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Mario Ricotta
Copertina "Racconti neri e grotteschi"

Pellicanolibri · 1996

Forma
Racconto
Pubblicazione
1996
Editore
Pellicanolibri
Critiche
8

Racconti neri e grotteschi

Racconto · 1996 · Pellicanolibri

Racconti brevi, con prefazione di Paolo F. Antinori.

Di cosa parla

Il titolo evoca Poe, ma i critici che hanno letto il libro sono concordi nel dire che di letteratura nera non si tratta. Arturo Grassi, sul Giornale di Sicilia, parla di una narrativa dello straniamento, che allarga la credulità del lettore man mano che sposta i confini della quotidianità. Valeria Arnaldi lo definisce «un quaderno psichiatrico, una brochure di ossessioni quotidiane al confine tra saviezza e follia».

Il tema che torna in ogni racconto è la morte — non come evento ma come presenza costante attorno a chi vive e non se ne accorge. Paolo Polizzi arriva a chiamare il contenuto del libro una vera e propria dottrina, e a parlare di «dialettica della morte»: l’essenziale coincidenza di morte e vita, e il sentimento di inconsistenza che ne discende.

Nella prefazione, Francesco Paolo Antinori riassume l’effetto in una formula: «il surreale, andata e ritorno». Con l’avvertenza che il ritorno, spesso, non c’è.

Hanno scritto di quest’opera

Le critiche

Beppe Costa

Poeta, Scrittore, Editore

Lettera

Ho detto già in passato ciò che penso delle tue opere: sono di notevole originalità e il fatto che irrompono velocemente nell’anima tutta e nel pensiero non viene “inquinato” da ragionamenti e formule letterarie (noiose?)…

Oltre al fatto che te ne rimani rinchiuso, giustamente, a fare il tuo lavoro senza tentare carriere letterarie, mi impongono quasi a scoraggiarti a pubblicare…

Ciò che racconti è vivo, eccezionale, invadente…

Francesco Paolo Antinori

Aiuto regista di Pasolini

PellicanolibriGiugno 1996

Prefazione

“Il surreale, andata e ritorno”: questo è un primo pensiero estetico che pensiamo possa presentarsi nell’animo del lettore che segua con attenzione il filo dei racconti di Mario Ricotta, disposto ad affrontare tutti gli oscuri segnali e tutti gli impulsi di mistero che l’autore, in modo quasi beffardo e provocatorio, presenta subito alla sua mente, facendolo aleggiare in una cornice narrativa di sogno (di incubo?) e in un sostrato emotivo di favola, anche se “nera”, sempre fortemente suggestiva.

Ma anche questa impressione appare poi in qualche modo relativa perché, seguendo ulteriormente il libro, altre volte ci accorgiamo che il ritorno dal surreale non c’è, ovvero quello che in altri momenti era apparso come la chiave del reale, se vogliamo come la soluzione del giallo psicologico instillato in noi dall’Autore all’apertura di ogni racconto, resta ancora indefinito fino all’ultima riga. Anzi, forse proprio le ultime parole rilanciano il dubbio, nella sospensione dell’incertezza, e rimettono in crisi la nostra convinzione di essere ancora una volta atterrati nel razionale.

E ciò quasi prendendoci in giro, comunicandoci che quello che in altri momenti chiamiamo il reale non deve essere un vizio, ma è solo una modalità nella vita, per altro spesso casuale come tante altre e non sempre frutto della nostra ricerca umanamente positiva.

La scomposizione dell’angoscia in singoli ragionamenti, in verifiche mentali anche di un solo attimo in certi passi dei racconti di Mario Ricotta, sembra dare sollievo ora ai personaggi, ora al lettore, ma si rivela praticamente aleatoria e sempre sfociante nella morte o nel dolore, dopo tante incertezze, esaltazioni, illusioni, abbagli, speranze, entusiasmi e cadute di umore.

