessioni, la crudeltà, le sfumature di una vita perduta. Un libro che turba, anticommerciale, maschile. Difficile collocare un aggettivo come questo «maschile», nel contesto di rivelazione intima, interiore. Ho sentito la fragilità, così evidente, portata alla luce in un viaggio disinibito, sotto il segno della suggestione, della rivelazione struggente.

Dettagli, descrizioni dell’infanzia inchiodata ai banchi del seminario, tra castighi per colpe inesistenti, affogate nel rigetto della naturalità e dell’istinto. La trama si aggroviglia nel resoconto di imposizione e ostentazione. L’imposizione dell’autorità, del giudizio assoluto. L’ostentazione nei confronti del mondo, come se la santità passasse per la cura delle proprie scarpe lucide, dall’aspetto impeccabile di un buon e futuro curato. Gli occhi severi che vigilano sulla purezza, affilati come spade, si trasformano in minacce, rigore, rifiuto della fantasia e giogo della punizione psicologica. Perché in seminario si studiava per diventare santi! E la purezza non avrebbe mai avuto nulla a che fare con l’amore.

Così il libro risulta difficile, ma è scritto con passo scorrevole, ammaliante, delicato, e sottende, come in un incantesimo, la gravità di un’esistenza schiacciata dal fardello estremo della repressione, della cancellazione, del distacco mentale da ogni impulso di fisicità. Ma propone anche lo spunto ambiguo e lacerante della chiesa di reclusione, il tema della pedofilia arriva a scuoterti come un cataclisma.

La lettura non riesce rapida, nonostante la semplicità, proprio per la sproporzione della rivelazione. La curiosità si intreccia alla violenza delle descrizioni. Il risultato è strabiliante. Resta il monito di quanto a un certo punto la vita riconduca alla carcassa dei nostri sogni. Così l’effetto è devastante, unico.

Le sensazioni di questo libro mi hanno ricordato la figura di un vecchio, di novanta e più anni, claudicante, dai piedi scorticati e gonfi da non entrare più in scarpe normali, che pure avanzava, lento, aggrappato ai ricordi e al respiro affannoso, colto nel circuito finale della propria vita, con l’anima pesante, fantasma di uomo, mentre, a ogni passo, lascia i suoi ultimi interrogativi alla vita: — Perché non ho avuto il coraggio? Perché ho lasciato che la vita sfuggisse via così, senza peso? E tu, Dio, dove ti sei nascosto?

Giornale "La Sicilia"

Il volume di Mario Ricotta alla Fiera del libro di Torino

MUSSOMELI. Un pezzo di Sicilia alla Fiera del libro di Torino. Il prossimo 12 maggio alle 17 in Piazza Italia (all'interno del Lingotto dove si tiene la Fiera), sarà presentato "La mia Santità", testo autobiografico di Mario Ricotta, (con un saggio introduttivo di Dante Maffia e la prefazione di Donatella Meliadò).

La presentazione è organizzata dalla Federazione Italiana degli Editori Indipendenti. "La mia santità", è una sorta di diario di gioventù del drammaturgo di Mussomeli, ambientato negli anni Sessanta, quando lo stesso era allievo del seminario vescovile di Caltanissetta. Per i temi trattati il testo, edito due anni addietro in prima versione, suscitò interesse e buone vendite. Il testo, da alcuni definito scandaloso, mette in discussione un modo di intendere la religiosità e ne fa oggetto di irrisione alla luce delle riflessioni dell'età matura dell'autore, che non trovando la sua santità, ha abbracciato l'ateismo, scagliandosi a testa bassa contro un certo modo di intendere la Chiesa e vestire l'abito talare.

Nel 2003 sempre alla Fiera del libro di Torino, fu presentato il romanzo "Il canto dell'upupa" di Roberto Mistretta. In quell'occasione così come in questa, prenderà parte l'associazione Terra manfridae, presieduta dall 'Ing. Alfonso Lupo.

Giornale "La Stampa.it"

Fiera del libro: gli imperdibili di sabato 12

Religioni, scienza e società.

Stamane (10,30, Sala Azzurra), il Cardinale Severino Poletto (foto) partecipa alla tavola rotonda sul tema del cattolicesimo oggi in Europa, insieme con l’Arcivescovo di Vilnius (Lituania) e il Cardinale Audrys J. Backis.

