Io chiamerò il contenuto dei Racconti neri e grotteschi di Mario Ricotta una vera e propria dottrina. Tutto quello che vi è scritto, secondo il mio punto di vista, non è soltanto il frutto di una rappresentazione di emozioni, ma è qualcosa di più. Non è neanche un messaggio, come si suole dire in gergo, ma una dottrina: come se l’autore lanciasse un segnale.
Il titolo sembra evocare Edgar Allan Poe, però, letto l’intero libro, se io dovessi paragonarne la dottrina a qualche autore moderno, potrebbe essere soltanto un autore: Rainer Maria Rilke, del quale si è parlato in termini di dottrina, non tanto di poetica.
Nel caso di Mario Ricotta si potrebbe parlare di dialettica della morte. Eccone i punti essenziali, i temi conduttori: l’essenziale coincidenza di morte e vita, che comporta un sentimento nei confronti della morte, della vita cioè, di inconsistenza, inattendibilità dei sentimenti e di compenso della morte, come ciò che passa da ogni prospettiva.
La dialettica della morte, in sostanza, ha questo significato: di sospendere il giudizio e di rendere incerto qualsiasi elemento della vita stessa. In questo sta il segnale, come se questo pensiero continuo della morte (di attrazione e repulsione della morte) fosse non tanto attrazione, ma anche un segnale che indica meditazione.
La morte non è un evento casuale, ma è presente costantemente. Continuamente la morte è scambiata con la vita, continuamente è scambiata con l’altro (l’altro è la morte).
Per esempio, nel racconto Autostop, il protagonista incontra un soggetto non ben definibile, che, secondo me, è da identificare con la morte. Il dialogo tra l’autista e l’autostoppista si rivela come la morte sul ciglio della strada. Infatti l’autista chiede: “Come è possibile che da così lontano abbia potuto vedermi e che abbia potuto farmi segnale?”. La morte, in verità, non è lontana, è sempre sul ciglio della strada, in prossimità dei nostri passi.
Ecco perché quasi tutti i racconti finiscono con la morte, oppure con qualche cosa di cui non si capisce se sia la vita o la morte. Da qui, appunto, il sentimento di grottesco che si evince da una situazione che io chiamerei onirica.
È come se l’autore riferisse una realtà onirica, non secondo la logica della realtà, ma secondo una logica dove non c’è un “prima” e un “poi”, un “questo” e un “altro”, il “me”, il “tu” e il terzo incognito.
Questa struttura di comportamento triadica è presente nel racconto L’incidente, in cui il protagonista dice: “Questi che mi seguono sono sicuramente miei amici” e però, col passare del tempo, non capisce più se siano suoi amici o no. E allora pensa che siano suoi nemici, e infine capisce che sono fantasmi.
C’è dunque una triadicità di situazioni, nessuna delle quali è ovviamente reale, perché sono situazioni oniriche. Nel sogno accade qualche volta il passaggio da una situazione A verso una situazione non-A, a una situazione C, cioè ad una situazione che va sempre più differenziandosi, dissociandosi da se stessa.
Il quadro della dissociazione è presente nella dottrina di Mario Ricotta. Il problema che sta a fondo è il rapporto dell’uomo con se stesso. In un racconto c’è una battuta: “Pensare è faticoso”.
Se io dovessi individuare ciò che fa scattare tutta la difficoltà e la fatica dei racconti di Mario Ricotta, è la ricostruzione delle anamnesi dei malati-personaggi che presentano duplicità di situazioni, dove tutto è chiaro e tutto è oscuro, ciò che è chiaro diventa oscuro e ciò che è oscuro diventa chiaro.
Il punto centrale è la fatica di pensare, propria di ciascuno di noi, che nel malato di mente diventa un problema assillante, esistenziale, che decide di tutta la sua vita.
E siccome il pensare è faticoso e, aggiungo, pericoloso, poiché uno non può guardare in faccia la verità e continuare a vivere felice e contento; la verità è infatti disturbante, oppressiva, esigente. Preferiamo coprire la verità e scambiarla per onestà, così da renderla più accettabile, perché non ci dia alcun fastidio il pensare, inteso come difficoltà di identificazione della realtà, del mondo e degli altri.
È il punto di rottura di qualsiasi equilibrio che noi possiamo constatare in tutte le immagini, che io chiamerei oniriche, dei racconti, la cui interpretazione richiede una sorta di iniziazione, perché i personaggi spesso alla fine muoiono, scompaiono in qualche maniera o finiscono nella pazzia.
Un altro tema presente nei racconti è la fuga nella pazzia. Nel racconto Il bambino e il barbone, un bambino che vive un forte disagio familiare s’affeziona ad un barbone fino ad essere emarginato dalla società.
Il bambino, contaminato dal pungolo del pensare, non può più essere seguito dalla società, così come è organizzata, un po’ falsamente, un po’ surrettiziamente.