Il taglio psichiatrico dato ai racconti ci conduce da protagonisti all’interno dei meandri mentali vissuti istante per istante dagli sfortunati personaggi, meandri che, purtroppo per loro, non portano alla salvezza ma tutt’al più all’indefinito esistenziale, se non alla fine fisica.

Non c’è redenzione, non c’è salvezza in questi racconti, ma una spietata analisi e conoscenza dei meccanismi psichici, nelle loro certezze e nelle loro avventure.

Paolo Polizzi

Professore di Filosofia Teoretica dell'Università di Palermo

9 Agosto 1990

Io chiamerò il contenuto dei Racconti neri e grotteschi di Mario Ricotta una vera e propria dottrina. Tutto quello che vi è scritto, secondo il mio punto di vista, non è soltanto il frutto di una rappresentazione di emozioni, ma è qualcosa di più. Non è neanche un messaggio, come si suole dire in gergo, ma una dottrina: come se l’autore lanciasse un segnale.

Il titolo sembra evocare Edgar Allan Poe, però, letto l’intero libro, se io dovessi paragonarne la dottrina a qualche autore moderno, potrebbe essere soltanto un autore: Rainer Maria Rilke, del quale si è parlato in termini di dottrina, non tanto di poetica.

Nel caso di Mario Ricotta si potrebbe parlare di dialettica della morte. Eccone i punti essenziali, i temi conduttori: l’essenziale coincidenza di morte e vita, che comporta un sentimento nei confronti della morte, della vita cioè, di inconsistenza, inattendibilità dei sentimenti e di compenso della morte, come ciò che passa da ogni prospettiva.

La dialettica della morte, in sostanza, ha questo significato: di sospendere il giudizio e di rendere incerto qualsiasi elemento della vita stessa. In questo sta il segnale, come se questo pensiero continuo della morte (di attrazione e repulsione della morte) fosse non tanto attrazione, ma anche un segnale che indica meditazione.

La morte non è un evento casuale, ma è presente costantemente. Continuamente la morte è scambiata con la vita, continuamente è scambiata con l’altro (l’altro è la morte).

Per esempio, nel racconto Autostop, il protagonista incontra un soggetto non ben definibile, che, secondo me, è da identificare con la morte. Il dialogo tra l’autista e l’autostoppista si rivela come la morte sul ciglio della strada. Infatti l’autista chiede: “Come è possibile che da così lontano abbia potuto vedermi e che abbia potuto farmi segnale?”. La morte, in verità, non è lontana, è sempre sul ciglio della strada, in prossimità dei nostri passi.

Ecco perché quasi tutti i racconti finiscono con la morte, oppure con qualche cosa di cui non si capisce se sia la vita o la morte. Da qui, appunto, il sentimento di grottesco che si evince da una situazione che io chiamerei onirica.

È come se l’autore riferisse una realtà onirica, non secondo la logica della realtà, ma secondo una logica dove non c’è un “prima” e un “poi”, un “questo” e un “altro”, il “me”, il “tu” e il terzo incognito.

Questa struttura di comportamento triadica è presente nel racconto L’incidente, in cui il protagonista dice: “Questi che mi seguono sono sicuramente miei amici” e però, col passare del tempo, non capisce più se siano suoi amici o no. E allora pensa che siano suoi nemici, e infine capisce che sono fantasmi.

C’è dunque una triadicità di situazioni, nessuna delle quali è ovviamente reale, perché sono situazioni oniriche. Nel sogno accade qualche volta il passaggio da una situazione A verso una situazione non-A, a una situazione C, cioè ad una situazione che va sempre più differenziandosi, dissociandosi da se stessa.

Il quadro della dissociazione è presente nella dottrina di Mario Ricotta. Il problema che sta a fondo è il rapporto dell’uomo con se stesso. In un racconto c’è una battuta: “Pensare è faticoso”.

Se io dovessi individuare ciò che fa scattare tutta la difficoltà e la fatica dei racconti di Mario Ricotta, è la ricostruzione delle anamnesi dei malati-personaggi che presentano duplicità di situazioni, dove tutto è chiaro e tutto è oscuro, ciò che è chiaro diventa oscuro e ciò che è oscuro diventa chiaro.