Parla della sua vita come allievo nel seminario vescovile di Caltanissetta «La mia santità» dello scrittore Mario Ricotta (ore 17, Piazza Italia). Un testo da molti ritenuto scandaloso poiché mette in discussione un modo di concepire la religiosità e ne fa oggetto di scherno.

Giuseppe Taibi

Giornalista

Giornale di Sicilia15 Maggio 2007

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Ricotta nel circolo dei «big»

Mario Ricotta, il noto scrittore locale alla Fiera del libro di Torino. Ieri pomeriggio in piazza Italia, a cura della Federazione italiana autori indipendenti, Ricotta ha presentato il libro «La mia santità» (edizioni Progetto Cultura 2003). Il libro, a carattere autobiografico, descrive in diversi particolari la vita all'interno di un Seminario fatta di speranze, desideri, dubbi, delusioni e realizzazioni. Un'opera per realizzata, che tanta fortuna ha portato all'autore.

L'autore individua in un diario scomparso il filo conduttore dei vari ricordi che man mano vengono narrati. Un'opera che ha portato grande fortuna e un grande successo l'anno passato all'autore mussomelese, che adesso approda alla festa più importante per l'editoria italiana. Ieri pomeriggio, assieme all'autore hanno discusso editori, critici letterari ed esperti del settore. Tra essi Antonio Labanca, Mauro Limiti e Francesco Paolo Amico.

Periodico della diocesi di Caltanissetta "L’Aurora"

Il tempo del seminario tra disciplina e preghiera

Il brano che qui proponiamo ai lettori è tratto dal volume di Mario Ricotta, La mia santità, Ed. Progetto Cultura 2003, Roma 2005, pp. 102-104. L'autore, oggi medico psichiatra, negli anni Sessanta frequentò il seminario, da quell'esperienza ne è nato un romanzo.

«Mi sarei abituato a quella vita di rinunce e di regole, sacrificando la mia libertà, la mia intimità per raggiungere l'altissimo scopo.

Anche al suono del campanello che la mattina successiva alle 6,20 mi svegliò e il risveglio il tondo al cuore con cui mi ero addormentato.

Avrei presto imparato a vestirmi e rivestirmi sotto le lenzuola per tenere nascosta la carne maledetta.

Quel mattino era un affanno. Tutt'intorno corpi di ragazzi si muovono sui letti, nascosti come bisce nello stagno. E recitano con voce stanca, assonnati, indaffarati la preghiera del mattino, iniziata dal prefetto. Irritante quella preghiera! Sarà sempre irritante ogni mattina!

Avrei lavato i denti e insaponato fin nelle parti più risposte del collo e delle orecchie come nei cinque giorni di campeggio, come nella colonia estiva di Villa Ascione, una campagna nissena di proprietà del seminario. Lunghi tubi di tufo, tagliati a metà. Rubinetti dalle diverse forme in fila. I lavandini del seminario almeno avevano decoro, bianchi, con i rubinetti di identica forma, bianchi, con i rubinetti di identica forma. C'era da ammalarsi di polmonite per tutto l'inverno con l'acqua gelida e senza riscaldamenti!

"Non era un rischio continuo la crema schiumosa sui denti strofinati dallo spazzolino? Non avrebbe potuto essere tossica o addirittura uccidere se fosse stata inghiottita anche solo in minima parte?"

La paura me la portavo fin da quando una vicina di casa, in vacanza dal collegio dove studiava per diventare maestra, aveva fatto quella strana cosa davanti ai miei occhi! Chi voleva arte per non inghiottirne. Anch'io avrei appreso quell'arte!

Nei giorni successivi intanto scorrevano nelle rimuginazioni della mente i nomi delle camerate che avrei dovuto superare prima di raggiungere il sacerdozio.

San Giovanni Berkmans era il passo successivo. Un piccolo passo! Un anno in meno.

Con la camerata San Carlo avrei chiuso il ciclo delle Medie inferiori. Forse le regole per loro non erano così rigide. Non avevano un prefetto terribile come il mio!