C’è una specie di duplicità della realtà: da un lato c’è un uomo che vive con la sua malattia, i suoi sentimenti, i suoi dolori, i suoi misteri; da un altro lato c’è la pretesa del mondo, dell’altro, di entrare nello schema di vita di un uomo. Nessuno può entrare nello schema.
I personaggi dei racconti declinano con la battuta: “Si vede che è malato… si vede che era il suo momento… si vede che aveva ‘qualcosa’ in testa”. Il “si vede” esprime l’opinione, la doxa, rispetto alla verità, l’aletheia. La doxa non sfiora l’identità del personaggio stesso.
Ora potremmo dire così: tutte queste rappresentazioni ed espressioni narrative sono delle diagnosi, non nel senso tecnico della psichiatria, ma diagnosi esistenziali, nel senso che la diagnosi va applicata a tutti in modo indifferenziato, non solo all’ebefrenico. Le battute riferite sono proprie di tutti i racconti.
In Il treno che sbagliò binario c’è la stazione e non c’è la stazione; la stazione è reale, la stazione è irreale. In questo racconto c’è forse tutta la dottrina di Mario Ricotta.
C’è la finzione e c’è la realtà; ora i due termini si equivalgono: ad ogni proposizione vera corrisponde una proposizione falsa, per ogni verità c’è una falsità. I due termini si equivalgono e sono altrettanto reali.
Nel suddetto racconto non si capisce come i passeggeri siano arrivati a destinazione, siano vivi e morti contemporaneamente. Come è possibile che siano vivi e morti contemporaneamente? C’è una perfetta identificazione tra la vita e la morte.
La morte non è un fatto a sé, staccato dalla vita, ma è presente nella vita; la morte fisica è un fatto apparente. È come se uno fosse morto, o vivesse sempre la morte e a un certo punto scoprisse che la morte è un fatto esterno, visibile agli altri.
Per esempio, il racconto Il delitto. Una donna, una prostituta, è stata assassinata: il medico che esprime il necessario dal punto di vista autoptico è come se vivesse una sensazione plastica della morte; e tuttavia è come se la morte della donna non consistesse nell’essere stata uccisa, ma fosse appunto la sua vita, la sua morte, come se la sua vita fosse la vita della morte, la quale morte si è poi verificata oggettivamente durante un convegno amoroso.
La morte di questa donna non è uguale alla morte di tutti gli altri che muoiono e impazziscono, ma il diventar pazzi e il morire è il concretizzarsi oggettivo e reale della vita interna di colui che diventa pazzo, senza che questo significhi che la vita interna del pazzo sia assolutamente diversa dalla vita interna di colui il quale prima pazzo non era.
Il pazzo, lo schizofrenico, è colui il quale ha come la consapevolezza che la vita e la morte sono identiche, come se egli, vivendo, vivesse la propria morte e, morendo, vivesse la propria vita.
In sostanza, la morte o la pazzia sarebbero la verità della sanità e la verità della pazzia; cioè non esiste una sanità, esiste la pazzia, che è la sanità della cosiddetta pazzia. Così come non esiste la morte o la vita, ma la morte è come se fosse la verità della vita.
Mario Ricotta è stato sincero con la realtà: ci ha detto che la realtà è di questo genere.
Noi siamo abituati normalmente a dividere la vita diurna dalla vita notturna o onirica. Non c’è “questa è la vita diurna” e “questa è la vita notturna”.
Tempo addietro ho sostenuto questa teoria, dal punto di vista filosofico, e non della rappresentazione estetica: c’è una perfetta coerenza tra vita diurna e vita notturna, soltanto che le logiche (la logica diurna e la logica onirica) seguono scansioni diverse, ma ciò che corrisponde alla vita onirica è uguale a ciò che corrisponde alla vita diurna, soltanto che una convenzione ci fa ritenere che la vita diurna sia diversa, dal punto di vista del significato, dalla vita onirica.
Come un paziente che in analisi durante la vita diurna rappresenta ciò che poi rappresenta nella vita onirica, soltanto che non ha il coraggio di affrontare la verità della vita diurna che è la vita di quella notturna.
Noi cerchiamo sempre di rimuovere il tarlo del pensare, ma non riusciamo a distruggerlo. La cosa migliore dunque è togliere alla vita la fatica del pensare, con la speranza di togliere il pensare, senonché cadiamo nella malattia.
Ovviamente quanto detto viene rappresentato in maniera altamente poetica, in maniera che il distacco dello scienziato è al servizio dello scrittore, il cui risultato è la poeticità dei racconti; e, pure, un elemento di rasserenamento, come se l’autore convincesse il lettore che non c’è da preoccuparsi se la notte è sempre in agguato, perché questa è la realtà, e che poi dobbiamo convivere con questa realtà.
Certamente il libro ha questo merito che agli occhi nostri è impagabile, di essere un libro di poesia.
Quel che rimane non è lo sconcerto e il disorientamento, pure presente, ma un sentimento di abbandono, di dolcezza, pur tra le cose terribili che certe volte vengono dette.