Il punto centrale è la fatica di pensare, propria di ciascuno di noi, che nel malato di mente diventa un problema assillante, esistenziale, che decide di tutta la sua vita.

E siccome il pensare è faticoso e, aggiungo, pericoloso, poiché uno non può guardare in faccia la verità e continuare a vivere felice e contento; la verità è infatti disturbante, oppressiva, esigente. Preferiamo coprire la verità e scambiarla per onestà, così da renderla più accettabile, perché non ci dia alcun fastidio il pensare, inteso come difficoltà di identificazione della realtà, del mondo e degli altri.

È il punto di rottura di qualsiasi equilibrio che noi possiamo constatare in tutte le immagini, che io chiamerei oniriche, dei racconti, la cui interpretazione richiede una sorta di iniziazione, perché i personaggi spesso alla fine muoiono, scompaiono in qualche maniera o finiscono nella pazzia.

Un altro tema presente nei racconti è la fuga nella pazzia. Nel racconto Il bambino e il barbone, un bambino che vive un forte disagio familiare s’affeziona ad un barbone fino ad essere emarginato dalla società.

Il bambino, contaminato dal pungolo del pensare, non può più essere seguito dalla società, così come è organizzata, un po’ falsamente, un po’ surrettiziamente.

C’è una specie di duplicità della realtà: da un lato c’è un uomo che vive con la sua malattia, i suoi sentimenti, i suoi dolori, i suoi misteri; da un altro lato c’è la pretesa del mondo, dell’altro, di entrare nello schema di vita di un uomo. Nessuno può entrare nello schema.

I personaggi dei racconti declinano con la battuta: “Si vede che è malato… si vede che era il suo momento… si vede che aveva ‘qualcosa’ in testa”. Il “si vede” esprime l’opinione, la doxa, rispetto alla verità, l’aletheia. La doxa non sfiora l’identità del personaggio stesso.

Ora potremmo dire così: tutte queste rappresentazioni ed espressioni narrative sono delle diagnosi, non nel senso tecnico della psichiatria, ma diagnosi esistenziali, nel senso che la diagnosi va applicata a tutti in modo indifferenziato, non solo all’ebefrenico. Le battute riferite sono proprie di tutti i racconti.

In Il treno che sbagliò binario c’è la stazione e non c’è la stazione; la stazione è reale, la stazione è irreale. In questo racconto c’è forse tutta la dottrina di Mario Ricotta.

C’è la finzione e c’è la realtà; ora i due termini si equivalgono: ad ogni proposizione vera corrisponde una proposizione falsa, per ogni verità c’è una falsità. I due termini si equivalgono e sono altrettanto reali.

Nel suddetto racconto non si capisce come i passeggeri siano arrivati a destinazione, siano vivi e morti contemporaneamente. Come è possibile che siano vivi e morti contemporaneamente? C’è una perfetta identificazione tra la vita e la morte.

La morte non è un fatto a sé, staccato dalla vita, ma è presente nella vita; la morte fisica è un fatto apparente. È come se uno fosse morto, o vivesse sempre la morte e a un certo punto scoprisse che la morte è un fatto esterno, visibile agli altri.

Per esempio, il racconto Il delitto. Una donna, una prostituta, è stata assassinata: il medico che esprime il necessario dal punto di vista autoptico è come se vivesse una sensazione plastica della morte; e tuttavia è come se la morte della donna non consistesse nell’essere stata uccisa, ma fosse appunto la sua vita, la sua morte, come se la sua vita fosse la vita della morte, la quale morte si è poi verificata oggettivamente durante un convegno amoroso.

La morte di questa donna non è uguale alla morte di tutti gli altri che muoiono e impazziscono, ma il diventar pazzi e il morire è il concretizzarsi oggettivo e reale della vita interna di colui che diventa pazzo, senza che questo significhi che la vita interna del pazzo sia assolutamente diversa dalla vita interna di colui il quale prima pazzo non era.