Avrei fatto il salto verso la camerata San Pio X, che comprendeva il quarto e il quinto ginnasio, avrei avuto anch'io la veste talare con il cappello da prete. Un traguardo importante della mia vita! I ragazzi erano più maturi, alcuni avevano una peluria da grandi, la voce cambiata. Il corpo aveva un contegno più serio. Non erano infantili come i ragazzi turbolenti della terza media. Studiavano greco.

Sarei approdato alla camerata Sant'Alfonso, quella delle tre classi liceali, con lo studio della filosofia. Mi sembravano talmente lontani, inarrivabili, irraggiungibili!

Avrei finalmente fatto il balzo finale verso la camerata San Tommaso, il filosofo che aveva reso cristiano Aristotele. Sarebbero trascorsi veloci i quattro anni di teologia fino alla meta finale. I grandi non hanno paura. Sono tenuti in considerazione. Per loro il tempo scorre veloce, raggiungono la meta. Ma io ero nella camerata San Luigi, quella della prima Media, il gradino più basso, piccolo e pieno di paure, sperduto nella fantasticheria dei sogni, incapace di difendermi.

"Oggi ho deciso di favi conoscere regole e castighi del seminario... Speravo che non ce ne fossero bisogno... Avrei voluto tenerveli nascosti... Sono costretto a svelarveli. In questi giorni il vostro comportamento ha lasciato molto a desiderare".

Così ci aveva ammonito il prefetto ad un certo punto del terzo studio, prima di andare a cena.

Avevamo tradito la sua fiducia ed era giusto che sapessimo l'inferno che si apriva davanti ai nostri occhi.

Ci ricordava che il silenzio in camera era sacro e inviolabile come in cappella e che in studio, specie nel primo studio, dovevano osservare il silenzio e stare composti badando a non fare il minimo rumore nel prendere o nel conservare i libri e non voltarsi indietro.

Si raccontava che a volte il vice rettore o i prefetti facessero cadere per terra, in fondo allo studio, una riga o un libro per provare la capacità d'attenzione dei ragazzi. Tutti quelli che si voltavano indietro erano castigati. Bisognava essere astuti per non essere tratti in un inganno simile!

Che il Signore Iddio mi protegga dall'istinto di voltarmi indietro per un rumore alle spalle!

Non ci si poteva alzare per nessun motivo in quello studio.

Anche nello studio delle diciotto, sebbene non fosse severo come il primo, bisognava rispettare le regole.

Bisognava osservare il silenzio in tutti gli spostamenti, in fila, nei corridoi, nello spogliatoio.

A passeggio dovevamo osservare il silenzio fino al suo segnale. Deo gratias a voce alta era il segnale.

E rispettare la fila fino a quando non avesse ordinato sciolte le righe.

E al ritorno bisognava eseguire immediatamente, non appena avesse tolto il Deo gratias, troncando la parola a metà e mettersi in fila non appena lo avesse ordinato. Non avrebbe tollerato nemmeno attimi di ritardo.

Dovevano suscitare delle sensazioni ad osservatori esterni i seminaristi con veste talare e cappello da prete, in fila per due, in silenzio!»

Salvatore Falzone

Sacerdote, direttore dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

Diocesi di Caltanissetta10 Ottobre 2005

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La mia santità: dibattito sul Seminario nisseno e la santità

Nota: la pagina del sito della diocesi, oggi non più in rete, resta soltanto in una stampa a cui è stato tagliato il margine destro — mancano due o tre parole in fondo a ogni riga. Qui il testo è trascritto per intero: quello che si legge nella stampa è riportato tale e quale, le parole perdute sono ricostruite dal contesto e stanno fra parentesi quadre, e dove il contesto non basta resta un […]. L’originale si legge nelle due pagine allegate.

Il giorno 8 ottobre 2005 è stato presentato il libro «La mia santità» (Ed. Proget[to Cultura 2003)] di Mario Ricotta, medico psichiatra; gli interventi sono stati moderati dal gi[ornalista] Salvatore Falzone, il quale ha introdotto alle problematiche sollevate dal dia[rio] autobiografico di Ricotta, già noto come scrittore per il teatro e la narrativa[…]. Ci sia permesso di anticipare subito che il diario autobiografico si ambienta […] fra Mussomeli, centro rurale dell’area nissena, e il Seminario Vescovile di C[altanissetta]. L’autore, pur modificando alcuni dettagli, non racconta nulla di falso. La su[a …] esteticamente accurata e storicamente accertabile, rimane un documento sin[cero di una] vicenda personale e di un ambiente socio-pedagogico.