Il pazzo, lo schizofrenico, è colui il quale ha come la consapevolezza che la vita e la morte sono identiche, come se egli, vivendo, vivesse la propria morte e, morendo, vivesse la propria vita.

In sostanza, la morte o la pazzia sarebbero la verità della sanità e la verità della pazzia; cioè non esiste una sanità, esiste la pazzia, che è la sanità della cosiddetta pazzia. Così come non esiste la morte o la vita, ma la morte è come se fosse la verità della vita.

Mario Ricotta è stato sincero con la realtà: ci ha detto che la realtà è di questo genere.

Noi siamo abituati normalmente a dividere la vita diurna dalla vita notturna o onirica. Non c’è “questa è la vita diurna” e “questa è la vita notturna”.

Tempo addietro ho sostenuto questa teoria, dal punto di vista filosofico, e non della rappresentazione estetica: c’è una perfetta coerenza tra vita diurna e vita notturna, soltanto che le logiche (la logica diurna e la logica onirica) seguono scansioni diverse, ma ciò che corrisponde alla vita onirica è uguale a ciò che corrisponde alla vita diurna, soltanto che una convenzione ci fa ritenere che la vita diurna sia diversa, dal punto di vista del significato, dalla vita onirica.

Come un paziente che in analisi durante la vita diurna rappresenta ciò che poi rappresenta nella vita onirica, soltanto che non ha il coraggio di affrontare la verità della vita diurna che è la vita di quella notturna.

Noi cerchiamo sempre di rimuovere il tarlo del pensare, ma non riusciamo a distruggerlo. La cosa migliore dunque è togliere alla vita la fatica del pensare, con la speranza di togliere il pensare, senonché cadiamo nella malattia.

Ovviamente quanto detto viene rappresentato in maniera altamente poetica, in maniera che il distacco dello scienziato è al servizio dello scrittore, il cui risultato è la poeticità dei racconti; e, pure, un elemento di rasserenamento, come se l’autore convincesse il lettore che non c’è da preoccuparsi se la notte è sempre in agguato, perché questa è la realtà, e che poi dobbiamo convivere con questa realtà.

Certamente il libro ha questo merito che agli occhi nostri è impagabile, di essere un libro di poesia.

Quel che rimane non è lo sconcerto e il disorientamento, pure presente, ma un sentimento di abbandono, di dolcezza, pur tra le cose terribili che certe volte vengono dette.

Franco Farinella

Psichiatra, Scrittore

1 Agosto 1996

Anche in questi racconti (dal titolo, in verità, poco consono a rivelare il profondo tema narrativo) giganteggia, con la costanza di una pendola che batte rintocchi ogni giorno, di una invincibile angoscia esistenziale, l’incubo della morte che aleggia ogni istante della vita attorno all’individuo (quasi sempre ignaro del momento in cui essa lo coglie).

Così, si trasformi questa donna velata nell’incidente ferroviario o stradale, nell’arresto cardiaco o nell’ictus cerebrale, sembra ricordarci l’autore che ogni scusa è buona per morire, senza differenze (e di questo ci possiamo consolare) tra ricchi e poveri, belli e brutti, giovani e vecchi.

E per ricollegare idealmente Ricotta a Schopenhauer, laddove le vittime di un incidente ferroviario raffigurate in statue di marmo per la successiva commemorazione possono soltanto apparire come il misero tentativo umano di conferire la dignità della tragedia alla goffa commedia che più spesso rappresentiamo.

Arturo Grassi

Scrittore, Critico

Giornale di Sicilia12 Ottobre 1996

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Un vecchio, come un novello Birdy, si lancia nel vuoto per affermare volando la sua libertà; i passeggeri di un treno arrivano sgomenti a una stazione deserta; un medico, dopo la propria morte, vive pochi istanti fuori dal corpo.

Nonostante il titolo evochi Poe come nume tutelare, questi racconti non appartengono alla letteratura “nera”, bensì a una narrativa dello straniamento che allarga la credulità del lettore a mano a mano che sposta i confini della quotidianità.

Roberto Mistretta

Scrittore

Recensione pubblicata sul giornale «La Sicilia» e successivamente su «Progetto Vallone»

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È stato pubblicato nei giorni scorsi da una casa editrice romana, col patrocinio dell’amministrazione comunale, l’ultimo libro dello scrittore-psichiatra Mario Ricotta, drammaturgo di fama, già autore di altre opere quali La risposta, Colei che sbadiglia ovvero il quadro e il buco, La Macchia, La fessura, Applausi impossibili, Il Bacio, Il falò, Teatro, una raccolta di sei opere teatrali.

Una sua opera teatrale, La bottega all’angolo, alcuni anni addietro venne anche messa in scena in prima assoluta da una compagnia di Palermo.

Il nuovo volume dato alle stampe raccoglie una serie di racconti brevi, storie comuni dentro cui lo scrittore trascina il lettore, coinvolgendolo, lo avvinghia quasi con forza, sprofondandolo nei drammi umani con i quali ci si confronta ogni giorno e che lui, di professione psichiatra, esperto conoscitore dei segreti della mente, scandaglia con disincanto quasi brutale, dando spazio e liberando quella parte oscura racchiusa nel profondo di ogni essere umano.

Una parte che fa paura, induce a riflettere sulla condizione di essere umano, sulla scia del pascaliano pensiero: “Desideriamo la verità e non troviamo in noi se non incertezza. Cerchiamo la felicità e non troviamo se non miseria e morte. Siamo capaci di non aspirare alla verità e alla felicità, siamo incapaci di certezza e di felicità. Tale aspirazione ci è lasciata sia per punirci sia per farci sentire da dove siamo caduti”.

Mario Ricotta sa come rendere ancora più incerto e dubbioso il lettore, lo introduce nella storia immedesimandolo nei vari protagonisti, con consumata perizia.

Le prime pagine di ogni racconto volano via tracciando le linee di un dramma di cui si ha appena sentore: un giallo, un prete che combatte contro il male che aggredisce nottetempo la sua chiesa, devastando le sacre reliquie, sino a quando non si scopre che è lui l’autore dello sfacelo.

Oppure ancora il treno che sbaglia binario: i viaggiatori desiderano tornare indietro ma non possono più, sono tutti morti tranne uno, colui che narra; il convoglio ha deragliato, la tragedia.

Oppure ancora l’uomo in attesa di qualcosa di unico, di importantissimo: la sua morte.

Ricotta sicuramente non è uno scrittore allegro, ha una visione del mondo pessimista ed un carattere da prendere con le pinze.

Tempo addietro si licenziò dall'Usl dove lavorava come aiuto psichiatra per dissapori col primario. Da allora visita in privato e continua a scrivere le sue storie comuni alla ricerca di risposte difficili da trovare.

Giuseppe Messina

Scrittore

Ottobre 1996

Si potrebbe parlare di molte cose facendo tanto rumore, ma io voglio soltanto dedicare quattro parole al mio amico Mario.

Nel silenzio e nel torpore della cultura che, a me pare, sia durato lunghi anni prima del risveglio di questi ultimi tempi, Mario è stato di stimolo per molti nella nostra comunità.

Ci siamo spesso incontrati idealmente nel promuovere il nuovo, il rivoluzionario, lo scandaloso, l’incomprensibile, l’assurdo. Quante volte ci siamo interrogati su ciò che attualmente pervade l’animo umano, chiuso e prigioniero, a volte, della sua stessa deprimente angoscia di vivere.

Mario ha saputo cogliere il quotidiano nei suoi Racconti neri e grotteschi, dove il protagonista sembra essere la patologia del personaggio, il quale appare vittima di se stesso.

Lo snodarsi degli avvenimenti appare surreale e ciò che accade sembra frutto delle attese sia del protagonista che del lettore, colti dal narratore in un momento di complicità.