Il critico letterario Michele Monreale ha considerato il genere letterario del […] racconto, in questo caso, di un uomo che perde la vocazione e a modo suo a[…] «È un libro spietatamente sincero» perciò è distante se non contrario ad un r[acconto] oleografico. Il tentativo, compiuto attraverso il diario, è stato di «arrivare al […] di sbarazzarsi dell’Assoluto».

Il secondo intervento di Piere Cavaleri, psicoterapeuta e docente nella sede [di] Caltanissetta, ha fatto riferimento a quei psicanalisti che hanno teorizzato il […] creatività dell’individuo; ossia, la vita dell’uomo è un adattamento creativo [alla realtà]. L’uomo sul modello dell’artista crea se stesso; tanto più si immerge nella re[altà e] adattandovisi riesce a dare una forma creativa alla sua vita. Dalle memorie e[mergono] il vuoto e il limite come condizioni liminali in cui l’uomo (alias il protagoni[sta]) rischia di perdersi. Il vuoto e la minaccia di scomparire si avverte nel piccol[o] protagonista del diario della santità, quando dalla casa partono i fratelli per e[migrare, il] padre è già emigrato e la madre è perno di una vita domestica che si va fram[mentando. Il] ragazzo allora, come compensazione narcisistica elabora la santità: entra all[…] circa in Seminario e si candida ad essere un «eletto» per colmare il vuoto pr[odotto dagli] assenti. Ciò si dimostra pure dalla vicenda autobiografica dei ricoveri, avve[nuti] nell’ospedale «Gemelli» di Roma e poi in quello civile di Enna. Le diagnosi [dei] neurologi di epilessia, si rivelano poi sbagliate e il farmaco propinato non ai[uta a] uscire dalla crisi di salute. (Ora è la fine degli anni ’60) Il confronto serrato [con i] limiti (il disagio psicofisico e la lontananza da casa e dal Seminario) divien[e la] forza del candidato: la sua coscienza è sottoposta a dura prova, ma grazie al[le risorse] interiori riesce ad uscire dall’angolo d’ombra della follia. Il candidato si ren[de] convinto di non essere malato. C’è però una conseguenza inevitabile; il cand[idato] rinuncia all’ascesi vertiginosa verso la santità, raccoglie la propria identità f[…] recuperata. Con un’icastica frase avverte con acume il dott. Cavaleri: «è la s[…] che si confronta con le proprie ferite e creativamente accetta se stesso; recu[perando] se stesso». In un certo senso l’eroe per aver rinunciato al miraggio del vello [d’oro ha] acquistato un bene più prezioso: la sua dignitosa statura umana. Agli inizi d[…] Mario Ricotta è cominciato i[l] progetto di elaborare una «risposta» senza Dio[, una] coscienza e una «santità» senza gloria della Chiesa per le ampie aspirazioni [dell’animo] umano.

L’ultimo intervento, il più ampio, è stato di Massimo Naro, sacerdote e rett[ore del Seminario] di Caltanissetta, il quale s’è proposto di accostarsi criticamente al diario, no[n per farne una] difesa d’ufficio, ma anzitutto sul piano di un coinvolgimento in ordine alla t[estimonianza] autobiografica e poi sul piano di una riflessione critica quale può svolgere u[na] teologia cristiana. (Massimo Naro insegna infatti teologia sistematica nella F[acoltà] Teologica di Palermo).

Naro ha esso a fuoco il genere letterario dell’autobiografia, nelle diverse dec[linazioni] diaristiche, narrative, saggistiche etc. Ha inquadrato il genere nell’ambito st[orico della] filosofia moderna e della teologia contemporanea.

Le sue osservazioni si appuntano anzitutto su un paradigma della santità co[…] in forma di vicende biografiche e un paradigma della malattia come alibi e s[ottrazione] alle pressioni della realtà fisica, sociale, storica. Dall’incrocio di questi due […] così che si metta in scena la malattia e al suo interno si inserisca l’ascesi dra[mmatica verso] la santità; in tale cortocircuito la santità non può dirsi più oggettiva vocazio[ne, ma] viene assorbita nello spazio del soggettivismo. Diviene infatti: la mia santità[, con le] parole stesse di M. Ricotta.

Naro ha svolto poi un confronto con altri testi: una novella di L. Pirandello, […] finzione di Enzo Lauretta, «I due preti», un film di Roberto Faenza «Alla luce d[el sole]», una vicenda storica come la vita di don Pino Puglisi, servo di Dio, il romanzo au[tobiografico] «Lacrime impure (il gesuita perfetto)» di Furio Monicelli, il testo monologo di […] «I digiuni di Caterina da Siena» adattato e rappresentato pure a Caltanissetta a[l Teatro] Stabile nisseno, nel settembre scorso.

Fallita la via dell’affannosa ricerca intellettuale delle «risposte» ai quesiti m[…] universali per l’esistenza umana, e sventate la manovre scivolose della mala[ttia e delle] soggettivistiche elaborazioni della santità cristiana, c’è una terza via che Na[ro individua] nelle pubblicazione del dott. M. Ricotta; cioè, la via estetica: la scrittura com[e] liberazione creativa.

Le pagine di M. Ricotta, sul piano letterario sono infatti pregevoli: in uno st[ile …] le intuizioni e le descrizioni, di uomini, cose e paesaggi, sono fiocinanti. Ne[l corso] della scrittura è tracciato un profilo esistenziale, tormentato e isolato; la scri[ttura ne è la] ricostruzione estetica della vita. In questo impareggiabile lavoro, onesto sep[pure venato] da cinico sarcasmo, ci sembra che consista il valore di una testimonianza da [accogliere] umilmente e custodire come un atto di intima pietas umana.

Alla presentazione del libro è intervenuto don Vincenzo Sorce, come testim[one …] Seminario descritti nel libro; chiamato in causa, ha voluto precisare che in e[ffetti la Chiesa] locale in quel periodo era scoperta sul piano culturale e piuttosto sbilanciata [sul versante] cultuale; ciò spiega il ritardo con cui la Chiesa nissena ha recuperato il vuot[o] nell’ambito della psicologia e delle scienze umane. L’intervento, fuori progr[amma, di don] Vincenzo Sorce che dirige «Casa famiglia Rosetta», Associazione che guida [il] lavoro di alcune Comunità terapeutiche, e ha introdotto a Caltanissetta lo stu[dio delle] scienze psicologiche e psicoterapeutiche, s’è trasformato poi in un invito al[…] per risanare ogni ferita che l’uomo porta dentro; dalla guarigione fisica risal[endo a quella] spirituale.

In conclusione è intervenuto il dott. Mario Ricotta il quale ha comunicato lo [sforzo] personale di cercare la verità; e di aver percorso le vie di verità relative, e al […] desiderare la verità ultima e assoluta, fondante per l’esistenza dell’uomo e il […].

La presentazione del libro è stata intervallata da brani del diario abilmente r[ecitati da] Roberto Burgio. La manifestazione culturale è stata patrocinata dal Comune [di Caltanissetta] e dall’Amministrazione provinciale. E si è svolta nei locali della Biblioteca «Scarabelli», ex Collegio gesuitico.

Donatella Meliadò

Psicologa della scuola di Aldo Carotenuto

Lettera da Roma7 Marzo 2005

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La lettera che accompagnava la prefazione

Gentilissimo Dottor Ricotta,

so che per questa prefazione ha dovuto attendere qualche giorno in più del dovuto, ma come immaginerà queste ultime settimane, da quando il Professor Carotenuto è venuto a mancare, sono state per me a dir poco infernali.

Come noterà, all’interno della Prefazione non ho menzionato in alcun modo il Professore, e questo non perché non lo ritenessi opportuno, ma perché gli eredi sono in questo momento particolarmente attenti all’uso da parte di terzi del nome o della firma del Professore.

Così, per evitare fraintendimenti o malintesi ho ritenuto opportuno non fare riferimento alcuno al mio stimatissimo Maestro.

Spero che ne rimarrà soddisfatto comunque.

Cordialmente, Donatella Meliadò