La forma è sobria, asciutta, adeguata alla drammaticità degli avvenimenti. Nulla è lasciato al caso. Ogni parola si muove dentro e accanto alle altre come ingranaggio della macchina della vita, che poco o nulla lascia nelle mani del libero arbitrio.

L’autore s’è lasciato dietro l’angolo sicuro del già noto, del certo, di quello che io chiamo i modelli culturali del rimacinato, e si è lanciato verso l’incerto, verso i pericolosi abissi delle profondità dell’inconscio, facendo affiorare maniacali desideri di vivere che sono nascosti in ciascuno di noi.

Egli sa leggere dentro l’uomo. Può anche darsi che la sua sia una lettura di parte, ma nulla può togliergli il merito di riuscire a dare valenza universale a quotidiani fallimenti.

Mario ha osato percorrere vie impervie. Io sono certo — il mio è un augurio — che la via intrapresa, per quanto tortuosa possa apparire, lo porterà lontano.

Valeria Arnaldi

Critico "La Scrittura"

Rivista Letteraria «La Scrittura»1999

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Noir surrealista. Un quaderno psichiatrico, una brochure di ossessioni quotidiane al confine tra saviezza e follia, genio ed essere comune. Mario Ricotta usa la sua esperienza di medico psichiatra per aprire uno squarcio, alla maniera di Fontana, sulla tela d'una realtà di convenzioni e topoi, svelandone segreti retroscena. Anni di lavoro con diversi casi clinici, l'autoanalisi ed una spiccata curiosità dell'umano lo spingono ad indagare e a provocare.

I suoi racconti sembrano infatti frutto di studi ma anche studio essi stessi: portando all'attenzione del lettore psicosi sotterranee, egli ne studia le reazioni ed ottiene ancora nuovo materiale. In un continuo discutere, sovrapporsi, possedersi, le sue figure vogliono, pretendono la sazietà e la soddisfazione che però rifiutano come concetti. Rivolgono la loro maniacalità all'altro da sé e, più volte, a se stessi nel tentativo di una compenetrazione che faccia di tutte le maschere un personaggio solo, tentando vanamente di raggiungere un'essenza che si sfalda, invece, in frammenti. I protagonisti ingolfano le gole di oggetti inutili, gli occhi di immagini, la bocca di parole, cercando il filo conduttore della razionalità, trovando invece il caos del libero comporsi.

L'ansia della morte si traduce nella verghiana filosofia della roba che placa sete e fame sull'istante, rinnovandone però presto l'appetito. Vampirismo del soggetto che succhia la vita altrove illudendosi di raggiungere l'immortalità, ma, frustrato poi dall'impossibile realizzazione, quella stessa morte auspica e sceglie. Il corpo fa l'amore con se stesso perché non riesce ad uscire dai suoi bordi e a volgersi all'altro, per cui la sua passione sterile si muta in ossessione che suda sulla pelle e sulle mani la sua evanescenza e la limitatezza. Di donna in donna, l'uomo che penetra nel corpo senza conoscere il piacere di sostarvi, freneticamente spinto ad altra carne e ad altro moto, passa di sensazione in sensazione fino al momento in cui interrompe la ricerca e toglie le mani dal volante. Ebbrezza dell'essere guidati, vertigine vibrante del disordine al quale non si cerca di imporre alcuna logica, piacere dell'incerto e dell'ignoto, dell'indeterminato che travolge, schiaccia e calpesta senza attenzione alcuna, senza delicatezza. La marea, ora alta ora bassa, ricopre la sabbia e poco dopo, soltanto per gioco, la lascia a seccare.

Vi sono giovani che chiedono la morte prematura dell'eroe per la debolezza d'affrontarsi appesantiti di anni e delusioni, e vecchi che rifuggono il reale muovendosi su palchi di cui sono unici registi e spettatori.

Su tutto il gelo. Indefinito: della morte, della rabbia, del dubbio. Il gelo dell'ironia sotterranea che scorre tra le righe della vita, confondendo i destini e scomponendone i gomitoli ordinati — gatto dispettoso che, stanco del gioco, si addormenta su maglie graffiate ormai da buttar via.